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Hamas, la Fratellanza musulmana e la deriva religiosa della Palestina

L'escalation teocratica non è solo una risposta all'occupazione. Viaggio nella cultura politica dell'"islamismo dal basso"
24 giugno 2007 - Guido Caldiron
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

Un fantasma si aggira per il Medioriente dopo la vittoria di Hamas a Gaza. La stampa di mezzo mondo ha sintetizzato l'inquietudine crescente nell'espressione "Hamasastan": vale a dire la nascita di uno Stato teocratico e fondamentalista nei pochi chilometri della Striscia.
Per cercare di capire cosa è accaduto si deve considerare come accanto agli elementi specifici, e certo decisivi - lo stato di guerra, l'occupazione militare, la vita imprigionata della gente di Gaza -, la progressiva affermazione di Hamas, prima sociale, quindi politica e infine militare, non può che essere inserita nel quadro della più generale crescita delle forze islamiste in tutto il mondo arabo-musulmano. In altre parole, per capire cosa aspettarsi dall'"Hamasastan" di Gaza non si può non tener conto anche della cultura politica che ha formato il Movimento di resistenza islamica, non considerandolo soltanto come una semplice "reazione" all'occupazione o come un puro prodotto della drammatica situazione vissuta dai palestinesi. Se molto si è detto del modo in cui Hamas si è radicato socialmente tra i palestinesi, attraverso la costruzione di un welfare islamico, poco si sa invece dell'humus culturale nel quale il movimento è cresciuto.
Il primo elemento da chiarire riguarda la stessa genesi di Hamas. Perché se è vero che è solo tra la fine del 1987 e l'inizio del 1988 - allo scoppio della prima Intifada - che la branca palestinese dei Fratelli Musulmani dà vita al Movimento della resistenza islamica, il cui acronimo in lingua araba è appunto Hamas, i "Fratelli" sono presenti in Palestina fin dagli anni Trenta.
Nel periodo tra le due guerre mondiali i Fratelli Musulmani palestinesi partecipano alla grande rivolta del 1936 contro ebrei e inglesi e hanno contatti con il Gran muftì di Gerusalemme Hajj Amin Al Husayni - personaggio controverso, proveniente da una delle più importanti famiglie palestinesi che collabora attivamente con la Germania nazista trasmettendo in lingua araba da Radio Berlino e partecipando all'organizzando di una divisione di Ss "musulmane".
E' però dopo la guerra mondiale e la nascita dello Stato di Israele nel 1948 che il movimento islamico palestinese cambia progressivamente fisionomia fino a riorganizzarsi, dagli anni Settanta, anche in seguito all'occupazione israeliana di Gaza e della Cisgiordania dopo la guerra del 1967. Come spiega lo storico dell'Università di Haifa Ilan Pappe nella sua Storia della Palestina moderna, (Einaudi, 2005): «La Fratellanza esercitò una notevole influenza sulla politica palestinese in Cisgiordania e nella striscia di Gaza tra il 1948 e il 1967, quando fu relegata in secondo piano dall'ascesa dell'Olp. Riemerse come potente forza politica dopo che la situazione di disagio e di difficoltà determinata dall'occupazione diede luogo a una reviviscenza dell'impegno religioso personale, e dopo che la rivoluzione iraniana del 1979 rese popolare la politica connotata in senso religioso». Non solo, «questa forma politicamente connotata di Islam, presente sia nella striscia di Gaza che in Cisgiordania - scrive ancora Pappe - fu l'unica organizzazione ad avere un certo seguito nei campi profughi nel corso degli anni Cinquanta, dove riuscì a creare una rete di collegamento a partire dagli orientamenti tradizionali di contadini e strati inferiori della classe media». Mentre invece, conclude lo storico, «per la classe media l'Islam connotato politicamente non poteva rappresentare un'alternativa: i palestinesi di estrazione urbana erano maggiormente attratti dalle ideologie marxista e di estrema sinistra».
Il processo di re-islamizzazione dal basso della società palestinese ha avuto caratteristiche molto simili a quelle presenti in altre società del Medioriente e del resto del mondo arabo. Secondo il quadro definito da Massimo Campanili, uno dei maggiori arabisti italiani, docente all'Università Statale di Milano, sulla rivista Il Mulino (n°2/2006): «I Fratelli Musulmani sono stati nel bene e nel male la matrice di tutta l'islamizzazione tradizionalista che ha pervaso il mondo musulmano a partire dalla fine degli anni Sessanta del Novecento. I Fratelli Musulmani già pochi anni dopo la loro fondazione avevano aperto filiali in tutto il mondo arabo, dal Marocco al Sudan, dalla Siria alla Giordania».
Fondata nel 1928 in Egitto da Hasan al Banna, l'Associazione dei Fratelli Musulmani si è data l'obbiettivo - come scrive ancora Campanili nel suo Dizionario dell'Islam (Bur, 2005) - di «riformare i costumi di una società ritenuta corrotta e, come ultima prospettiva, di realizzare lo Stato islamico (attraverso?) la propaganda, l'educazione e l'inquadramento dei giovani e dei credenti in "falangi" impegnate nel sociale». Inoltre, «uno dei principali motivi che spiegano lo straordinario successo dell'organizzazione sta proprio nell'attività capillare di reclutamento e nell'opera costante a favore dei poveri e degli emarginati».
Sviluppatosi nel periodo tra le due guerre mondiali e raggiunto un quadro dottrinario e politico compiuto intorno agli anni Cinquanta, il movimento dei Fratelli Musulmani si proponeva, in sintesi, di sottomettere completamente la società ai dettami della religione, contrapponendosi sia al dominio coloniale europeo sia alle spinte in odore di socialismo di molti movimenti nazionalisti del mondo arabo. I riferimenti centrali di questa proposta sono contenuti negli scritti di Hasan al Banna e del maggiore intellettuale dei Fratelli, quel Sayyd Qutb che finirà impiccato insieme ad altri leader islamisti nel 1966 in una delle ricorrenti campagne repressive lanciate contro i Fratelli da Nasser. «Noi Fratelli Musulmani riteniamo che i precetti e gli insegnamenti universali dell'Islam comprendano tutto ciò che riguarda la vita dell'uomo - spiegava al Banna nel 1939, aggiungendo - L'Islam è in effetti credo e culto, nazione e cittadinanza, religione e stato, spiritualità e azione. Libro e spada». Una visione del mondo che già nel 1953 Qutb avrebbe tradotto così: «L'Islam non è sorto per ritirarsi negli eremi e nei templi, né per rifugiarsi nei cuori e nelle coscienze. Esso è venuto per esercitare il potere sulla vita e disporne liberamente per forgiare la società (?) Questa religione si è manifestata per tradurre i suoi principi e punti di vista in forma di vita concreta, per imporre i suoi ordini e i suoi divieti a una società e a un popolo fatto di carne e sangue, che si muova su questa terra».
E' forse inutile aggiungere come queste tesi, insieme alla vera scuola quadri che il movimento dei Fratelli Musulmani ha rappresentato per buona parte delle formazioni dell'Islam politico radicale - dal Fis algerino fino all'ideologo di Al Qaeda Ayman al Zawahiri, movimenti per altro all'opposto l'uno dall'altro - rappresentano ancora oggi il cuore della sfida islamista. Una sfida i cui confini varcano chiaramente quelli della Palestina. Del resto lo stesso Sceicco Ahmad Yassin, il leader di Hamas ucciso nel 2004 dall'esercito israeliano, spiegava come «Il solo quadro ideologico di riferimento di Hamas è l'Islam. E' nei principi dell'Islam che il movimento cerca ispirazione nelle sue attività di mobilitazione». E sempre Yassin, come spiega il giornalista di Al Jazeera Khaled Hroub in Hamas (Bruno Mondatori, 2006), aveva chiarito come la battaglia della Palestina non fosse per Hamas che solo il frammento di una guerra ben più larga: «L'aggressione contro la Palestina è soltanto un punto del più ampio progetto occidentale che vorrebbe annullare le radici culturali della nazione araba islamica (?) Questo conflitto obbliga ogni arabo e ogni musulmano a sostenere la Palestina e a condividere il carico di una guerra santa per estirpare la presenza sionista dalla Palestina e impedirle di diffondersi ad altri paesi arabi e islamici».

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