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RELAZIONE DI GIULIA PALEGO DELLO S.C.I.

FROM: GIULIA PALEGO

Sent: Monday, March 17, 2003 3:20 PM

Sono tornata dalla palestina sabato sera, ho dormito un po’, poi domenica stavo cercando di fare un po’ di ordine nella mia mente, di realizzare che ero di nuovo in italia, stavo cercando di capire un po’ di cose. E poi è arrivato un messaggio da un amico a rafah, dove sono stata per tre settimane e mezzo, diceva che era successa una cosa orribile, senza specificare. Ho chiamato, ed ho saputo. Erano tutti in ospedale, si sentivano voci, urli, confusione. E Rachel è morta, e da qui non mi sembra possibile, l’ho vista solo qualche giorno fa, abbiamo lavorato molto insieme, ma non starò qui a dire che brava attivista, che splendida persona era. Chi lo vuole capire lo capirà da solo che non è per fare gli eroi che andiamo giù, che non è perché l’occupazione è eccitante e avventurosa. L’occupazione è orribile, la negazione di ogni diritto umano è orribile, e quando capisci questo è così facile prendere la decisione di partire, per capire, per vedere, e poi per cercare di fare qualcosa, qualsiasi cosa sia in tuo potere.

L’azione durante la quale rachel è stata uccisa è un tipo di azione che a rafah abbiamo fatto molte volte. Rafah è al confine con l’egitto, confine supercontrollato e pericoloso. Per rinforzare questo confine, israele sta costruendo un muro. A ridosso del confine si snodano diversi quartieri, subborghi di rafah, ed è in questi quartieri che fino ad ora, dall’inizio di questa intifada, più di 600 case sono state demolite dall’esercito israeliano, per lasciare una “terra di nessuno” tra il muro e la prima casa abitata. Una delle attività principali che l’international solidarity movement svolge a rafah è quella di cercare di proteggere le ultime case rimaste ancora in piedi, e che non sono state ancora abbandonate dagli abitanti(come a volte accade, visto la continua intimidazione messa in atto dall’esercito). Di notte dormiamo in queste case, con le famiglie. nel muro esterno, quello che dà sul confine, ci sono perennemente striscioni che segnalano la nostra presenza. E quando, sia di giorno che di notte, arrivano i buldozer e i carri armati pronti per la demolizione, usiamo i nostri corpi come scudi umani, come protezione, saliamo sul tetto della casa, o rimaniamo davanti ai buldzer, come ha fatto rachel. I soldati non hanno nessun problema ad ammazzare palestinesi, di qualsiasi età, ma con gli internazionali è diverso, o almeno era diverso fno a ieri. Israele deve salvare la faccia, deve salvaguardare i rapporti con gli stati amici. Ma negli ultimi tempi neanche questo principio opera più, e le intimidazioni nei confronti degli internazionali sono aumentate, ed ora questo.

La protezione delle case non è l’unica attività che l’ism svolge a rafah. Il gruppo ha preso contatti con molte associazioni internazionali e palestinesi che lavorano nella zona, abbiamo fatto molti incontri: con associazioni di donne, gruppi giovanili, altri che operano con i bambini; abbiamo aderito ad una manifestazione contro la guerra in iraq, siamo entrati pian piano nella vita della comunità. C’è il progetto di lavorare con le scuole il prossimo mese, e altre mille cose. Il gruppo è pieno di energia, di speranze, di voglia di fare.

Nelle ultime settimane la nostra attività principale è stata quella di proteggere con la nostra prsenza gli operai che stanno riparando 3 pompe dell’acqua, distrutte alla fine di gennaio dall’esercito israeliano. Questa pompe fornivano l’acqua a più del 50 oer cento della popolazione locale, il problema dell’acqua è uno dei più seri a rafah. Il tasso di cloro e nitrato è spesso molto alto, e pericolissimo per i bambini al di sotto due due anni, che posso venire colpiti da una sindrome chiamata “blue baby”.

Dalle postazioni militari e dalle torri israeliane che sono dislocate tutto intorno a rafah hanno sparato spesso nella nostra direzione(quindi in quella dei lavoratori). Prima di partire ho avuto l’enorme piacere di vedere una delle pompe funzionare di nuovo, e così spero che succeda per le altre.

Ci sarebbero mille cose ancora da dire su rafah, sulla striscia di gaza, sulla palestina, sul nostro lavoro lì. Sarà per un’altra volta, sono sempre disponibile a farlo. Ma prima di concludere voglio parlarvi di una speranza. La speranza che questo orribile avvenimento non fermi gli internazionali che vogliono andare in palestina . C’è un gran bisogno della nostra presenza, e in questo momento, con questa guerra pronta da mesi, più che mai.

Prima di chiudere, una cosa mi sembra veramente importante ribadire: rachel è stata deliberatamente uccisa dall’esercito israeliano, non è stato un incidente, e quello che lei stava facendo non era un atto di follia, di eroismo insensato. Stava proteggendo una casa, una casa di un farmacista, con moglie e tre figli, la cui unica colpa era quella di abitare sul confine. Rachel sapeva quello che faceva, lo aveva fatto altre volte, lo abbiamo fatto insieme altre volte. E lo stava facendo perché sapeva riconoscere un’ingiustizia, e voleva disperatamente evitarla. Sentimento questo che dovrebbe essere comune a tutti gli uomini.

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