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Libano, tempi duri per i palestinesi

Il «Comitato per Sabra e Shatila» nei campi libanesi: profughi ben accolti a Sidone, male nel resto del paese. E non basta prendere le distanze dai gruppi islamisti
12 settembre 2007 - Michele Giorgio
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Ci sono poche persone in Libano come Abdel Rahman al-Bezri che possono vantare tanto consenso popolare e la stima di tutte le forze politiche, ad eccezione dell'estrema destra. Eroe della resistenza all'invasione israeliana del 1982, musulmano sunnita laico, al Bezri oggi è sindaco di Sidone, con il sostegno di un ampio schieramento politico e a lui non può evitare di fare riferimento anche la potente famiglia del premier assassinato Rafiq Hariri, che proprio da questa città cominciò una rapida ascesa politica ed economica. Il sindaco inoltre può essere orgoglioso anche del fatto di aver contribuito a costruire, nel corso degli anni, buone relazioni tra i suoi concittadini e i profughi palestinesi di Ein al Hilwe. «I palestinesi fanno parte del tessuto sociale ed economico di Sidone, il loro benessere è il benessere di tutta la città», spiegava ieri al Berzi rivolgendosi alla delegazione del «Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila». Durante l'incontro è stata affrontata anche la crisi che ha interessato nelle settimane passate Ein al-Hilwe, che ha fatto temere l'inizio di un nuovo scontro all'ultimo sangue tra esercito e miliziani islamici, come a Nahr al Bared. «Alla fine ha prevalso il buon senso delle organizzazioni palestinesi e la linea flessibile dell'esercito, anche se tre soldati sono rimasti uccisi in scontri a fuoco», ha aggiunto il sindaco ricordando che ad Ein al Hilwe operano da qualche tempo due formazioni islamiche, Osbat al Ansar e Jund al Sham, che, come Fatah al Islam si ispirano al jihad e ad al Qaeda.
Ma se un altro disastro è stato evitato, almeno per ora, e a Sidone c'è un sindaco che crede in rapporti stretti da libanesi e palestinesi, non si può dire che le cose vadano allo stessa maniera del resto del paese. I profughi palestinesi, oltre 400mila, cacciati da Israele e giunti 60 anni fa in Libano, non hanno mai goduto di diritti e simpatie e oggi, dopo i fatti di Nahr al Bared, sanno di essere nuovamente a rischio e che la loro condizione potrebbe peggiorare. Girando nei giorni scorsi per i campi, da Burj al-Shemali a Burj al-Barajni fino a Shatila, i leader - ma anche la gente comune - hanno usato parte dei loro discorsi per prendere le distanze da Fatah al Islam, per smentire ogni legame tra i palestinesi e le organizzazioni jihadiste. Parole rivolte probabilmente più ai libanesi che alla delegazione del «Comitato per Sabra e Shatila». La paura che il governo e l'esercito del Libano possano ripetere quanto accaduto a Nahr al Bared e ridurre i già pochi diritti di cui godono i profughi in Libano attraversa i campi e finisce per mettere in secondo piano persino i rapporti molto tesi tra Fatah e Hamas, da quando il movimento islamico ha preso con la forza il potere a Gaza. La crisi peraltro non è finita con la «conquista» di Nahr al Bared da parte delle forze armate. Il capo di Fatah al Islam, Shaker al Absi, non è morto: lo proverebbe l'esame del Dna effettuato nei giorni scorsi. Sarebbe riuscito a fuggire. Il procuratore generale Said Mirza ha detto che il cadavere recuperato non è quello di Absi, anche se la moglie e alcuni religiosi sunniti ne avevano riconosciuto il corpo.
Sultan Abu al-Anain, capo politico-militare di Fatah, domenica a Burj al Shemali ha sostenuto di aver avvisato con largo anticipo le autorità libanesi della presenza di Fatah al-Islam a Nahr al Bared «ma di essere rimasto inascoltato». A proposito dei tentativi portati avanti nelle settimane di combattimenti tra esercito libanese e Fatah al Islam, Abu al-Anain ha aggiunto di aver proposto l'invio di 400 guerriglieri palestinesi a Nahr al Bared per snidare i miliziani islamici e metter fine alla vicenda, ma di aver incontrato l'opposizione di Hamas e del Fronte popolare-comando generale. Circostanza smentita dal rappresentante di Hamas in Libano, Osama Hamdan. «Non abbiamo mai ricevuto una proposta ufficiale - ha rivelato - abbiamo saputo di questa proposta solo attraverso i mezzi d'informazione e in ogni caso andava spiegata e integrata». Non hanno molto di più da dire i rappresentanti delle altre forze politiche libanesi, oltre al fatto che gli «estremisti devono essere espulsi dai campi profughi».
Intanto l'ostilità dei libanesi verso i palestinesi è in forte aumento e in giro si ascoltano sempre più di frequente accuse di ogni tipo fatte ai palestinesi che, a dire di chi le pronuncia, dimenticano di essere solo «ospiti» del Libano. Intolleranza che fa la sua comparsa, forse non a caso, nel momento in cui si sta cercando di costruire una rete di solidarietà per ricostruire Nahr al Bared (occorrono tra i 50 e i 100 milioni di dollari). A Bhenine e gli altri piccoli centri a ridosso del campo, ora ridotto in buona parte in un cumulo di macerie, le popolazioni locali chiedono che Nahr al Bared non venga più ricostruito. Incuranti che alle porte del campo i profughi premano per far ritorno alle loro case e siano disposti a dormire sulle macerie piuttosto che affontare un nuovo esodo.

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