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l'intervento

Messa in latino e chiesa unica, il balzo indietro di Benedetto

13 luglio 2007 - Frei Betto (domenicano e scrittore, autore fra l'altro della biografia di Gesù «Uomo tra gli uomini» (Sperling & Kupfer))
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Papa Bendetto XVI torna a sorprendere il mondo cristiano con la decisione di consentire il latino nelle celebrazioni liturgiche e di proclamare la chiesa di Roma come l'unica vera chiesa di Cristo.
Tutti siamo debitori delle nostre radici culturali. Non si può valutare un testo fuori dal suo con-testo. Questo vale per ogni persona. Joseph Ratzinger, ora papa, è un tedesco imbevuto del pessimismo intellettuale di Hannah Arendt e di Karl Popper, filosofi anti-utopisti. Entrambi furono militanti di sinistra, lei in Germania, lui in Austria. Entrambi, dopo aver rinnegato le idee rivoluzionarie, caddero nell'errore di identificare l'utopia con il totalitarismo. In questo modo si chiusero al futuro, per la gioia di quanti insistono in un altro grave equivoco: identificare la democrazia con il capitalismo.
Quando l'essere umano abbandona l'immaginazione creatrice, il suo futuro gli appare come minaccia. Il nuovo gli fa paura. Quindi si rifugia nella nostalgia, come se nel passato stesse il migliore dei mondi. E' una sorta di ritorno all' Eden biblico, al «paradiso perduto» di Milton, alla sicurezza dell'utero materno diagnosticata da Freud.
Per accentuare l'elitisimo di una chiesa ostaggio di Costantino nel mondo latino, la nobiltà clericale adottò come idioma una lingua in decadenza, il greco. Crollato l'impero romano e disgregatasi l'unità europea, la chiesa conservò un altro idioma in disuso, il latino. Così, i sacri misteri erano trattati in un linguaggio inaccessibile alla plebe. Nel secolo XVI, nel Pernambuco, Branca Dias fu accusata dall'Inquisizione di un grave delitto: possedere una Bibbia in portoghese. Neppure la constatazione che era analfabeta valse a salvarla. La lingua vernacola era vista come profana.
Non sarà il latino ad attrarre verso la chiesa cattolica i poveri, che preferiscono i pastori capaci di esprimersi nel loro linguaggio. Gesù non parlava greco o latino. Parlava aramaico e capiva l'ebraico. A me piace il latino nei canti liturgici, come quelli gregoriani. Ma quanti fedeli capiscono la messa in latino? Temo che la vivano come celebrazione di una mera esperienza estetica, residuo di una chiesa esiliata nel suo passato, di spalle al futuro.
Sarà la chiesa di Roma l'unica vera chiesa di Cristo? Allora perché Roma ha soppresso dal Credo il passaggio per cui noi cattolici crediamo nella «chiesa cattolica, apostolica, romana», come io pregavo nell'infanzia? Adesso si dice solo «credo nella santa chiesa cattolica», ciò che implica il suo carattere universale e apostolico ma non romano.
E rende ancor più difficile l'ecumenismo quell'altra affermazione di Benedetto XVI secondo cui riconoscere il vescovo di Roma, il papa, come guida di tutte le chiese è la condizione per l'unione delle comunità ecclesiali cristiane. Il Concilio vaticano II insiste nel rinnovamento e nella conversione di tutte le chiese, compresa quella di Roma, come requisito essenziale per l'unità perduta, prima con lo scisma fra Oriente e Occidente nel 1054, poi con la riforma di Lutero nel secolo XVI. Il Concilio raccomanda alla chiesa di Roma di riconoscere gli elementi di verità presenti nelle altre chiese. Di prestare attenzione in ciò che unisce e non in ciò che separa.
Ecco cosa dice il catechismo ufficiale della chiesa cattolica, firmato dal cardinale Ratzinger nel 1998: «Molti elementi di santificazione e di verità esistono fuori dai limiti visibili della chiesa cattolica: la parola scritta di Dio, la vita, la grazia, la fede, la speranza, la carità, altri doni interiori dello Spirito santo e altri elementi visibili. Lo Spirito di Cristo si serve di quelle chiese e comunità ecclesiali come strumenti di salvezza, la cui forza viene dalla pienezza delle grazia e della verità che Cristo ha affidato alla chiesa cattolica. Tutti quei doni provengono da Cristo e conducono a Lui e chiamano, per loro stessi, verso l'unità cattolica» (819).
Gesù non ha mai condizionato il merito del suo amore all'adesione alla sua parola. Fece il bene senza guardare a chi. Non pretese che, prima, la donna fenicia, il servo del centurione romano o la vedova di Naim credessero nella sua predicazione per meritare, dopo, la guarigione. Non disse mai a nessuno di loro: «La mia fede ti ha salvato» e disse invece: «La tua fede ti ha salvato».
L'unità dei cristiani non sarà mai raggiunta attraverso la via scoscesa dell'autorità, ma solo attraverso quella della carità, della tolleranza, della nostra umiltà nel riconoscere i propri errori ed essere capaci di trovare quel che c'è di positivo, di evangelico nelle altre chiese e denominazioni religiose.
Il primato dell'amore è l'unico capace di garantire l'unità della fede nella diversità delle culture. Ora e sempre, Cristo è la guida della chiesa e noi, i fedeli, siamo le differenti membra del suo corpo.

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