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    I dati sono allarmanti, le facce delle genti lucane “coperte” di rassegnazione e le storie di quel Cristo che, effettivamente, si è fermato ad Eboli sono sempre più ricorrenti
    1 aprile 2008 - Pietro Dommarco

    craco I dati sono allarmanti, le facce delle genti lucane “coperte” di rassegnazione e le storie di quel Cristo che effettivamente si è fermato ad Eboli sono sempre più ricorrenti, perché mai si è scovata la strada per arrivare in mezzo ai nostri luoghi ameni. Nel tempo odierno, dove molte discussioni politiche sono incentrate sui soliti toni propagandistici di una campagna elettorale riciclata di promesse ed illusioni, il tourbillon prossimo di poltrone sortirà il solito effetto anemico. Nel tempo non molto passato, invece, si sono alternati i comitati pro-Lucania di qualche regione limitrofa con la volontà, soprattutto amministrativa (…mettiamo da parte il senso di appartenenza all’Antica Lucania, almeno per il momento…) di annessione al nostro territorio; progetto, al quale noi lucani - quelli che non se ne sono ancora andati - possiamo aderire soltanto con la presenza di qualche “cristiano”.

    Siamo tutti spopolati, emigrati, disoccupati, cassaintegrati. Per carità, c’è anche chi ce la fa, chi resta, chi non demorde, chi vince, chi si batte, chi si lamenta. La fine è alle nostre calcagna e c’è la necessità di cambiare tendenza; urgono interventi che vadano nella direzione opposta a quella più volte imboccata e serve tanta, tanta chiarezza. Così come chiare sono le parole di alcuni giovani di terra nostra, immortalati dalle telecamere di Anno Zero, nell’ultima sortita giornalistica del programma condotto da Michele Santoro sulla questione petrolio in Basilicata. Ebbene, in una regione dove sono i “vecchi” a combattere e sperare e dove i “giovani” (…quelli del Patto - tanto per intenderci - che non hanno fatto una grinza alle misure occupazionali propinate) aspettano il posto fisso come la venuta dello Spirito Santo, si palesa uno stato di “sana” drammaticità lucana, per un attimo offuscata dai “polveroni elettorali”. Ma si sa, quando poi la polvere si poggia a terra e la radura lontana riemerge sembra tutto passato. Solo nei polmoni di chi l’ha respirata riappare, di tanto in tanto, facendosi tosse asmatica. Ad ascoltare certi discorsi le carni “tremano” e la voce anche, perché il peso allo stomaco di rabbia e delusione si fa, riecheggia nei nostri piccoli centri urbani, quelli delle aree interne, quelli che per raggiungerli ci vogliono ore di macchina, quelli che non hanno un distributore di carburante, quelli che hanno solo mulattiere, quelli che d’inverno per la neve si bloccano per giorni e giorni, quelli senz’acqua, quelli che hanno il petrolio ma non hanno posti di lavoro, quelli che hanno le royalties ma non sanno come spenderle , quelli che danno il territorio in cambio di piatti di lenticchie, quelli che a stento chiudono i bilanci, annaspano nel degrado e cedono il passo allo spopolamento. Sembra demagogia questa, un piagnisteo continuo (...forse...), ma in realtà sono macigni.

    Se a questo “decadere antropologico” innestiamo le cifre relative alle nascite, il quadro è sconfortante. E’ solo colpa del Ministero se le scuole sono a rischio chiusura? Ci sono delle priorità, che devono essere appuntate nelle agende politiche e non solo in prossimità del voto, senza mezzi termini, senza poi (i “se” e i “ma” lasciamoli stare). Qui è doveroso parlare di sviluppo e farlo in un contesto dove le anomalie sono tante. Bisogna decidere da che parte stare, quale programmazione economica dare alla nostra regione: puntare sui parchi, sulla valorizzazione delle nostre bellezze paesaggistiche come traino di un’economia turistica vista l’enorme propensione o puntare tutto sullo sfruttamento del territorio e l’Energia? E in quest’ultimo caso subentrerebbe il ruolo della Sel della quale ancora non si conosce lo Statuto, altresì chiare sono però le intenzioni. Fin quando la partecipazione e il coinvolgimento delle comunità resteranno misure non applicate, fin quando continueremo a finanziare parchi eolici con la Legge 488 e che non creano nessun posto di lavoro, fin quando il controllo sui finanziamenti arrivati sul territorio saranno nulli, fin quando lasceremo cadere nell’abbandono la ricchezza culturale ed artistica dei nostri centri storici, fin quando continueremo ad accontentarci delle minestre riscaldate, sarà cronaca di una morte annunciata. Se si arriva a trivellare in un area destinata a diventare parco nazionale, se si vara un parco-gruviera sventolando drappi vittoriosi, se si afferma che lo
    sviluppo della Basilicata è destinato a percorrere la strada della sostenibilità, del turismo, dell’agricoltura, dell’ambiente al primo posto, nascondendo l’altra faccia della medaglia, quella buia, allora si è destinati a morire. Cronaca di una morte annunciata.
    Fin quando lasceremo campo libero agli imprenditori della domenica (quelli con le spalle coperte ed autoreferenziali come l’humus politicus), alle fabbriche mordi e fuggi, ai seminatori di illusioni senza programmare il nostro futuro puntando sull’innovazione, sullo sviluppo sostenibile (che sia sostenibile davvero), cercando di superare le contraddizioni, imparando ad “ascoltare” i bisogni, puntando sulle qualità e sui necessari cambi generazionali ci rimarrà poco da fare, forse solo un po’ della mia retorica…

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