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    Rifiuti atomici (anche lucani) negli Usa. Ma possono tornare

    I caso di assenso americano, 20.000 tonnellate di scorie partiranno dalle quattro centrali atomiche di Trino, Caorso, Garigliano e Latina, nonché da Saluggia, Bosco Marengo, Casaccia e Trisaia
    11 maggio 2008 - Marisa Ingrosso
    Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno - 09 maggio 2008

    fungo atomico Negli Stati Uniti, è in corso una battaglia in punta di diritto che potrebbe «denuclearizzare » il futuro di lucani, campani, piemontesi, emiliani e abitanti del Lazio. Per loro - come dimostra un documento esclusivo - è in gioco la possibilità di liberarsi di tonnellate di materiale atomico pericoloso. Come si ricorderà, lo scorso marzo, «La Gazzetta del Mezzoggiorno» rivelò in anteprima nazionale che una società dello Utah, la Energy Solutions Inc. di Salt Lake City, aveva chiesto i permessi per importare negli Usa 20.000 tonnellate di rifiuti radioattivi italiani.

    La domanda era stata inoltrata alla United States Nuclear Regulatory Commission (Nrc), cioè la Commissione governativa americana per la regolamentazione nucleare. Come pubblicammo, si tratta di «metalli contaminati, grafite, materia risultante da attività di asciugatura (come legno, carta e plastica), liquidi (come fluidi acquosi e a base organica) e resine a scambio ionico (trattate e non trattate)», che sono resine speciali usate, per esempio, nel trattamento di scarichi radioattivi. «Il volume totale stimato dovrebbe essere approssimativamente di 1.000.000 di piedi cubici», equivalenti a 28.316,84 metri cubi. Il trasporto dovrebbe avvenire via mare. Porti d'arrivo potrebbero essere New Orleans e Charleston (!South Carolina). Dopodiché la Energy Solutions provvederebbe a trasferire il materiale nucleare italiano nel suo impianto del Tennessee (a Oak Ridge) per riprocessarlo.

    Infine, ultimata questa attività di trasformazione, la società si propone di stoccare circa 1.600 tonnellate di scorie in un suo deposito specializzato che si trova nello Utah (Tooele County).

    Ebbene, oggi la «Gazzetta» è in possesso della copia originale della domanda presentata dalla Energy Solutions alla Nrc. Non soltanto conferma quanto è stato appena detto ma, soprattutto, aggiunge dettagli fondamentali. Per prima cosa, si scopre che quell'unico documento contiene due domande d'autorizzazione: una effettivamente riguarda l'import, l'altra però riguarda l'esportazione in Italia. È scritto «nero su bianco» che nel nostro Paese verrebbero rispediti «i rifiuti radioattivi che non possono essere sistemati nello Utah». Si parla di una quantità che «approssimativamente» potrebbe raggiungere le «1.000 tonnellate di rifiuti contaminati radioattivamente ». E va qui precisato che il deposito dello Utah è autorizzato ad accogliere soltanto scorie a bassa radioattività.

    Tanto per l'import, quanto per l'export, il referente italiano indicato dalla Energy Solutions è la Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari). Questa è una Spa che per unico socio ha il ministero dell'Economia e delle Finanze ed è stata incaricata dallo Stato di smantellare, in sicurezza, il patrimonio radioattivo italiano. La Energy Solutions dettaglia alla Nrc anche da quali «fornitori » arriverà il materiale radioattivo: dalle quattro centrali atomiche di Trino (in Piemonte), Caorso (Emilia-Romagna), Garigliano (Campania) e Latina (Lazio); nonché dagli impianti «in via di smantellamento» di Saluggia e Bosco Marengo (entrambi in Piemonte), da quello di Casaccia (in provincia di Roma) e, infine, da quello di Trisaia, nel territorio di Rotondella (Matera).

    Centrali e impianti si ritrovano, pari pari, nell'elenco dei «destinatari» italiani dell'esportazione. Per onore di verità, va qui puntualizzato che - come fedelmente riportato nei due articoli pubblicati a marzo - la «Gazzetta» aveva chiesto alla Sogin dettagli e conferme. L'intenzione era di dare la possibilità alla società di spiegare agli italiani cosa stava accadendo, anziché affidare un argomento tanto importante e delicato esclusivamente a fonti d'oltreoceano. Nel primo caso la Sogin non volle neppure confermare d'aver fatto un accordo per l'export radioattivo con la Energy Solutions; nel secondo la risposta fu un «no comment».

    Comunque, prima di dare il suo fondamentale assenso all'import-export della Energy Solutions, la Nrc ha però dovuto avviare una fase di «informazione e ascolto» della popolazione. La quale, informata, s'è mobilitata con cortei, picchettaggi, manifestazioni, petizioni. Gli americani (e soprattutto alcune sigle ambientaliste) contestano sia l'importazione in sé, sia alcuni aspetti dell'operazione: c'è chi non vuole quelle navi in porto, chi non vuole che il materiale attraversi i suoi confini a bordo di tir o treni e chi, infine, non vuole sia stoccato in territorio americano. I politici non sono rimasti sordi alle pressioni della gente.

    Ieri s'è riunito il Northwest Interstate Low-Level Waste Compact (Nwic), un organo intergovernativo che, dal 1981, si occupa di rifiuti a bassa radioattività e tutela dei cittadini. È composto da otto Stati: Alaska, Hawaii, Idaho, Montana, Oregon, Washington, Wyoming e Utah. All'ordine del giorno c'è la domanda della Energy Solutions e, purtroppo per l'Italia, l'esito della riunione appare scontato. Infatti, il governatore dello Utah, Jon Huntsman, ha già dato mandato al suo rappresentante di bocciare la richiesta di stoccare nel suo territorio i rifiuti italiani. Stando al regolamento, l'assemblea nulla può, se manca l'autorizzazione dello Stato che deve accogliere le scorie.

    Il «no» è inevitabile, quindi. Ed è un «no» di peso, un «no» istituzionale. La Energy Solutions, però, non demorde. Come riporta il «The Salt Lake Tribune» di mercoledì scorso, suoi funzionari hanno affermato che soltanto la Nrc ha voce in capitolo quando si tratta di importazione di rifiuti. I legali della società, inoltre, hanno sottolineato che l'Nwic non ha potestà sulla discarica dello Utah (perché è uno stabilimento di privati), che la sua autorità è di rango inferiore rispetto alle norme federali e che la Costituzione americana impone alla Nwic di non discriminare tra materiali nazionali e d'importazione. Non è dato sapere come si risolverà la querelle ma è senz'altro opportuno che gli italiani stiano all'erta. Non è soltanto una questione interna americana.

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