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    Inchiesta petrolio: "Fumo negli occhi"

    Se dovessero venire alla luce altri misfatti il piagnisteo persecutorio a cui stiamo assistendo, troverebbe la strada sbarrata. Ora l'opinione pubblica potrebbe essere “dirottata” lontano dai problemi reali.
    27 dicembre 2008 - Pietro Dommarco

    oleodotti in val d'agri La Basilicata è nuovamente alla ribalta delle cronache nazionali. E come nella maggior parte dei casi, la loro natura è di carattere giudiziario. Il presunto giro di tangenti ed appalti pilotati – ha visto coinvolti - tra una sfilza di nomi “eccellenti”, noti e meno noti - l'Amministratore delegato di Total Italia, Lionel Levha (custodia cautelare) e il deputato del Pd, Salvatore Margiotta (per il quale la giunta per le autorizzazioni della Camera ha rigettato la richiesta di arresto). A seguire, con il conseguente sequestro preventivo di beni mobili, terreni e fabbricati (che di fatto bloccano i lavori del Centro Oli Total di Corleto Perticara) - per un valore stimabile di quasi 50mln di euro - dei quali, oltre 40mln fanno capo all’imprenditore Francesco Ferrara (accusato di aver promesso una tangente da 200mila euro, al sopraccitato Margiotta) si sono spalancate le porte di quella che potrebbe diventare in breve tempo – allargandosi a macchia d’olio – l’inchiesta più pesante ed incisiva degli ultimi anni. Se dovessero venire alla luce altri misfatti ed emesse delle condanne, il piagnisteo persecutorio a cui stiamo assistendo, troverebbe la strada sbarrata. Nell'attesa di saperne di più, l'attenzione dell'opinione pubblica potrebbe essere “dirottata” lontano dai problemi reali. I sentori di “specchietti per le allodole” ci sono. Fumo negli occhi, insomma.

    L'inchiesta del Pm di Potenza, Henry John Woodcock, dimostra come alla devastazione ambientale occultata e sommersa possa accomunarsi – nell'atto pratico – un sistema del malaffare, fondato sui profitti illeciti di imprenditori e politici senza scrupoli. Si è di fronte al sintomo di una vera e propria rapina del territorio, conseguenza della debolezza di una classe politica incapace di guardare alle esigenze reali delle comunità, che guarda più agli affari privati che agli interessi della collettività. Si è di fronte all'umiliazione di una terra costretta a convivere quotidianamente con il ricatto occupazionale, mentre i giovani continuano ad emigrare. Questo per dire che le attuali vicende, al di là di come si concludano, rappresentano solo l'altra faccia del problema petrolio e dei suoi molteplici aspetti, ancora oscuri ed irrisolti. Alla luce del sole, invece, c'è la crisi istituzionale in atto, tendente ad un processo di irreversibilità (a dispetto di ogni “questione morale” che si voglia) e per effetto della quale, i nostri amministratori, evidentemente “intontiti”, continuano a tacere sulla gestione poco accorta di questi anni, sulle devastazioni e sulle svendite territoriali, sui “piatti di lenticchie” e sui rischi per la salute dei cittadini. Dovrebbe essere il momento di fare autocritica, invece, si procede a tentoni, per tentativi.

    Mi suona assolutamente strano e beffardo come mai - proprio ora - il Governatore della Regione Basilicata, Vito De Filippo, parli di necessaria “costituzione di una centrale unica degli appalti regionali, con un comitato di sorveglianza autorevole e allargato anche all'esperienza di chi ha svolto funzioni in altri poteri dello Stato", lanciando una proposta che dovrebbe ricadere in "un patto di crescita e di coesione che assicuri desideri realistici e buone ambizioni alla Basilicata". Io, personalmente, mi sento preso i fondelli. E che dire di chi propone – usando la clava populista fondata sull'ipotesi di complotto contro la Basilicata, sottacendo anni di connivenze con le lobby e le multinazionali del petrolio - moratorie petrolifere che, seppur condivisibili, non possono oscurare in questo momento drammatico, precise responsabilità politiche. Potremmo discutere all'infinito sui “pompieri” di questi giorni che, finalmente, dopo tanto silenzio possono destinare lodi alla Total (“E' diversa, non è come l'Eni, questi ci tengono di più alla nostra terra”), trovando spazio su una stampa locale che se da un lato, ci fa la cronaca quotidiana, dall'altro non affonda il colpo, anzi.

    Il silenzio genera mostri, potremmo dire. Quello legato, ad esempio, ai mancati monitoraggi ambientali è raccapricciante. Le mancate verifiche urgenti delle prescrizioni ambientali per il Centro Oli Eni Val d'Agri, contenute nel Decreto Legislativo del 05/02/1999 (dei Ministeri dell'Ambiente e dei Beni Culturali) per il mancato monitoraggio di tutti i parametri degli inquinanti in esso indicati (Idrogeno solforato, benzene, IPA, COV - unitamente alle “fantasiose” risposte del Commissario Ambiente dell'Unione Europea, Stavros Dimas, dimostrano l'esistenza di un muro di gomma. Infatti, circa l'assenza dei parametri europei per le emissioni di H2S (Idrogeno Solforato) non è dato sapere quali siano le dosi ottimali, considerando che quelle presenti nella normativa italiana sono state giudicate dannose dagli Stati Uniti. Gravissima lacuna che avvantaggia l'industria e danneggia la salute dei cittadini. In secondo luogo - dall'UE – interrogati sulle emissioni pericolose nei pressi del Centro Oli lucano, rimandano al sito web della Regione Basilicata. Ma basta aprire il portale istituzionale (dal quale sembra essere sparito anche al link che riporta alla sezione “petrolio”), per accorgersi che mancano proprio i dati degli inquinanti più pericolosi citati prima. C'è da dire che i dati della Regione Basilicata relativi agli anni di riferimento 2006 e 2007 non sono stati ancora comunicati – previa richiesta della competente Commissione Europea ed, in questa direzione, la stessa comunica di aver adottato misure volte ad acquisire i dati mancanti. Un paradosso che si tinge giallo. I limiti per stabilire la pericolosità degli inquinanti immessi nell’aria sono fissati in base alle quantità effettive di greggio estratto. Non conoscendole ufficialmente, non possiamo stabilire che le quantità di inquinanti rientri nell’illegalità. L’Eni controlla se stessa, il monitoraggio è assente, gli Enti preposti anno spallucce e la UE fa la “gnorri”. Chiedere spiegazioni è quindi lecito, oltre che legittimo.

    In conclusione, l'aspetto positivo riscontrabile in questa inchiesta è che oggi i riflettori mediatici si sono accesi su una regione martoriata. Si spera che la luce non venga completamente spenta domani, illuminando le coscienze collettive sulla necessità di riappropriarsi del proprio destino che, certamente, non può essere rappresentato dallo sfruttamento delle fonti fossili. Bisognerebbe guardare ad energie dolci, rispettose dell'ambiente, che in Val d'Agri vengono sottomesse a sporchi interessi.

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