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    Rifkin: "Ma non è l’atomo la risposta al caro greggio"

    «Ora si parla di energia nucleare come soluzione all’irresistibile ascesa dei prezzi petroliferi. Ma secondo me dovrebbe essere l’occasione buona per ripensare per intero il problema del nostro sviluppo...».
    14 luglio 2008 - Gianluca Sigiani

    mobilitazione pacifica scanzano jonico Jeremy Rifkin, economista e scrittore statunitense, ma soprattutto negli ultimi tempi attivista del movimento per lo sviluppo sostenibile, è venuto in Italia per lanciare un monito: «La sostenibilità è il vero marchio del futuro. Anche nei settori più impensati: la sostenibilità applicata al marketing e al procurement (gli approvvigionamenti aziendali), per esempio, sarà uno dei principali modelli di business per le imprese di oggi e di domani». L’occasione è il secondo incontro By Innovation Day tenutosi nella sede della Borsa qui a Milano, voluto e organizzato da Enrico Rainero & Partners, editore e operatore di marketing e comunicazione.

    Rifkin, fondatore della Foundation on economic trends, quest’anno è stato l’ospite d’onore, in veste di testimonial e sostenitore attivo di questo messaggio, che si applica anche ad un’iniziativa che intende promuovere concretamente il contatto e lo scambio virtuoso fra uffici acquisti e reparti vendita in tema di tecnologie innovative e sostenibili. Un’idea semplice ma strategica, che le organizzazioni incontratesi a Palazzo Mezzanotte (Adaci, Consip, Federmanagement, Ibm, Centro Ricerche Fiat, 3M, Bitolea e tante altre) hanno voluto sancire con un Patto per il Business Sostenibile che dovrà portare all’ottimizzazione dei flussi commerciali e di tutta la supply chain per il maggior numero possibile di aziende. Insomma, come dice Rifkin, le imprese devono collaborare sul terreno dell’acquisto intelligente e sostenibile per migliorare la qualità dei propri processi e favorire una produzione sempre più avanzata e socialmente responsabile. Ma con Rifkin non si può non parlare anche di nucleare.

    Lei ha saputo dell’incidente di Krsko in Slovenia, a pochi chilometri dall’Italia di qualche settimana fa? Che idea si è fatto?

    «Ho parlato con persone che hanno conoscenza di prima mano dell'incidente, e mi hanno tranquillizzato. Non ci sono state fughe radioattive e il governo ha gestito bene tutta la vicenda. Qualche tempo fa, mi è capitato di lavorare proprio con l'amministrazione locale e posso dire che hanno sempre dimostrato una leadership illuminata nel traghettare la Slovenia verso le energie rinnovabili. Non posso dire lo stesso di tutti i paesi europei, ma posso lodare le politiche energetiche di Ljubljana. Il problema con il nucleare è che si tratta di un'energia con basse probabilità di incidente, ma ad alto rischio. Ovvero: non succede quasi mai niente di brutto, ma se qualcosa va storto può essere una catastrofe. Come Chernobyl. Non si può non tenerne conto».

    Oltre alla sicurezza intrinseca degli impianti, che a quanto lei ci dice è in parte ancora da verificare, quali altri problemi vede nello sviluppo dell’energia nucleare?

    «Sicuramente quello che non sappiamo ancora come trasportare e stoccare le scorie. Gli Stati Uniti hanno straordinari scienziati e hanno investito 8 miliardi di dollari in 18 anni per stoccare i residui all'interno delle montagne Yucca dove avrebbero dovuto restare al sicuro per quasi 10 mila anni. Bene, hanno già cominciato a contaminare l'area nonostante i calcoli, i fondi e i superingegneri.

    Davvero l'Italia crede di poter far meglio di noi?

    L'esperienza di Napoli non autorizza troppo ottimismo. E questa volta i rifiuti sarebbero nucleari, con conseguenze inimmaginabili. Non è finita. Secondo me si porrà presto, se il nucleare riprenderà ad espandersi, un problema di combustibile. Stiamo qui ad osservare terrorizzati la fine dell’era del petrolio, mentre stando agli studi dell'agenzia internazionale per l'energia atomica anche l'uranio comincerà a scarseggiare già dal 20252035. Esattamente come il petrolio sta per raggiungere il suo picco produttivo. E quindi, come per il petrolio, i prezzi sono destinati a schizzare presto all’insù. Ciò si ripercuoterà sui costi per produrre energia togliendo ulteriori argomenti a questo progetto. Aggiungo un altro punto ancora: c’è chi dice che si potrebbe puntare sul plutonio. Ma io ricordo loro che con quello è più facile costruire bombe. E in questo momento il presidente americano George Bush e molti altri governanti fanno un gran parlare dei rischi dell'atomica in mani nemiche, e minacciano apertamente l’Iran se questo porterà avanti il suo programma nucleare».

    Nel suo libro "La creazione del Worldwide Energy Web e la redistribuzione del potere sulla Terra" lei propugna la creazione di una sorta di rete dell’energia planetaria. Abbiamo capito bene?

    «Io dico che visto gli avanzamenti tecnologici i tempi sono maturi per la creazione di un grande network fra i principali paesi democratici dove si riesca a stoccare energia di riserva, utilizzando per esempio le potenzialità ancora inespresse dell’idrogeno, e poi a distribuirla fra chi ne ha bisogno. A questa rete, è la vera innovazione, dovrebbero contribuire tutti: dai grandi produttori nazionali fino ai piccoli e piccolissimi produttori di energia, in tutti i modi possibili, territoriali e locali. Sarebbe una nuova rivoluzione industriale, una sinergia fra tecnologie di rete e sfruttamento delle risorse energetiche, pari a quella che è stata per esempio la diffusione dei mezzi di comunicazione e di informazione, dai primi telegrafi fino a Internet per la società globale».

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