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Hanin

Francesca Marretta

Per andare a Jenin e' sempre meglio alzarsi presto, molto presto. L'attesa degli altri passeggeri del service (i taxi collettivi che i palestinesi usano per gli spostamenti) puo' infatti protrarsi anche per diverse ore, come mi e' capitato quest'ultima volta. Sono pochi in questi giorni coloro che si spostano attraverso la West Bank. Per quanto riguarda Gaza, il sud e' praticamente tagliato fuori (ormai e' la regola), con aperture del check point di Abu Holi per un ora al mattino e una la sera. Ieri addirittura era chiuso anche Herez (check point di ingresso a Gaza). Naturalmente la situazione qui cambia di giorno in giorno. Il punto e' che le cose non sembrano cambiare per il meglio, il che, direi, stanca.
La scorsa settimana, ad esempio, Nablus mi era finalmente sembrata, dopo tanto, un posto che riprende a vivere. L'ultima volta che vi avevo passato qualche giorno, a febbraio, il mercato era spettrale. Ci sono andata il 17 aprile, giorno di mobilitazione per i prigionieri politici. C'e' stata una manifestazione molto sentita nel centro della citta' e nella zona del mercato il suk era affollatissimo. Studenti universitari si concedevano dei tiri di ashisha sulla terrazza dell'Hotel Jasmine. Insomma quasi un ritorno alla normalita' . Il giorno dopo Nazeh Darwazeh, giornalista palestinese dell'Associated Press, ha lasciato per le strade di Nablus la sua telecamera, assieme ai suoi 43 anni. Un blindato ha aperto il fuoco centrandolo alla testa.

Questa morte riporta immediatamente il pensiero del ferimento dell'attivista americano Brian Avery avvenuta con le stessa dinamica (fuoco aperto da un blindato) a Jenin il 4 aprile.
Queste azioni si aggiungono a quelle dell'uccisione di Tom Hurndall, 22 anni di Manchester e di Rachel Corrie, 23, Washington DC, USA.
Il messaggio che l'IDF manda agli internazionali ed anche a chi fa con coraggio il proprio mestiere e' chiaro e non ha bisogno di commenti.
Il numero dei civili palestinesi uccisi nello stesso periodo di tempo e' ben piu' elevato. In questa conta dei morti e dei feriti il totale e' sempre uguale all'orrore dell'occupazione militare di Israele.

A Jenin sono tornata per continuare a monitorare la situazione di alcuni villaggi della zona dove e' in costruzione the defensive fence, secondo la definizione israeliana e the Aparthaid Wall, secondo quella, direi piu' appropriata, dei palestinesi. Ormai le zone del muro le ho visitate un po' tutte: Jenin, Qualquilia, Tulkarem, Betlemme (compresi i villaggi circostanti), Abu Dhis (Gerusalemme), dove il muro e' diverso da quello che si vede nel resto della West Bank ed anche quello che e' stato costruito a Rafah, alto 10 mt, che, pur non facendo propriamente parte processo di bantustizzazione della West Bank, e' stato inserito lo stesso in alcuni report del Comitato Centrale per la campagna contro il muro, perche' le conseguenze dell'innalzamento di questa barriera significano anche qui distruzione totale di tutto quello che c'e' nell'area, ovvero la vita degli abitanti di Rafah, le loro case, le loro, gia' inesistenti, attivita' economiche.
Le storie in cui ci si imbatte, pur nella diversita' e nella complessita' dei singoli contesti, hanno uno stesso filo conduttore: villaggi una volta tra i piu' prosperi ridotti alla stregua di campi profughi; attivita' economiche trasfrontaliere di commercio azzerate, rapina delle sorgenti e dei pozzi, paura per la possibilita' di deportazione di abitanti di alcune zone, il cosiddetto transfer. Il villaggio che ho visitato ieri e' Hanin, dove mi ha accolto Ibrahim Yassin, detto Abu George, che mi ha accompagnato, assieme al Dr.Omar del Medical Relief (struttura che rientra tra le NGO che fanno patre del comitato contro la costruzione muro), in giro per la zona.
Dal '48 ad oggi questo villaggio ha perso il 75% dell'estensione originaria. La fetta di territorio piu' grossa e' stata sottratta con la costruzione del muro (50%). La confisca della terra qui come in molti altri villaggi, significa sopratutto sradicamento di ulivi secolari. Oltre al danno ambientale ed economico, che va ad aggiungersi alla conseguenza primaria, l'annientamento della vita delle persone, c'e' da aggiungere che le zone interessate dalla costruzione del muro sono sottoposte ad estenuanti chiusure e coprifuochi. Ad Hanin, dove la costruzione del fence (qui a nord non c'e' il muro di 8 mt come a ovest, ma un altro tipo di barriera) e' cominciata nel luglio 2002, e' diventato impossibile usufruire delle strutture sanitarie che si trovano a Jenin. Una donna di 32 anni, Intisar Hammad, ha perso un figlio dato alla luce al road blocking. La vita o la morte possono dipendere dal giorno di apertura o chiusura, come si trattasse di qualcosa che puoi comprare al supermercato. Questo naturalmente, non accade solo ad Hanin. E' la realta' dell'occupazione che non trova spazio sulla stampa. La vita degli abitanti di Hanin sconvolta per sempre da un'orrenda barriera elettrificata non interessa, non fa notizia. Dei 3.300 abitanti del villaggio, 600 lavoravano in Israele. Dall'inizio dell'Intifada, qui come altrove, questi lavoratori sono stati sostituiti da altri lavoratori moldavi, tailandesi, turchi, etiopi. Sono 300.000 i nuovi immigrati in Israele che sostituiscono la manodopera Palestinese.
La costruzione del muro ha provocato anche forti traumi tra i bambini, oltre alle conseguenza derivate dallo sconvolgimento della vita delle famiglie del villaggio, i soldati dell'IDF hanno effettuato diverse incursioni nelle due scuole elementari (maschile e femminile), mandando via bambini ed insegnanti.
Nel lasciare Hanin la sensazione di rabbia e di impotenza che mi accompagna e' quella che ho provato molte altre volte. Il pensiero della mancanza di consapevolezza e di attenzione in Europa e nel mondo mi rende ancora piu' depressa. Per concludere la giornata, al primo check point verso la Valle del Giordano, l'ambulanza sulla quale viaggio viene perquisita. I soldati sono molto giovani e tra i piu' stupidi e volgari che abbia mai incontrato. Quello rimasto sul blindato, si alza in piedi sul mezzo e fa pipi' in maniera plateale. Vorrei fotografarlo, ma naturalmente non posso. Gli altri tre mi chedono cosa faccio a Jenin. Rispondo che sto scrivendo un articolo sulle cliniche mobili del Medical Relief e che per questo viaggio con loro. Allora mi dicono di stare attenta perche' gli uomini della zona sono pericolosi per le donne (!!!). Sono molto interessati alla mia press card rilasciata dal ministero dell'Informazione (propaganda) israeliana. Prendo la palla al balzo, faccio la tonta e gli chiedo se li posso fotografare mentre giocano con lo stetoscopio e le altre attrezzature che hanno preso dalla clinica mobile. Siccome sono veramente idioti, si fanno fotografare. Ripartiamo. La faccia di Omar e' una maschera di rabbia e di dolore. I soldati hanno rovistato anche tra le medicine e probabilmente preso qualcosa. La forza dei palestinesi mi colpisce ogni volta. La forza di resistere alle umiliazioni quotidiane senza perdere l'umanita', lo spirito e la forza. L'occupazione spezza le loro vite, ma non e' ancora riuscita a spezzare questa capacita' di resistenza. Israele farebbe bene a convincersene.

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