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Media-attivisti in lotta per la Palestina, quando l'intifada corre su Internet

Il miracolo di «electronic intifada», sito web di analisi critica dell'occupazione israeliana. Che negli anni è diventato un potente think tank, e riesce persino a sopravvivere economicamente
29 agosto 2007 - Michelangelo Cocco
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Se il conflitto tra israeliani e palestinesi si combattesse a colpi di articoli giornalistici, newsletter e media attivismo, ci sarebbe già un vincitore: Electronic intifada (www.electronicintifada.net). Inaugurato sei anni fa, questo sito internet d'informazione indipendente negli ultimi tempi ha fatto centro tre volte: s'è imposto come fonte autorevole di notizie, si è riprodotto, aggiungendo Electronic Iraq ed Electronic Lebanon alla «casa madre», ed è riuscito ad assumere i primi due redattori veri e propri, con uno stipendio di circa duemila dollari al mese. Un risultato non da poco per uno spazio web che ospita dibattiti sullo stato unico - visto come unica alternativa ad un insieme di bantustan palestinesi contrapposti a uno Stato ebraico che incorporerebbe anche parte dei Territori occupati nel 1967 - e dove le organizzazioni non governative (ong) denunciano le violazioni dei diritti umani in Cisgiordania.
Tutto nacque poco più di dieci anni fa, nel 1996, durante le proteste contro gli scavi che il governo israeliano iniziò nel tunnel sotterraneo intorno e sotto la spianata di Al-Aqsa, per portare alla luce la Gerusalemme dei re asmonei. «È allora che iniziammo a usare internet - ricorda Ali Abunimah, uno dei fondatori del sito -. All'epoca c'eravamo Nigel Parry, Arjan El Fassed, Laurie King ed io, ma non ci conoscevamo fisicamente».
Fu una mailing list a mettere in comunicazione questi media attivisti residenti in diverse e distanti parti del mondo. «C'era molta più militanza e meno giornalismo rispetto a Electronic intifada» ricorda Abunimah. Il mutamento nella forma attuale avvenne «quando ci rendemmo conto di una crescente domanda d'informazione di qualità, indipendente e credibile», spiega questo palestinese americano, figlio di un ex ambasciatore giordano alle Nazioni Unite: «Allora, nel febbraio 2001, lanciammo Electronic Intifada».
Snocciola volentieri statistiche Benjamin Doherty, che assieme ad Abunimah abbiamo incontrato a Madrid, a margine del corso «Palestina/Israele, un paese uno stato», organizzato nel luglio scorso dalla Universidad Nómada: «I contatti sono tra i 3mila e i 5mila al giorno, ma queste cifre s'impennano nei periodi più drammatici del conflitto o in coincidenza delle guerre», spiega questo bibliotecario che a tempo perso fa il grafico e ha una passione per i Macintosh.
In prima battuta si potrebbe rimanere delusi nell'apprendere che tra l'80 e il 90 per cento dei lettori di Electronic intifada è statunitense: giornalisti, militanti, ma anche diplomatici. Poi però Abunimah, il direttore esecutivo, spiega che quello di sensibilizzare l'opinione pubblica Usa era proprio uno degli obiettivi. «Il dibattito sulla guerra in Iraq - aggiunge Doherty -, con i giornali e i siti mainstream che discutono quasi esclusivamente dei soldati Usa morti ma non indagano sulle cause né sugli esiti del conflitto, testimonia che c'è bisogno di indipendenza come del pane».
Per finanziarsi quelli di Electronic intifada si sono rivolti al settore no profit, perché «i fondi statali sono scarsi e un progetto radicale come il nostro avrebbe pochissime possibilità di ottenere finanziamenti». Con appelli al pubblico sono riusciti a ottenere in media 50mila dollari all'anno, con donazioni mediamente di 100 dollari. Negli ultimi due anni, grazie a finanziamenti provenienti dall'Unione Europea, in particolare dalla ong olandese Icco, il budget dell'intifada telematica ha potuto raggiungere 100mila dollari all'anno.
Questo ha permesso le due «assunzioni». La struttura resta tuttavia decentralizzata: Ali e Banjamin restano a Chiacago, Ariel lavora dall'Olanda, Laurie da Washington e così via. Electronic intifada non ha una linea editoriale rigida, ma su alcuni temi, come il diritto al ritorno dei profughi (stabilito dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite) non transige. «Non siamo perfetti - conclude Abunimah -, ma in giro non c'è nulla di simile. E, soprattutto abbiamo ottimi riscontri: il nostro archivio di oltre 8mila articoli che vanno dalla diplomazia al cinema piace a studenti, attivisti, giornalisti». E annuncia la prossima sfida: tra qualche mese arriverà un accattivante restyling della grafica.

Note:

Guida web
I siti del dissenso

Palestine monitor
Il sito della «società civile palestinese» (http://www.palestinemonitor.org/) fa riferimento a Mustafa Barghouti, candidato alle ultime elezioni presidenziali ed esponente della sinistra palestinese. Tanti gli articoli e le analisi su terra, profughi, Gerusalemme e altri temi chiave del conflitto.

Hagada Hasmalit
Lo spazio web della sinistra radicale israeliana (http://www.hagada.org.il/eng/) ospita articoli di Uri Avnery e interventi a favore del boicottaggio contro lo stato ebraico.

Diritti umani
Il palestinian centre for human rights di Gaza (http://www.pchrgaza.org/) è un'organizzazione indipendente guidata da Raji Sourani.

Notizie alternative
Il sito dell'Alternative information centre, diretto da Michael Warshawsky (http://www.alternativenews.org) è ricco di analisi sul sionismo.

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