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La guerra cieca di Gaza e la resa dei giornalisti

11 gennaio 2009 - Stefano Marcelli (presidente di Information Safety and Freedom)

Il 2009 comincia con una guerra di nuovo vietata ai giornalisti. I cronisti se ne stanno fuori dalla Striscia di Gaza, a spiare bagliori, a leggere agenzie, a raccogliere notizie di seconda mano e analisi, invece di esercitare il proprio ruolo di testimoni diretti degli eventi.
Quello che sappiamo, arriva dalle fonti di propaganda (Israele e Hamas), oppure da alcune Ong e da qualche coraggioso collega palestinese. Siamo nella condizione che si è determinata da anni in Iraq e che esiste in sostanza anche in Afghanistan, provocata in parte dal rischio oggettivo per i giornalisti, ma dovuta anche alla scelta di autorità politico-militari di Paesi democratici come Usa, Gran Bretagna e Israele. Israele sarà pure l'unica vera democrazia del Medio Oriente, ma bisogna dire che è una democrazia dove si attuano molte singolari limitazioni, soprattutto negli ultimi anni. Le ripetute proteste delle associazioni internazionali dei giornalisti (tutte occidentali e democratiche) nei confronti del Governo di Tel Aviv che denunciano censure e anche atti intimidatori violenti, stanno lì a testimoniare di un'involuzione pesante che riguarda tutto l'indirizzo della politica e dell'orientamento culturale di Israele, iniziato negli anni Novanta sotto la spinta dell'integralismo religioso ebraico e della Nuova Destra americana.
E' una deriva che ha percorso tutto l'Occidente negli ultimi quasi vent'anni e che ha colpito pesantemente il giornalismo americano e anche quello europeo (a cominciare dall'Inghilterra) finendo per legittimare l'autoritarismo delle nuove "democrature" nate dalle macerie della Cortina di Ferro o le dittature (formali o sostanziali) diffuse sullo scenario orientale.
L'involuzione autoritaria delle democrazie e l'attenuarsi dell'attenzione ai diritti umani sullo scenario della politica internazionale è denunciato dal fondatore dell'Human Rigth Watch, Aryeh Neier. "In generale, ho l'impressione che vi siano stati più arretramenti che avanzamenti", scrive il vecchio militante amico di Martin Luther King e aggiunge un supplemento di diagnosi: "Gli Stati Uniti hanno perso credibilità come promotori dei diritti umani a livello internazionale... I simboli di questa perdita di credibilità sono Guantanamo e Abu Ghraib".
Insomma, gli Usa, e dietro a loro, tutto l'Occidente, ha smesso di promuovere i diritti umani nel mondo, come aveva fatto nei cinquant'anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Alla caduta del Muro di Berlino, paradossalmente, ha corrisposto non un rilancio e un'espansione sostanziale dei principi democratici, come si poteva ragionevolmente prevedere, quanto, piuttosto, un ripiegamento.
Una tendenza involutiva dal sapore autoritario che si è manifestata esplicitamente dopo l'11 settembre, ma le cui origini e reali motivazioni sono precedenti al Grande Attentato e andrebbero indagate con maggiore lucidità.
Gli Stati democratici hanno proposto ai propri cittadini, utilizzando il più delle volte i media come vittime e carnefici, uno scambio fattuale tra libertà e sicurezza. La stessa formula che regola da sempre i rapporti fra Governi e popoli nelle dittature di tutto il mondo.
Per ovvi motivi, Israele è il laboratorio di prima linea di questa nuova teoria che la sostanza stessa dell'ondata culturale e politica denominata Neo-Dem e che potrebbe essere più semplicemente rubricata come integralismo occidentale. La storia ci insegna che la natura e la denominazione del nemico sono del tutto secondarie all'interno di questo meccanismo, quel che conta, è che un nemico ci sia e che la sua ombra minacci l'incolumità dei cittadini nell'immaginario.
In questo gioco i media hanno un ruolo prioritario in quanto sono lo strumento attraverso il quale si crea l'immagine del nemico e si creano le condizioni necessarie e imporre lo scambio . Secondo i sondaggi, buona parte delle popolazioni dell'America Latina si dicono disponibili a tornare sotto dittature militari e la maggioranza dei Russi afferma che privilegia la necessità di un leader forte rispetto alle libertà individuali, si capisce quanta parte della popolazione mondiale accetti questo scambio.
Appare evidente a tutti che una soluzione all'intricata vicenda israelo-palestinese può venire solo a patto che a Tel Aviv come a Gaza, si riesca a liberarsi dalla morsa della paura reciproca, a uscire dalla logica militare e a investire un'ipotesi di futuro pacifico che garantisca tranquillità e condizione eque ad entrambe le parti.
Ma si può ragionevolmente chiedere questo salto a chi vive da decenni nella paura e nel sangue, quando la stessa morsa attanaglia oggi le menti anche di società che vivono a migliaia di miglia di distanza dal conflitto?
La militarizzazione dei cervelli e delle coscienze è una sindrome politico e intellettuale che rimbalza ogni giorno sui media. I giornalisti hanno il dovere di agire per combattere questa epidemia per vari motivi. Il primo è etico. I media sono in democrazia i garanti del proprio pubblico e anche del corretto funzionamento dei meccanismi rappresentativi. Non possono accettare di abdicare a questo ruolo diventando complici dei governi aderendo a un patriottismo che altro non è che la trasformazione dell'informazione in propaganda.
Il secondo motivo è professionale. La mancanza della giusta distanza (indipendenza) tra media e potere (politico ed economico) fa perdere credibilità ai giornalisti nei confronti dell'opinione pubblica e di conseguenza cala anche il loro potere contrattuale rispetto agli editori che sono sempre più parte degli establishment nazionali o multinazionali. I sempre più diffusi tagli di organici, la progressiva diminuzione di inviati e inchieste a favore di talk show e opinionisti (il più delle volte politici e non giornalisti), sta riducendo di molto lo spessore professionale del lavoro giornalistico e anche il suo riconoscimento economico.
Infine, gli spazi di libertà a disposizione della categoria si stanno registrando ovunque a colpi di provvedimenti legislativi sul modello del Patriot Act.
Il Ministero della Difesa di Tel Aviv finora ha rifiutato agli inviati della stampa straniera il permesso di accedere a Gaza per motivi di sicurezza. Ma la Corte Suprema israeliana aveva stabilito in una recente sentenza che a otto corrispondenti di giornali stranieri doveva essere consentito l'ingresso nella Striscia. L'organizzazione non governativa svizzera Presse Embleme Campagne (Pec) ha intanto accusato lo stato di Israele di aver deliberatamente preso di mira e distrutto alcuni uffici dei mezzi d'informazione locali.
Perché non c'è una mobilitazione dei giornalisti, dei media e delle loro organizzazioni contro questa situazione? E' diventato normale, per i nostri inviati, aspettare fuori della porta e raccontare gli eventi con testimonianze di seconda mano?
Forse sì. D'altro canto, il 2008 si è aperto con le Olimpiadi di Pechino, grande evento mediatico globale truccato e censurato, esplicitamente messo in onda senza nemmeno la più flebile protesta della categoria. E il 2009 si apre con questa guerra cieca nella Striscia di Gaza. In mezzo a questi due eventi ci stanno: 64 giornalisti uccisi, 1 collaboratore dei media ucciso, 673 giornalisti fermati o arrestati, 929 giornalisti aggrediti o minacciati. 353 media censurati, 29 giornalisti rapiti. E' il bollettino di una guerra le cui vittime fanno finta che non sia mai esistita. Di fronte a questa stampa sorda e cieca non bisogna interrogare gli astri per prevedere un altro anno nero per la libertà di informazione nel mondo.

Note:

http://www.isfreedom.org
analisi, documenti e notizie sullo stato di salute della libertà di stampa nel mondo

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