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«I due stati sono morti, via allo stato unico» Nasce a Madrid la nuova eresia palestinese

Un unico stato per ebrei e palestinesi: intervista a Leila Farsakh, docente all'Università del Massachusetts
7 luglio 2007 - Michelangelo Cocco
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Inviato a Madrid Il corso «Palestina/Israele, un paese uno stato», si è concluso ieri a Madrid con l'approvazione di un documento in cui i promotori - tra cui lo storico israeliano Ilan Pappe, accademici e attivisti americani, sudafricani, israeliani e palestinesi - s'impegnano a dar voce alla soluzione di uno stato democratico come unica, urgente via d'uscita dallo stallo negoziale che la questione palestinese vive da anni. Ne abbiamo discusso con una delle relatrici, Leila Farsakh, docente di Scienza politica all'Università del Massachusetts (Boston) e autrice di «Independence, cantons or bantustans. Whiter the palestinian state?» e di una serie di pubblicazioni sull'economia israelo-palestinese.
Ha dichiarato che il nazionalismo palestinese è morto.Non ho detto questo. Dico che è finita la battaglia del nostro popolo per ottenere uno stato indipendente. Dobbiamo ripartire con la resistenza all'occupazione e al colonialismo, ma formulando una nuova strategia che si basi sul concetto di cittadinanza, non più ancorata all'idea di partizione della Palestina storica. Quaranta anni di lotta - dall'occupazione dei Territori nel 1967 - meritano forse uno stato che non sarebbe altro che un insieme di bantustan in territorio israeliano, senza continuità territoriale?
Qual è la differenza tra stato binazionale e stato unico?Nello stato binazionale i gruppi - nel nostro caso israeliani e arabi - mantengono una serie di istituzioni, ad esempio il sistema educativo, separate. Separate e garantite dalla costituzione. Per stato unico s'intende invece uno stato laico e democratico in cui, per legge, non viene protetta alcuna identità particolare. Riconoscere che lo stato non è omogeneo, ma mettere al centro del discorso il cittadino, non le etnie. Tra chi, come noi, considera ormai impossibile la partizione della Palestina, ci sono ancora divergenze su quale di questi due modelli, o loro variazioni, sarebbe più opportuno adottare.
La prospettiva di uno stato unico non le sembra lontanissima?La realtà territoriale, economica e demografica della Palestina dimostra che non siamo mai stati così vicini allo stato unico. Il territorio della Cisgiordania non è mai stato così frammentato, di fatto ci sono già i bantustan, i palestinesi per gli spostamenti dipendono da Israele, non hanno alcuna sovranità sulla terra. La forza lavoro della West Bank dipende dallo stato occupante. E da un punto di vista demografico siamo alla quasi parità con gli israeliani. Tra 5 anni i palestinesi saranno la maggioranza. I due stati sono morti, ci vorrà almeno una generazione per realizzare lo stato unico, ma non c'è alternativa.
E se invece quelli che lei chiama bantustan funzionassero?Israele non voleva creare la politica d'apartheid a cui siamo giunti oggi, mirava al transfer (l'espulsione, ndr) dei palestinesi. Lo ha realizzato in parte con la guerra del 1948, ma nel 1967 ha occupato la terra palestinese e ne ha sfruttato la forza lavoro, senza allo stesso tempo annetterla. I bantustan a cui si è arrivati non possono durare: è insostenibile sia la politica dei permessi di lavoro in Israele per i palestinesi che il finanziamento, da parte dell'Unione europea, di centinaia di milioni di euro all'anno per gli stipendi dell'Autorità nazionale palestinese che lo Stato ebraico, in quanto occupante, dovrebbe corrispondere in base a quanto prescritto dal diritto internazionale.
Sì, ma questi sono elementi oggettivi. Quelli soggettivi, a cominciare da Israele dove la stragrande maggioranza dei partiti è sionista, cosa indicano?Sono ancorati alla visione dei due stati. In Israele. La leadership palestinese - sia per la necessità di perpetuarsi, sia perché fedele alla strategia degli ultimi 40 anni - è ancora per i due stati. Ciò che più mi preoccupa è la dimensione internazionale: a partire dalla risoluzione 181 delle Nazioni unite, la visione dominante è stata infatti quella della partizione della Palestina storica. E, per la prima volta, nel discorso dal Giardino delle rose della Casa Bianca (2003) il presidente Usa Bush parlò di necessità dello Stato palestinese - con confini provvisori - cercando in questo modo di legittimare i bantustan.
Si può prescindere da questo contesto internazionale?Questo corso-conferenza rappresenta il primo passo per l'elaborazione di strategie politiche e accademiche. Si tratta di spiegare al mondo che l'idea dei due stati è morta. Il prossimo passaggio sarà un incontro molto più importante - al quale stiamo lavorando - che si terrà tra qualche mese in una capitale europea. Ad aiutarci sarà il precipitare degli eventi sul terreno. L'Occidente, assieme al cosiddetto «fronte moderato» Egitto-Giordania, sta accelerando per la proclamazione dello Stato palestinese fantoccio, di cui conta di dichiarare i confini provvisori tra qualche mese. Ma si tratterà di qualcosa, che fa riferimento alla realtà creatasi sul terreno, che né il presidente Abu Mazen né alcun palestinese potrà mai accettare. A quel punto si riapriranno i giochi. Ed entrerà in gioco la «nostra» proposta.

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