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RIFLESSIONI SUL DOCUMENTO DI GINEVRA

Tutta la comunita' internazionale parla del cosiddetto "accordo di Ginevra" e noi abbiamo deciso di chiedere ai palestinesi di Nablus cosa ne pensano, abbiamo parlato con sindacalisti, politici, professori universitari, gente comune, giovani ragazzi e ragazze e abbiamo cercato di sintetizzare le differenti opinioni raccolte.
3 dicembre 2003 - Presidio di pace a Nablus

Ci sembra prematuro chiamare accordo un lungo documento ufficioso che lascia aperti e irrisolti alcuni nodi fondamentali, quindi preferiamo parlare di "documento di Ginevra".

Come gran parte dell'opinione pubblica europea, anche noi abbiamo accolto con benevolenza e con un certo sollievo questa iniziativa: un piccolo passo, un diverso approccio al conflitto che da 100 anni insanguina questa terra troppo promessa e troppo santa.

Pensiamo che questa crisi non si risolvera' mai se non si abbandona l'opzione militare, e non si riapre il fronte diplomatico, pensiamo che per fare questo ci sia bisogno di riconoscere e identificare la controparte come partner e non solo come nemico/avversario.

Ci e' sembrato, ed in parte ci sembra ancora, che il documento firmato a Ginevra vada in questa direzione.

Molti di quelli con cui abbiamo parlato condividono questo auspicio e questa speranza; si riconosce da piu' parti l'utilita' di "aprire un varco" in una situazione che negli ultimi anni e' sembrata paralizzata e senza via d'uscita. Cosi' come molti sono d'accordo con la necessita' di porre un freno alla politica del governo Sharon che sta' portando, in maniera lenta ma inesorabile, al deterioramento e alla distruzione di due societa' civili: quella israeliana e quella palestinese.

Purtroppo le affinita' tra le nostre aspettative e quelle dei palestinesi finisce qui.

Ci teniamo a chiarire sin da ora che i pareri che abbiamo raccolto sono quelli di una "minoranza informata" della societa' civile di Nablus, non quelli della maggioranza. La maggioranza della popolazione semplicemente non e' interessata all'iniziativa di Ginevra: e' un'altra cosa che cala dall'alto sulle loro teste, qui la disaffezione e la sfiducia verso la politica ufficiale e' reale e palpabile, e la gente comune semplicemente non ne puo' piu' di chiusure, morti e miseria.

Tra quelli che hanno espresso un'opinione motivata e articolata la maggioranza si e' dichiarata contraria al documento, le obiezioni vertono sul contenuto ma sopratutto sul metodo.

CONTENUTI:

Nonostante lo sforzo di renderlo piu' articolato e complesso rispetto ad una semplice "dichiarazione di principi" (c'e' ne sono anche altre che circolano in questo periodo, almeno due delle quali sono abbastanza diffuse: quella di Ayalon-Nusseibeh e quella di Gush Shalom), il documento di fatto risulta in piu' punti lacunoso e incompleto.

Alcune questioni come lo statuto di Gerusalemme, gli insediamenti e i confini dei due futuri stati sono trattate con precisione e ricchezza di dettagli. Altre questioni, altrettanto nodali, come il rilascio dei prigionieri politici, il controllo delle falde acquifere, e la composizione dei differenti organi che devono soprintendere e controllare l'applicazione degli accordi (forza multinazionale, gruppi di contatto e varie) sono demandate ad " allegati x " su cui non ci si puo' esprimere perche', semplicemente, ancora non esistono.

Su di un aspetto importantissimo, quello dei rifugiati, non c'e' nessuna chiarezza, sembra anzi che ognuna delle due parti sia libera di interpretarlo secondo i proprio fini.

Il problema fondamentale, comunque, resta quello legato al rispetto delle due risoluzioni dell'ONU che per i palestinesi sono l'unica base di trattativa, parliamo della 194 che sancisce il diritto al ritorno dei profughi palestinesi e della 242 che impone il ritiro degli israleliani al confine del giugno 1967.

Nel documento si parla della 242 come base delle trattative, non del suo rispetto. Detto in parole semplici significa accettare il principio di due stati e due popoli, ma non il riconoscimento dei confini stabiliti. Infatti si parla di uno scambio di territori: Israele annetterebbe alcuni degli insediamenti e in cambio cederebbe l'esatto corrispettivo di territorio in altre zone.

Gli insediamenti in questione sono quasi tutti lungo la linea di confine, quasi tutti.

I rimanenti sono quelli che circondano Gerusalemme nella sua parte orientale (che dovrebbe costituire la capitale del futuro stato palestinese) incluso Maale Adumin che e' il piu' grande e quello che piu' si spinge in profondita' sulla strada verso Jericho.

In questo modo la parte palestinese di Gerusalemme diventerebbe una specie di "enclave araba" all'interno dello stato israeliano.

Tutti quelli con cui abbiamo parlato trovano questa cosa inaccettabile, la loro imprescindibile richiesta e' che prima bisogna tornare ai confini del 1967 (evacuando quindi TUTTI gli insediamenti) e poi dopo eventualmente si puo' discutere di scambio di territori.

Non occorre ricordare che quando parliamo di insediamenti parliamo di colonie costruite in palese violazione del diritto internazionale dallo stato di Israele dopo l'occupazione della West Bank e della striscia di Gaza.

Ancora maggiori opposizioni incontra la soluzione prevista per i profughi.

La 194 non e' menzionata in nessun modo nel documento di Ginevra, e le diverse alternative menzionate (rientro nello stato palestinese, accoglienza in paesi terzi o nello stato di Israele, risarcimenti e compensazioni varie) sono presentate come "soluzioni al problema dei profughi".

Il riconoscimento del "diritto al ritorno" non e' solo il numero di una risoluzione dell'ONU, e' una questione di principio, per tutti i palestinesi, in tutto il mondo, siano essi profughi o meno.

Nessuno si aspetta che tutti i profughi del 1948 e i loro discendenti (parliamo di circa quttro milioni di persone) possano realmente tornare nello stato di Israele, alcuni anche potendo non lo farebbero, ma senza riconoscere questo loro diritto non e' possibile avviare nessun tipo di trattativa.

METODO:

Sulle questioni di metodo i palestinesi sono stati implacabili e definitivi.

Questo quasi-stato in cui vivono vuole essere una democrazia compiuta, in cui e' la maggioranza a decidere. Questo documento, anche noi lo scopriamo solo ora, e' il frutto di due anni di trattative segrete tra palestinesi e israeliani.

La comunita' internazionale ci presenta i firmatari come "rappresentanti della societa' civile" (e loro stessi si dichiarano tali), come espressione della volonta' dei popoli dei due stati. I popoli dei due stati hanno scoperto qual'era la loro volonta' solo un mese fa.

Non c'e' stata nessuna consultazione preventiva, nessuno ha pensato di sottoporre questa bozza di accordo all'opinione pubblica fino a quando la trattativa non si e' conclusa.

Esattamente come accadde 10 anni fa per gli accordi di Oslo. Essi sono venuti fuori all'improvviso dopo le solite trattative segrete, mentre a Madrid era stata avviata una discussione ben piu' onesta ed articolata, che doveva portare alla pacificazione e alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e tutti i paesi confinanti (Siria, Giordania, e Libano).

I firmatari del documento non sono degli anonimi cittadini, sono tutti personaggi pubblici, intellettuali, e politici di spicco.

Nella percezione dei palestinesi (e anche in quella di alcuni israeliani) questa e' solo una manovra politica di alcuni dei firmatari per guadagnare consensi e aprirsi uno spazio politico all'interno delle rispettive societa'.

Qui nessuno vuole sentirsi obbligato a scegliere se essere favorevole o contrario; alcuni sono assolutamente contrari, altri hanno delle riserve su alcuni punti, tutti rivendicano il diritto di essere coinvolti a pieno nel processo di creazione di uno stato, che se mai nascera' sara' sopratutto il "loro" stato non quello di Yasser Abed Rabbo e soci.

Quando gli abbiamo fatto notare che questa iniziativa sta condensando tutte le forze locali e internazionali che si oppongono alla politica israeliana degli ultimi tre anni, creando le premesse per la caduta del governo Sharon e per una normalizzazione della situazione, ci sorprendono ancora una volta con le loro risposte.

Alcuni ricordano che negli 8 anni del dopo Oslo la maggior parte dei governi israeliani e' stata laburista, e che a loro e' da imputare il suo fallimento. Altri ci dicono di preferire che l'emergenza continui fino a quando non si trovi una soluzione secondo giustizia.

La maggior parte di quelli con cui abbiamo parlato vede nel documento di Ginevra un'ennesimo tentativo per prendere tempo da parte delle leadership di entrambi i paesi, un modo per evitare di affrontare i nodi cruciali del conflitto, rimandando ad un secondo tempo le decisioni piu' difficili da prendere; prolungando in questo modo un periodo di incertezza e sospetto che potrebbe produrre nuove e piu' cruente escalation.

La sensazione che ricaviamo dalle cose che abbiamo sentito e' che il documento di Ginevra se diventasse un accordo di pace conservando la sua forma attuale non getterebbe affatto le basi per una pace storica costruita sulla fiducia reciproca tra i due popoli.

Note:

Il testo dell'accordo in italiano si trova qui: http://www.assopace.org/conflitti/palestina/L'accordo%20di%20Ginevra.htm

Il testo in inglese e' stato pubblicato per la prima volta da haaretz:

http://www.haaretz.com/hasen/pages/ShArt.jhtml?itemNo=351461&contrassID=2&subContrassID=1&sbSubContrassID=0&listSrc=Y

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