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I Buoni Vicini

"Per la prima volta nella mia vita ho pensato che non vorrei vedere i miei nipoti crescere in Israele. Ho chiamato mio figlio e gli ho detto di portarli in un altro paese per non farli crescere qui. Da ebreo israeliano, il giorno dopo l'attacco a Gaza per la prima volta ho pensato che abbiamo negato ai nostri nipoti la possibilita' di essere dei buoni vicini." Una riflessione amara, da un uomo che, nonostante la grande sofferenza, non ha mai pensato di lasciare il suo paese, Israele.
24 febbraio 2009 - Sofia Filocalossi (nostra inviata)
Fonte: Go'El Apg23

"cercando nei miei ricordi, non riesco a trovare elezioni israeliane tanto noiose quanto quelle del 2009". E' iniziato con un'amara risata l'incontro che lo scorso martedi' ha ospitato Michael Warschawski, Mikado, all'AIC café di Beit Sahour e che ha posto al centro dell'attenzione del numeroso pubblico le scorse elezioni in Israele. "Nessun dibattito, nessuno scontro, nessuna suspance sui risultati finali, a fatica ci siamo ricordati di dover votare".

I dibattiti elettorali, inusualmente "civili", sono in realta' stati il frutto di una totale mancanza di diversificazione tra i partiti concorrenti: politiche sociali e conflitto sono stati ugualmente disquisiti da destra e "sinistra", rendendo quasi impossibile riconoscerne le differenze.

Sulla piovra: i partiti israeliani. Sull'urna: le elezioni

Il prossimo governo sara' senza ombra di dubbio un governo nazionale unito, e cio' che sancira' quest’unione saranno due elementi fondamentali: l'identificazione di un nemico comune e la volonta' di cambiare il sistema governativo. Sistema estremamente democratico che garantisce la presenza anche di partiti minoritari (un partito deve ricevere solo il 2% dei voti per essere eletto) e "proprio per questo tutti vorrebbero cambiarlo…"

Le uniche diatribe saranno scatenate dai criteri di distribuzione dei vari benefici che ognuno dei candidati e' gia' pronto a rivendicare.

Privatizzazione e promozione del libero mercato, il tutto a discapito del welfare, sembrano che siano i punti chiave della politica economica, mentre, per quanto riguarda il conflitto, l'atteggiamento aggressivo è quello piu' condiviso.

Scelta paradossale a meno di un mese dal massacro di Gaza, ma vista la quasi inesistente opposizione che la guerra ha incontrato all'interno dell'opinione pubblica israeliana, sembra che sia l'atteggiamento richiesto dagli stessi elettori.

 

E' significativa la frase scelta da Mikado per far capire il perche' di questa posizione: "In ebraico quando vogliamo mandare all'inferno qualcuno, diciamo vai a Gaza". Gaza non e' una zona geografica a Sud-Ovest della Palestina dove uomini, donne e bambini vivono, e' piuttosto percepita come un' "entita'". E quando si parla di entita' piuttosto che di esseri umani, uccidere diventa lecito. Tanto piu' se questa "entita'" viene fatta coincidere con Hamas, nemico numero uno facente parte di quella minaccia mondiale rappresentata dal terrorismo islamico. Il passaggio da terrorismo islamico a civilta' islamica e' quasi automatico in Israele.

Il razzismo e l'atteggiamento colonialista di Israele sono esattamente cio' che rende impossibile ipotizzare una soluzione al conflitto. Imporre la propria posizione preclude la possibilita' di capire la posizione altrui e impedisce di vedere la situazione con gli occhi della controparte. E' a causa di questo impedimento che tutti i sistemi colonialisti sono falliti ed e' per questo che l'intelligence israeliana "che dopo tutto non e' la peggiore al mondo, rimane sempre stupita": avere le conoscenze non e' sufficiente se non si ha la capacita' di interpretarle, di capirle e di porle entro un quadro piu' ampio. Ma per fare questo bisogna imparare a vestire i panni di chi si ha di fronte e in questo caso Israele non centra l'obiettivo.

Ogni partito ha perso perche' ogni partito ha assunto la stessa posizione rispetto a Gaza, sinistra inclusa. Ed e' stato proprio il massacro di Gaza a sancire la morte della sinistra: "hanno sparato piangendo", passando dal supporto durante la fase iniziale dell'attacco ad un mediocre "forse non avremmo dovuto farlo" a guerra finita.

C'e' stata una decisa e chiara opposizione, ma troppo piccola ed emarginata.

Il partito Meretz ha quindi visto i suoi elettori abituali spostare il proprio consenso verso destra: "perche' accontentarsi della brutta copia quando si puo' avere l'originale?". Rifacendosi all'articolo di Gideon Levy ("Does Zionism legitimize every act of violence and injustice” Haaretz) Mikado ha sottolineato la necessita' di creare un nuovo movimento politico di sinistra capace di liberarsi dal peso del sionismo senza entrare in competizione con i partiti gia' esistenti e differenziandosi da essi.

 

Ha poi evidenziato l'importanza di non far coincidere l'attacco a Gaza con le elezioni: e' stato di sicuro di aiuto ai partiti politici, ma la tempistica dell'attacco e' stata determinata da ben altro. L'ultima settimana dell'amministrazione Bush e' servita alla leadership israeliana per mostrare all'entrante Obama "quanto siamo matti e fino a dove puo' arrivare chi comanda in Israele. Non cercate di spingerci troppo perche' siamo capaci di fare cose molto irrazionali".

Questo messaggio non era ovviamente indirizzato solo al democratico Obama, diventato egli stesso una minaccia data la sua presunta volonta' di porre fine alla guerra contro il grande nemico Islam, ma aveva per destinatario anche il popolo palestinese. Intendeva "ricordare loro chi comanda".

La serata si e' conclusa con la risposta ad una domanda scomoda: "Gli anti-sionisti non dovrebbero lasciare il Paese?"

"In tanti l'hanno fatto, ma questa non e' la mia scelta, mi sentirei un disertore lasciando il mio paese. Certo se volessi una pace veloce sarei nel posto sbagliato. Ma questo e' il posto dove mi trovo."

Dopo pochi secondi di silenzio, Mikado ha condiviso con il pubblico una riflessione intima: "Per la prima volta nella mia vita ho pensato che non vorrei vedere i miei nipoti crescere in Israele. Ho chiamato mio figlio e gli ho detto di portarli in un altro paese per non farli crescere qui. Da ebreo israeliano, il giorno dopo l'attacco a Gaza per la prima volta ho pensato che abbiamo negato ai nostri nipoti la possibilita' di essere dei buoni vicini. E se non possono essere vicini, qualcuno deve andarsene. Abbiamo fallito nell'alzare la nostra voce contro il massacro di Gaza e per un Israele diverso. Abbiamo perso l'opportunita' di diventare dei buoni vicini. Se a me venisse fatto solo 1/100 di quello che i palestinesi di Gaza hanno dovuto subire, direi ai miei figli e ai miei nipoti di non dimenticare mai. Forse i palestinesi sono diversi da me. E' questa la mia speranza."

 

 

 

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