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Gli occhi del Venezuela capaci di futuro

3 ottobre 2005 - Davide Rossi (Delegato svizzero per il SISA / FESAL –E (Federazione Europea del Sindacalismo Alternativo dell’Educazione))


Scendi dall’aereo e subito un berretto rosso e una divisa militare ti accolgono e tu puoi salutare questo soldato con un conviviale “compañero”, una differenza vissuta con maggior intensità dai 3500 giovani colombiani – la delegazione più numerosa - venuti al XVI° Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti da una terra in cui i soldati svolgono una terribile repressione. Migliaia di studenti e di giovani lavoratori, 17mila partecipanti per oltre 140 nazioni rappresentate, tra cui alcune che cercano di diventarlo, come il Sahara Occidentale e altre che lottano ogni giorno per essere rispettate, come la Palestina. Insieme per immaginare un mondo più giusto ed esprimere la più sentita e autentica solidarietà ai venezuelani.
È una festa, un’incontro che ci porta a dormire nelle case che alla nostra partenza, come già molte altre, diverranno il primo tetto per tante famiglie che da tempo immemorabile hanno conosciuto solo le baracche. È uno sviluppo impetuoso, serio, rivoluzionario, è una nazione che trova finalmente il coraggio del riscatto. Il presidente Chavez ha portato - alla maggioranza assoluta di un popolo che vive ancora negli sterminati barrios alle periferie delle città e in campagna - istruzione, libri per le biblioteche familiari, cure sanitarie, un’alimentazione equilibrata grazie alle mense popolari. Il contrasto con i centri commerciali è stridente, al loro interno gli eterni sfruttatori del paese passeggiano senza farsi avvicinare dal pensiero che solo oggi il Venezuela stia riconoscendo dignità a ciascun cittadino, dal latte per i bambini, all’alfabeto per gli anziani, ben due milioni di persone recuperate al piacere e all’importanza della lettura e della scrittura. Incontrando queste persone, provate da una vita difficile e con capelli ormai canuti, si viene travolti e conquistati dalla loro emozione, sono diventati cittadini, ti trasmettono il senso profondo e universale dell’uguaglianza. Hanno letto la nuova Costituzione del loro paese, hanno scoperto che non devono esistere padroni e servi.
Proprio nei centri commerciali in cui le donne e gli uomini delle baracche non sono mai entrati, ne hanno chiesto di entrare, parlando di Chavez e del suo governo si ricevono taglienti, sprezzanti risposte, subito seguite dal silenzio, perché in un riverbero di coscienza il loro delirio disperato li porta almeno a riconoscere che sì, in effetti, tutti dovrebbero avere un paio di scarpe. Nei loro occhi si legge la paura di chi comprende bene che non potrà continuare a possedere, ad avere, nel peggior senso consumistico. La loro sconfitta è scritta in sguardi che non hanno strumenti per immaginare una convivenza democratica con tutti i loro concittadini, ma che son capaci solo di ambire al perpetuarsi dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ma questo sfruttamento in Venezuela non è più possibile. Bush – chiamato Mister Danger - infatti dorme sonni inquieti perché sa che solo la violenza potrebbe interrompere quest’esperienza. Il popolo, un popolo semplice, tenuto nella condizione di non avere strumenti culturali sino a poco tempo fa, ha trovato un percorso e riconosce nel suo presidente una guida verso la dignità e i diritti, praticati ogni giorno e non proclamati.
All’apertura del Festival Chavez saluta e ringrazia i delegati presenti e intona “allerta, allerta, allerta che cammina, la spada di Bolivar per l’America Latina.” Sono parole che tutti a Caracas cantiamo, le idee di pace e di giustizia qui prendono anche la forma di centinaia di murales politici, che invitano a pagare le tasse, a partecipare. Chavez spiega il progetto bolivariano, il sogno che sta costruendo con il suo popolo, nonostante la stampa e le televisioni di destra svolgano una propaganda forsennata e contraria. Chavez parla tranquillamente, lascia il tempo di pensare, è chiaro, il popolo lo ama probabilmente perché è sincero. Dice: “stiamo realizzando il socialismo del nuovo secolo, una rivoluzione bonita”, un percorso di riscatto degli ultimi nella democrazia e nella libertà. Saluta Cuba e Fidel Castro ma cita, non a caso, Salvador Allende. Gli sfruttatori del paese che Allende chiamava “mummie”, Chavez li definisce “squallidi”. I paralleli sono molti, in Cile il rame, allora così importante per le telecomunicazioni, qui il petrolio, con riserve superiori al medioriente; ugualmente risulta immeditato un parallelo tra i progetti sociali, l’aggressione dei mezzi d’informazione, i murales come strumento di comunicazione. Anche per questo Chavez fa appello ad una nuova superpotenza, quella dell’opinione pubblica internazionale.
Viaggiando poi attraverso la gloriosa piana della battaglia di Carabobo che ha sancito l’indipendenza nel 1824, si raggiunge San Carlos di Cojedes. Tra una natura rigogliosa e lussureggiante partecipiamo alla festa per la prima “restituzione” della terra ai campesinos, che vivono dopo secoli d’attesa l’agognata fine del latifondo. Ci chiedono di portare un saluto, gli occhi si velano sommersi dagli sguardi di questi lavoratori della terra, volti scolpiti da generazioni di fatica, sole e sudore. Trovo un filo nei diritti dell’uomo, nel diritto alla vita, alla terra che dà la vita, soprattutto se liberata dai padroni. I campesinos applaudono, sento che salutano a ragione in loro stessi gli artefici di un presente in movimento verso la giustizia, la libertà, l’uguaglianza.
Molto occorrerebbe ancora raccontare, sei medici cubani degli oltre 25mila che prestano servizio gratuito nel paese sono stati uccisi dai fascisti che trovano insopportabile l’uguaglianza, la ferrovia sta rinascendo, riducendo così l’inquinamento, alcune autostrade sono diventate gratuite e ristrutturate dopo la cacciata di proprietari interessati solo ai profitti dei caselli, si moltiplicano le cooperative, si aprono scuole materne ed elementari, corsi superiori e università, migliaia di venezuelani recuperano la vista ogni anno grazie al ponte aereo quotidiano con l’Avana.
Ma quello che merita d’essere ricordato del Venezuela e di questo Festival sono gli occhi di tanti e tante venezuelani di tutte l’età che abbiamo avuto modo d’incontrare, certo, la solidarietà e lo scambio tra noi delegati giunti da tutto il pianeta sono stati molti e calorosi, ma soprattutto loro, i venezuelani, stanno costruendo un’esperienza nuova e capace di futuro. Sentono di costruire giustizia e contribuire all’affermazione della dignità di ciascun essere umano, percepiscono l’importanza del loro cammino, sanno che hanno, fraternamente al loro fianco, ogni democratico della terra. Il loro progetto come i loro occhi guardano lontano e questo futuro di giustizia si chiama, carico di storia e di novità, bolivariano e libertario come il braccio del “Che” nella celebre canzone di Carlos Puebla, socialismo.

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