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La storia del secolo? Scongiurare la rappresentanza del popolo palestinese

Il tabù della Palestina

Solo immaginando che una popolazione non fosse soggetto storico al pari degli altri, si poteva pensare che un territorio-bidonville sovraffollato, impoverito e con una leadership decimata e umiliata, potesse uscire dal cerchio della violenza
28 giugno 2007 - Giampaolo Calchi Novati
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

La tentazione, con l'ultimo round del dramma della Palestina, è di evocare il destino. Ma sarebbe un altro torto fatto ai palestinesi di Gaza e Cisgiordania, che hanno bisogno piuttosto di «storicizzare» le proprie scelte. È già fin troppo abusata la tendenza a spiegare con argomenti metapolitici la tormentata vicenda della «terra promessa a due popoli», come se la Palestina fosse un'anomalia che sfugge alle dinamiche delle altre nazioni e di tutte le formazioni sociali. Il primo vulnus risale all'apparizione nella storia del Medio Oriente contemporaneo della Palestina con questo nome e con i contorni fisici attuali anche oggi. La sorte della Palestina, come degli altri territori arabi che cessarono di far parte dell'Impero Ottomano dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale, fu decisa, secondo una prassi coloniale, senza consultare le popolazioni interessate e tutt'al più patteggiando con qualche notabile come Hussein, sceriffo della Mecca e sovrano mancato di un regno arabo prospettato dagli inglesi e mai venuto alla luce. L'apertura del governo britannico al sionismo parlava di Palestina ma non dei palestinesi. La Dichiarazione Balfour in effetti si limitava a statuire che, una volta soddisfatto il principio di un «focolare nazionale» per gli ebrei, fossero garantiti i «diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina». Senonché i non-ebrei, cioè gli arabi musulmani o cristiani, nel 1917 non erano una realtà residuale. Quella bizzarra formula di tutela per i diritti della stragrande maggioranza della popolazione della Palestina anticipò le future negazioni e la progressiva rimozione degli arabo-palestinesi dalla terra in cui si sarebbe insediata una popolazione di immigrati mossi da un sogno messianico tradotto in politica corrente da un'intuizione di Theodor Herzl alla fine del XIX secolo per rimediare ai pogroms contro gli ebrei in Europa centrale e orientale.
Sofferta sarà, nel processo di affermazione di un'idea nazionale, la traslazione dal mondo arabo alla specificità della Palestina. I nazionalisti e panarabisti vedevano la Palestina come «Siria meridionale». Alcune grandi famiglie palestinesi coltivavano rapporti privilegiati con la corte di Amman. Spogliati delle terre, intanto, gli arabi di Palestina conoscevano fenomeni di urbanizzazione, proletarizzazione e radicalizzazione sconosciuti altrove nel mondo arabo. Nella Palestina in fieri si aprì un divario fra comunità socio-culturale e comunità politica. Al momento di deliberare il futuro del mandato britannico, sembrò naturale anteporre il quadro arabo (il «rifiuto») alla nazione. La spartizione della Palestina fra ebrei e arabi decisa dall'Onu nel 1947 restò sulla carta. A contendere lo spazio e la sovranità con lo stato ebraico si cimentarono, con i loro fini e secondi fini, i governi arabi vicini o più importanti. In un sistema che ammette solo gli stati la Palestina avrebbe scontato a lungo la mancanza di uno stato, poco importa se forte o debole.
L'esodo seguito alla guerra che segnò l'indipendenza di Israele ha inciso profondamente sulla storia del movimento palestinese. Qual era il territorio e lo scampolo di popolo su cui la dirigenza palestinese doveva puntare per sottrarsi alla tenaglia fra Israele, la politica araba e le angherie della guerra fredda? Per anni Arafat si illuse di far germogliare il futuro stato palestinese fra le comunità di palestinesi più sacrificate e dunque più predisposte all'azione: in Giordania, nel Libano. Il «settembre nero» di Amman nel 1970 e l'esito disastroso dell'inserimento della causa palestinese nei delicati ingranaggi costituzionali del Libano furono errori strategici ma vanno letti sullo sfondo delle condizioni di divisione e dispersione della Palestina e dei palestinesi. Formalmente, la lotta dei palestinesi aveva un carattere transnazionale, ma nei fatti risentiva delle circostanze e delle pressioni dei diversi paesi in cui agiva l'Olp senza arrivare a una sintesi accettabile di un'identità multiforme e mutevole, per luogo e ceto, con riflessi sulla stessa erratica personalità di Arafat.
Si dovrà aspettare l'Intifada nel 1987 perché la Palestina rientrasse in Palestina. Era la prima volta dalla rivolta degli anni Trenta. Per le masse e le élites dei territori occupati la priorità era creare lo stato palestinese là dove aveva preso corpo una società che, a differenza del microcosmo disgregato dei campi profughi, era dotata di un'economia, di scuole e università, di una classe media e un'opinione pubblica. Arafat esaltò «i figli delle pietre sorti dal grembo del nostro amato popolo», ma la sollevazione, invece di attenuarlo, acuiva lo iato fra Olp e popolazione dei territori e all'interno dei territori lungo linee di divisione di carattere familiare, politico e sociale, ma anche religioso, giacché fu proprio durante l'Intifada che nei territori, e soprattutto nella polveriera di Gaza, l'islam politico si diffuse come alternativa al nazionalismo occidentalizzante dell'Olp. Se il merito di Arafat è stato di impersonare la Palestina anche dall'esilio, come raccordo dei pezzi della nazione palestinese, il clou fu - dopo gli accordi di Oslo e la pace di Washington del 1993 - il ritorno di Mister Palestine sul suolo di Gaza, Gerico, Ramallah. Anche per questo dopo la seconda Intifada del 2001, Sharon si è accanito contro Abu Ammar prigioniero alla Muqata.
Dell'estremismo di Hamas si è scritto. Ma la divisione fra Gaza e Cisgiordania ha un'altra origine: le modalità del ritiro di soldati e coloni israeliani dalla Striscia. Allora, nell'estate del 2005, Hamas era una forza d'opposizione e al governo c'era al-Fatah. L'ostracismo era iniziato con Arafat. La poca o nessuna partecipazione dell'Anp alle operazioni di sgombero di Gaza, aggiunta all'incertezza sul futuro della Cisgiordania, fece del «disimpegno unilaterale dai palestinesi» perseguito da Sharon non un passo verso la pace ma una dichiarazione di guerra. Israele notificava anche ai «moderati» come Abu Mazen di volere e potere tracciare le frontiere da solo.
Ben presto la diplomazia andò fuori sintonia rispetto alla democrazia. Tutta la storia di questo secolo mostra che il tabù da scongiurare è la rappresentanza diretta dei palestinesi. Con l'esercizio della democrazia gli ultimi margini per il «processo di pace», che per i palestinesi corrisponde alla fine dell'occupazione, svanirono nel nulla, staccando Gaza da quel poco o tanto di «normalità» che vige malgrado tutto nella West Bank. Il non-riconoscimento proclamato da Hamas e il lancio di razzi contro il territorio israeliano hanno giustificato il boicottaggio economico, gli arresti in massa di deputati e ministri palestinesi, le incursioni quasi quotidiane degli aerei e dei tanks con la Stella di Davide. Parlare di ipocrisia da parte di chi, Israele, Stati Uniti e Europa, aveva preteso elezioni e trasparenza come presupposto non ovviabile di eventuali accordi è persino superfluo. Che Israele non riesca a far valere la sua superiorità sfruttando i mezzi della politica invece della guerra, è risaputo. Ma perché Hamas, Abu Mazen e quasi tutti i governi arabi, fatta eccezione forse per l'Arabia Saudita dai troppi scheletri da tenere a bada per imporre la sua autorità, non sono in grado di produrre politica?
Solo immaginando che la Palestina e i palestinesi non fossero soggetti storici al pari degli altri, si poteva pensare che un piccolo territorio senza economia e comunicazioni con l'esterno, privato di entrate e sussidi (ma non di armi), con una popolazione sovrabbondante, impoverita e esasperata, un paesaggio urbano ridotto a un'enorme bidonville e una leadership decimata, misconosciuta e umiliata, potesse uscire dal cerchio della violenza. La Palestina è il solo paese al mondo che può fare a meno dei decantati benefici della globalizzazione e della razionalità borghese che si nutre di law and order? È probabile che in molte sedi del potere che conta ci si aspettasse che la storia, unita alla geografa, compisse il suo corso sancendo una volta per tutte il trionfo dei più forti. In parte è ciò che sta accadendo. Ma la storia non è mai finita, per definizione

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