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il commento

Con Hamas non c'è pace, senza Hamas solo illusioni

2 agosto 2007 - Zvi Schuldiner
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Con l'arrivo di Tony Blair in Medio Oriente cresce nelle ultime settimane l'immagine di una possibile iniziativa di pace che possa cambiare la situazione esplosiva della regione. Con una copertura enorme dei mezzi di comunicazione internazionali e una gran quantità di incontri diplomatici, si profila a poco a poco un processo che nel fondo potrebbe essere il prologo non della pace ma di un aggravamento delle malattie che affliggono la regione.
Il presidente americano Bush augura al suo ex alleato in Iraq negoziati positivi, però il mandato di Blair non è più ampio di quello dei suoi predecessori. Gli sforzi «di pace» americani si intensificano: adesso approvvigioneranno l' Arabia Saudita con un arsenale di armi da 20 mila milioni di dollari. Non preoccupatevi: per ristabilire l'equilibrio daranno all'Egitto 13 mila milioni nei prossimi 10 anni e Israele affronterà la minaccia con un pacchetto da 30 mila milioni nei prossimi dieci anni. Questo forse non consoliderà la pace però consoliderà un po' di più gli interessi dell'industria di armamenti americana.
I «pacifisti»
Bush annuncia la nuova-vecchia iniziativa. Blair arriva tutto ottimista, Condoleezza atterra in queste ore nella regione. Il premier Olmert ripete il suo compromesso con la pace e il presidente Abu Mazen cerca di apparire come l'architetto dell'indipendenza palestinese. I ministri degli esteri di Giordania, Egitto e altri vanno di capitale in capitale, il ministro degli esteri francese Kouchner arriva in Libano e numerosi inviati vanno e vengono.
Analizzeremo brevemente alcuni di loro. Però è necessario premettere che per arrivare alla pace con i palestinesi non basterà la retorica abituale, ma che occorre smitizzare la propaganda assurda che si basa sulla presunta «fortificazione» di Abu Mazen.
Bush e Blair hanno incendiato la regione con una guerra sanguinaria in Iraq che è costata decine di migliaia di vite. Quando il numero di vittime americane cresce e il malcontento in casa è enorme, Bush cerca di limitare il disastro con armi e dubbie iniziative che non porteranno né alla chiarezza né alla praticità di quello che gli hanno raccomandato l'ex segretario di stato Baker e Lee Hamilton.
Blair si vuole ripulire dalla «macchia» irachena che lo ha costretto a lasciare Downing Street con una popolarità rovinata. In Medio Oriente è applaudito, è simpatico, ha saputo trattare in Irlanda e arriva con molto credito, anche se i suoi reali poteri sono messi in dubbio. Poche settimane fa, in una rivelatrice intervista su Haaretz, James Wolfson, predecessore di Blair, ha insinuato che il fallimento della sua missione era dovuto in parte ai freni posti al suo mandato dagli aiutanti di Bush e di Condoleezza Rice, i quali avevano limitato i suoi poteri a questioni pratiche relative al buon funzionamento delle istituzioni statali palestinesi. Tutto molto lontano dalle vere questioni legate alla pace.
Il primo ministro Olmert continua nelle sue funzioni, però sa che la sua popolarità è più bassa che mai. Non ha altra alternativa che cercare nuove vie per riconquistare i cuori o le menti degli israeliani. La situazione economica è migliorata e non grazie a lui. Oggi potrebbe aiutarlo un'iniziativa di pace che cambiasse radicalmente l'atmosfera del paese. Con Ahmadinejad in Iran, Hezbollah nel nord, i missili nella vicina zona di Gaza, le analisi sul pericolo di una guerra imminente e Barak al timone del ministero della difesa e dell'esercito, l'unica via d'uscita è l'iniziativa di pace che lo aiuterebbe a recuperare il consenso perduto dopo la fallimentare guerra in Libano e dopo vari casi giudiziari in cui è messa in dubbio la sua onestà.
Barak, inoltre, consolida le sue posizioni chiuso in un eloquente silenzio, insinuando nei fatti la correttezza della sua teoria, secondo la quale la storia ha dimostrato che non c'è nessuno con cui parlare. Barak, infatti, quando era il primo ministro, fu il primo a sostenere la teoria secondo la quale non esiste un reale partner palestinese per la pace, ben prima che Sharon la vendesse con grande successo all'Occidente .
I piani di Olmert si rivelano in «atti» non importanti come la liberazione di 250 palestinesi e la concessione di più armi per le forze leali a Abu Mazen. I piani di pace suonano molto astratti e confluiscono nella necessità di fortificare Abu Mazen nella lotta contro il terrore. Condizione: non parlare con Hamas. E in questo il buon Olmert concorda con una buona parte degli attori internazionali che accettano la linea attuale.
La maggioranza degli attori coinvolti nell'attuale processo di pace vuole Hamas fuori dai negoziati. D'Alema è stata una modesta eccezione alcune settimane fa e negli ultimi giorni il ministro degli esteri Lavrov ha reso noto che si sta sforzando di portare i palestinesi in una discussione unitaria.
Giordani, egiziani e altri rappresentanti arabi, anche se temono allo stesso modo il fondamentalismo islamico e non gradiscono il trionfo di Hamas a Gaza, sembrano comprendere meglio dell'Occidente che non capire Hamas è un errore. E' chiaro che alcuni rappresentanti arabi velatamente già parlano con Hamas.
I palestinesi
Poco dopo che Hamas ha distrutto la base della banda di Dahlan a Gaza e le forze di Fatah si sono rivelate come una malattia infettiva, Fatah e Abu Mazen hanno iniziato la controffensiva. Il presidente palestinese ha formato un governo di emergenza - dopo aver dichiarato sciolto il governo di unità di Ismail Hanyia - e sembrava che le forze di Fatah si stessero preparando a uno scontro sanguinoso in Cisgiordania.
Le voci palestinesi che hanno fatto appello alla moderazione sono prevalse mettendo a tacere la retorica forte di Abu Mazen e dei suoi alleati israeliani e internazionali. Anche se le forze palestinesi si sono riavvicinate, la debolezza di Fatah, corroso dalla corruzione di molti suoi dirigenti, si è fatta patente. Bisogna ricordarlo: la presa di Gaza da parte di Hamas è stata crudele e sanguinaria. Alcuni assassinii e saccheggi sono stati visti come esagerati anche dagli occhi della gente di Hamas. Però comunque, il golpe è stato organizzato proprio nel momento in cui il governo di unità nazionale stava cominciando a godere di una qualche legittimità che avrebbe consentito alla comunità internazionale di negoziare con Hamas, anche se in forma indiretta. Adesso Gaza gode di una relativa tranquillità, però rimane completamente isolata e la politica americana, israeliana, occidentale e di una parte di Fatah sta strangolando la popolazione dall'esterno.
Anche se Abu Mazen gode del suo nuovo status di «uomo forte», questo non può renderci ciechi di fronte a Olmert e Bush. Non può toglierci quello che non pochi palestinesi seri attendono: l'unità palestinese. Anche quando si oppongono a Hamas e considerano criminale ciò che è successo a Gaza. Perché sanno allo stesso tempo che non possono giocare la carta israeliana e che devono cercare l'unità, il dialogo, i negoziati interni.
L'unità palestinese
Non si tratta di un'unità semplice o livellatrice di differenze, si tratta semplicemente di intendere che nessun passo serio dei palestinesi potrà disconoscere una questione di legittimità interna che non passi attraverso la ripresa del dialogo interno.
Pochi giorni Haled Mashal ha dichiarato al ministro russo Lavrov la sua disponibilità a negoziare con Abu Mazen e a riconoscere la sua autorità. Mashal, così come altri leader di Hamas - anche quando rappresentano la linea dura ma non estrema - sa che l'isolamento di Gaza non porta a nessun reale successo palestinese e capisce che l'unica via d'uscita seria è l'unità.
Le intenzioni israeliane e americane di impedire il dialogo sono il seme di un vero disastro. Chi crede nella pace fittizia con una banda di Quisling, non crede in una soluzione seria. L'unità palestinese è l'unica base seria per dare forza al movimento nazionale palestinese e a coloro che cercano una pace reale fondata sul riconoscimento dei diritti dei palestinesi.
Una formula puramente territoriale che arrivi a questa o a quella mappa, basandosi sulla divisione della Palestina e sull'isolamento di Hamas, genererà solo un'altra guerra e più spargimento di sangue. Hamas è una forza fondamentalista con elementi più che criticabili, però è una forza autentica, nella quale si vedono rappresentati molti palestinesi stanchi della corruzione e dell'inefficacia di Fatah, e in quanto tale Hamas non può essere lasciato fuori da nessun reale processo di negoziati.
Quando gli americani, gli israeliani o il «quartetto» pretendono di seguire il processo di pace senza cercare l'unità palestinese, senza includere Hamas, per cecità e stupidità o per ragioni coospirative peggiori, stanno elaborando la ricetta per perpetuare il conflitto e non per risolverlo. Per arrivare a un vero processo di pace occorre abbandonare alcune delle consegne che sono diventate tanto popolari in Occidente negli ultimi anni. Fare il contrario creerà solo illusioni irrealistiche dalle quali ci sveglieremo solo con più fiumi di sangue.

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