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IL MURO DELLA WEST BANK

IL MURO DELLA WEST BANK
di Maurizio Cucci

La minaccia più grave per l’attuale situazione nella West Bank è la costruzione del muro che dovrebbe separare i territori palestinesi da quelli israeliani. Il progetto parte da un villaggio vicino a Jenin, nell’estremo nord della West Bank, per scendere verso Tulkarem e Qalqiliya, dove finisce il primo tronco. Da lì proseguirà poi verso Ramallah e Jerusalem per il secondo tronco, infine, il terzo tronco chiuderà il percorso del muro a sud di Hebron. Per un totale di 360 km. Secondo le dichiarazioni d’intenti del Governo Israeliano il muro viene eretto a garanzia della sicurezza dello stato d’Israele entro i suoi confini. Ma ad un’osservazione più attenta si scopre che il muro non segue i confini storici di Israele con la West Bank segnati oggi dalla cosiddetta Green Line, una fascia di sicurezza che divide i due territori, ma penetra in modo irregolare il territorio palestinese, circondando gli insediamenti vicini alla Green Line, procurando nuova terra ai coloni e tagliando fuori interi villaggi palestinesi e fertili terreni agricoli, per un totale di 9.000 ettari.

ANIN
Il villaggio di Anin, sorge sulle colline a nord di Jenin. Quì il muro separerà alcuni insediamenti illegali confiscati arbitrariamente al territorio palestinese. Uno di questi, prima dell’invasione del 1967, era una cittadina palestinese, oggi completamente abitata da coloni israeliani. Quì, prima di costruire il muro, l’esercito israeliano ha seminato i filari di ulivi e i campi con volantini su cui era scritto l’ordine di esproprio militare motivato dalla costruzione del muro, con la possibilità di presentare un istanza per l’interruzione dei lavori presso l’Alta Corte Israeliana.

Sono 4.250 le piante di ulivo sradicate per fare spazio alla by pass road e al muro che dovrebbe proteggerla. Piante vecchie di centinaia d’anni, alcune delle quali note per essere di epoca romana, come del resto il villaggio stesso, i cui abitanti a volte trovano nei campi vetuste monete dell’antico Impero.

Oltre alle piante anche i pascoli per le greggi di pecore sono stati resi inutilizzabili, nonostante la pastorizia sia la principale fonte di reddito per gli abitanti del villaggio.

L’unica strada che da Jenin porta al villaggio di Anin, oggi viene spesso bloccata da un check point che impedisce il transito alle persone ma anche ai prodotti agricoli che non potranno trovare sbocchi appropriati sui mercati vicini.

Sono 680 i lavoratori di questo villaggio che hanno perso il lavoro a causa della costruzione del muro che, nella zona di Jenin, ha ritagliato almeno 1.500 ettari di terreno palestinese a favore dei coloni che vivono negli insediamenti.

Per quanto riguarda l’acqua i coloni ne hanno a disposizione cinque volte più dei palestinesi, che hanno perso il controllo delle loro falde acquifere. Molti sono i palestinesi che tentano di attraversare la nuova linea di demarcazione per andare a lavorare nei loro campi o anche semplicemente per recuperare alcuni dei loro beni rimasti dall’altra parte ma, molto spesso, vengono fermati e picchiati duramente dagli stessi coloni.

Non si può accedere ai campi neppure dalla parte palestinese del muro e una fascia che varia dai 50 ai 90 metri sarà spianata per ragioni di sicurezza.

In queste condizioni di grande difficoltà vivono gli abitanti del villaggio di Anin i quali, nonostante tutto, dichiarano che non abbandoneranno mai la loro terra, rivendicando una pace giusta che gli permetta di vivere in dignità sul loro territorio secondo le risoluzioni dell'ONU.

BARTA’
Il villaggio di Barta’ sorge 30km a sud di Jenin. Il Sindaco ci spiega che nel 1952, alla Conferenza per la divisione dei territori tra Israele e Palestina, Barta’ è stata divisa in due parti dal corso di un torrente che ormai è poco meno di una discarica. La parte ovest del torrente è stata assegnata a Israele e quella est alla West Bank sotto il controllo Giordano che poi vi ha rinunciato in favore di un futuro Stato di Palestina. Il paese è comunque rimasto, di fatto, un unico insieme di edifici abitati da palestinesi e diviso solo idealmente dal torrente che oggi segna il confine della Green Line. Complessivamente vivono a Barta’ 4.200 persone del clan Kabar. Sono 150 le famiglie che vivono a Barta’ ovest con documenti israeliani mentre le oltre 250 famiglie della parte est non possono andare ad ovest senza il permesso dell’Autorità israeliana. I palestinesi sorpresi nella parte ovest senza permessi possono essere condannati per direttissima fino ad un anno di carcere. Inoltre il paese ospita una mezza dozzina di fabbriche che producono; elettricità, abbigliamento, prodotti chimici e beni di prima necessità. Il Suk, composto da oltre 300 negozi, è un centro commerciale molto importante, frequentato anche dai paesi vicini. Complessivamente vengono impiegati nelle diverse attività oltre 3.000 lavoratori. A novembre sono venuti i soldati israeliani che hanno distribuito 74 ordini di demolizione per altrettante case e negozi che sorgono in prossimità del torrente che segna il confine della Green Line da oltre 30 anni, tra queste una piccola clinica privata messa in piedi da un medico locale.

Per quanto riguarda il muro di sicurezza, i cui piani incorporano 670 ettari di terreno palestinese, esso ritaglierà Barta’ fuori dai territori palestinesi attraversando l’unica strada di accesso ed escludendo il paese dal mercato. Cosicchè alla fine Barta’ sarà isolata, chiusa tra la Green Line e il muro in costruzione che la taglierà fuori dai territori palestinesi, strangolandone definitivamente la sua florida economia.

Il sindaco conclude dicendo che nessun palestinese può impedire la costruzione del muro, ma è altrettanto certo che nessuno di noi può accettare la demolizione delle nostre case, per questo abbiamo incaricato un avvocato di seguire la causa in corso presso l’Alta Corte Israeliana, con lo scopo di impedire le demolizioni.

QALQILIJA
Il primo tronco della costruzione del muro si conclude a Qalqiliya dopo 115km dalla sua partenza nei pressi di Jenin. L’area intorno alle città di Tulkarem e Qalqiliya è conosciuta come il paniere palestinese della frutta e della verdura, qui si producono circa il 60% del fabbisogno di vegetali dell’intera West Bank, questa regione, che si estende fino al fiume Giordano, è conosciuta nella Bibbia come Samaria. Il muro che attraversa la regione occupa 150 metri di terreno in larghezza, ed è alto circa otto metri, il risultato è l’erosione di 2.720 ettari di territorio agricolo palestinese. A sud di Tulkarem hanno perso circa 2.000 ettari di terra, inghiottiti dalla costruzione del muro insieme a quattro villaggi agricoli che rimarranno tagliati fuori dai territori. Alcuni di questi villaggi hanno perso tutta la loro terra coltivabile e le circa 30.000 persone che vi abitano non hanno più mezzi per sopravvivere, in quanto le attività principali erano l’agricoltura e la pastorizia. In uno di questi villaggi sono stati sradicati circa 12.000 alberi di ulivo.

Se osserviamo la situazione della città di Qalqiliya vediamo che il muro la circonda lasciando solo uno stretto passaggio per il transito (a sinistra nella foto), che può essere facilmente chiuso, isolandola completamente in qualsiasi momento. Nell'area di Qalqiliya il muro ha inghiottito circa 3.500 ettari di terreno circondando completamente la città. Ci sono attualmente in quest’area 11 villaggi che sono rimasti completamente tagliati fuori dal muro e separati dal territorio palestinese. I loro abitanti non possono muoversi senza l’auto-rizzazione dell’esercito israeliano, rimanendo così deprivati di servizi sociali, sanitari, scolastici ecc... inoltre le attività di scambio mercantile dai villaggi agricoli verso la città e vice versa saranno completamente strangolate.

Intorno a Qalqiliya ci sono circa 29 pozzi che attingono alla falda acquifera più importante della West Bank che produce annualmente circa 4.000.000 di metri cubi di acqua potabile, questa falda verrà tagliata fuori dal territorio palestinese, passando sotto il completo controllo degli israeliani.

Per quanto riguarda le conseguenze economiche a causa della costruzione del muro, osserviamo come oltre 5.000 famiglie abbiano perso i loro terreni agricoli di proprietà, che rappresentavano l’unica risorsa per la loro soprav-vivenza. Insieme a questi oltre 55.000 lavoratori agricoli impiegati presso quelle proprietà hanno perso il lavoro. Se consideriamo che queste 5.000 famiglie non hanno più mezzi di sostentamento e che non possono muoversi liberamente, capiremo come essi saranno costretti a spostarsi oltre il muro in territorio palestinese, aumentando così il numero dei rifugiati.

Infine se ogni famiglia palestinese conta in media otto membri, questo primo tratto di muro ha già prodotto oltre 40.000 nuovi rifugiati potenziali e oltre 55.000 nuovi disoccupati.

Quando, nel 2006, il muro dovrebbe essere ultimato, avrà una lunghezza tripla di quella dell’ex muro di Berlino e sarà alto circa il doppio. Complessivamente sottrarrà alla West Bank il 22% dei territori palestinesi rispetto ai confini del 1948, percentuale che si va ad aggiungere all’attuale 42% già sottratto dagli insediamenti dei coloni e dalle by pass roads che attraversano la West Bank per collegare tra loro gli insediamenti.

E’ chiaro inoltre che la parte sottratta è sempre la più fertile e la più appetibile. Si osserva quindi che gli scopi principali per la costruzione di questo muro sono essenzialmente due:

Il primo consiste nel sottrarre risorse alla sopravvivenza della popolazione palestinese, come le falde acquifere, le terre coltivabili, i pascoli, i mercati e le fabbriche che vengono demoliti o strangolati lentamente con la pressione esercitata dai check points che controllano l’accesso alle città e ai villaggi della West Bank.

Il secondo è di stabilire una nuova linea di confine, con una diversa mappatura dei territori, su cui basare eventuali nuovi negoziati.

In questo contesto non si rilevano ragioni fondate a sostenere la sicurezza dello stato di Israele, ma al contrario, la sicurezza viene continuamente messa in crisi dalle pressioni che le operazioni per la costruzione del muro attuano sulla popolazione palestinese. Per tutte queste ragioni possiamo dire che il muro non viene costruito per motivi di sicurezza ma per impedire ai palestinesi di costruire il loro stato indipendente.

Quando parliamo di stato, intendiamo un’unità territoriale sotto il controllo dell’ANP, ma in questa situazione i palestinesi non possono controllare i loro confini perchè si trovano oltre il muro e anche perchè gli israeliani stanno costruendo due nuove by pass roads per raggiungere gli insediamenti all’interno della West Bank, una nel centro e una al sud, dividendo così in tre parti il territorio palestinese. Rendendo impossibile la circolazione delle persone e delle merci e interrompendo quell’unità territoriale necessaria alla creazione di uno stato palestinese indipendente.

UN NUOVO GHETTO A BETLEMME

Il governo israeliano ha dato inizio di recente alla costruzione del "Muro di Separazione" (lungo 22 km) attorno a Gerusalemme. Il muro dividerà fisicamente dalla Cisgiordania la città intera, Gerusalemme Est e Gerusalemme Ovest. La costruzione del muro altro non è che un modo indiretto di mettere in pratica il progetto unilaterale del "Piano Metropolitano di Gerusalemme". La presenza del muro renderà di fatto irrealizzabile il progetto dei "due stati", con Gerusalemme Est capitale del futuro stato palestinese. Il piano metropolitano di Gerusalemme comprenderà l’annessione di altra terra dalla Cisgiordania, compresa l’area della Tomba di Rachele, così come prospettato nel progetto di costruzione del cosiddetto "contenitore" di Gerusalemme.

Stando agli ordini militari israeliani, il sequestro dei terreni ha valore legale a partire dalla data in cui gli ordini stessi sono stati firmati (cioè il 9 febbraio 2003) fino al 31 dicembre 2005. Si tratta in ogni caso e a tutti gli effetti di un atto di confisca, dal momento che l’IDF avrà il diritto di usare la terra come vuole. Lo scopo reale del sequestro è quello di erigere il cosiddetto "contenitore" di Gerusalemme, una sezione del "Muro di Separazione" in costruzione nel distretto nord della Cisgiordania ed attorno a Gerusalemme. Gli atti unilaterali del governo israeliano fanno parte di una politica che, de facto, contraddice il II Accordo di Oslo firmato nel 1995, laddove chiaramente è dichiarato:

A. Disposizioni riguardanti la Tomba di Rachele, da considerarsi un caso speciale nel Periodo di Interim:

(1) Nel periodo in cui, come indicato, la Tomba di Rachele e la strada principale che da Gerusalemme porta alla Tomba saranno sotto la responsabilità della sicurezza Israeliana, i palestinesi potranno continuare a muoversi liberamente lungo il tragitto della strada stessa.

(2) Allo scopo di proteggere la Tomba tre postazioni di guardia israeliane potranno essere stanziate nell’area della Tomba, sul tetto del "Wafq building" e nell’area del parcheggio.

B. Lo stato attuale e le attività esistenti nell’area della Tomba dovranno essere preservati" (II Accordo di Oslo, Annex 1, Article V, section 7) La mappa consegnata dall’IDF ai residenti attesta la confisca di soli 1,8 ettari di terra da parte dello stato di Israele, mentre in verità circa 300 ettari sono destinati a rimanere isolati al di là del muro. Nell’area sono presenti 35 edifici e una popolazione di 500 persone che rimarranno isolate oltre il futuro confine segnato dal muro. I terreni agricoli sono già stati spianati dai bulldozer per scavare trincee con filo spinato così da impedire ai palestinesi l’accesso a Gerusalemme: moltissimi olivi sono stati sradicati per "ragioni di sicurezza".

La Tomba di Rachele ha sempre fatto parte della città di Betlemme e da sempre è un luogo di pellegrinaggio per persone di diverse culture e religioni. Oggi la Tomba si sta trasformando in un campo militare, in un luogo accessibile solo ai cittadini di Israele. Come pianificato dal governo verrà annessa allo stato di Israele. Tale politica de facto costa ai palestinesi molta della loro terra, delle loro case e dell’eredità di cui hanno avuto cura nel corso della loro storia. Per non parlare dei danni subiti dall’economia palestinese in generale e dall’industria del turismo di Betlemme in particolare.

La gente di Betlemme si appella alla comunità internazionale perché si opponga e voglia mettere fine allo strangolamento della città della Natività. C’è il rischio concreto che gli abitanti di Betlemme finiscano per essere concentrati in un "ghetto" senza sbocchi, senza terra su cui contare per il futuro. La comunità internazionale è chiamata ad intervenire per fermare i furti compiuti da Israele, a Betlemme e negli altri distretti della Cisgiordania, con il pretesto delle "ragioni di sicurezza".

Traduzione a cura diComunità Papa Giovanni XXIII Progetto Go'el

Documento dell'Applied research institute of Jerusalem

www.arij.org

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