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L'informativa racconta nei dettagli il tentativo di disgregare il paese

Bolivia: le ingerenze statunitense rese pubbliche in documenti declassificati dal Dipartimento di Stato americano

Dalle elezioni del 6 Dicembre si capiranno le vere intenzioni dell'amministrazione Obama verso La Paz e l'intera America Latina

10 settembre 2009 - David Lifodi
Fonte: www.bolpress.com - 18 settembre 2009

Un anno fa la strage di Pando (11 Settembre 2008) segnò uno dei punti più drammatici nelle violenze perpetrate dall'estrema destra separatista dell'Oriente boliviano: trenta campesinos uccisi durante una manifestazione dai paramilitari dell'Unión Juvenil Cruceñista. Il giorno prima Philip Goldberg, ambasciatore statunitense in Bolivia inviato appositamente dall'amministrazione di Bush figlio allo scopo di destabilizzare il paese, era stato cacciato dal presidente Evo Morales, convinto che la sua presenza fosse dovuta solo alla disgregazione dell’unità nazionale.
Adesso, una serie di documenti decriptati dal Dipartimento di Stato Usa dal mese di agosto e quindi visibili a tutti, svelano le politiche di destabilizzazione statunitense nei confronti della Bolivia tra il 2001 e il 2008: le parti salienti sono state pubblicate dall'agenzia di notizie boliviana bolpress.com, ma la loro consultazione è disponibile cliccando su www.vicepresidencia.gob.bo/desclasificados.html. Tutti possono scaricare i documenti in formato pdf che mostrano una tra le più moderne politiche di indebolimento e disgregazione di un paese sperimentate dagli Stati Uniti e dirette principalmente in prima persona dalla famiglia Bush negli ultimi anni.
L'informativa proveniente dal Dipartimento di Stato americano è scritta nero su bianco: non c'è alcuna possibilità di smentita o eventuale fraintendimento. Le principali aree in cui la destra repubblicana (ma non solo) ha scelto di lavorare sono cinque, vanno dalle politiche repressive contro i cocaleros nel Chapare, passano per il tentativo di addomesticare e controllare le organizzazioni popolari rafforzando al tempo stesso i processi autonomisti in corso e terminano con il progetto di indirizzare in un certo modo le elezioni politiche e riformare i partiti politici presenti nel paese. Le politiche di destabilizzazione della Bolivia sono state pianificate tramite tre "agenzie di cooperazione" finanziate direttamente dallo stato stesso allo scopo di promuovere attività di ingerenza nel paese prescelto. Si tratta in primo luogo della già conosciuta National Endowment for Democracy (Ned), fondata nel 1982 in piena era Reagan e supportata dalle principali lobby repubblicane, conosciuta per i suoi generosi finanziamenti a tutti i governi reazionari di Centro e Sudamerica durante il corso degli anni '80 (oltre che alla Fondazione Cubano-Americana di Miami). Seguono il National Democratic Institute (Ndi), sorto per lavorare e instradare giovani ritenuti progressisti e democratici a lavorare per un cambio sociale nella direzione voluta dagli Stati Uniti, ma che di per se stessi sono di destra moderata o comunque appartenenti a partiti tradizionali (e quindi tutt'altro che indipendenti), e la Usaid (l'Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale), la più pericolosa per la sua risoluzione nel creare conflitti e rovesciare con violenza governi non graditi alla Casa Bianca.
Le ingerenze maggiori degli Stati Uniti nella storia contemporanea della Bolivia sono cominciate nel 2001. Una visita dell'allora presidente boliviano Quiroga a Bush padre non rappresenta solo l'occasione per parlare di lotta al commercio della droga, ma fornisce un assist imperdibile per ragionare su come fare terra bruciata intorno ad Evo Morales (in quel periodo deputato e leader dei cocaleros del Chapare, e nel documento virgolettato si parla espressamente di indebolire la base politica di appoggio ad Evo), mettere in chiaro la volontà di esportare il gas boliviano in California attraverso il Cile, lotta contro il narcotraffico (leggi mettere fuori gioco i movimenti sindacali e i coltivatori della foglia di coca del Chapare). Quiroga obbedisce e militarizza il Chapare.
Il 2002 trascorre invece nel tentativo di indirizzare le elezioni presidenziali secondo i desiderata degli Stati Uniti. L'allora ambasciatore in Bolivia Manuel Rocha si presenta ammonendo l'elettorato boliviano, che "deve valutare le eventuali conseguenze derivanti dal voto a politici legati al narcotraffico o al terrorismo", riferendosi di nuovo a Morales e al dirigente campesino Quispe (in seguito a capo del Movimiento Indígena Pachakuti - Mip) e dopo aver diretto un'operazione poliziesca che porta in carcere oltre un centinaio di cocaleros, tra cui numerosi esponenti di spicco. Si cerca inoltre di isolare politicamente il Mas, il partito definito da Washington "antisistema", dopo che per anni alla Casa Bianca erano abituati alla presenza di partiti tradizionali di impostazione liberista e per nulla intenzionati ad opporsi alla svendita del loro paese e della sovranità nazionale. Lo scopo è quello di evitare la rinascita della sinistra nel paese, tanto che nei documenti declassificati si può leggere la preoccupazione del governo per la sola elezione a deputati di rappresentanti del Mas e del Mip sotto la presidenza di Sanchez de Lozada, uno dei presidenti più fedeli agli Stati Uniti di tutta l'America Latina. Il massacro dell'ottobre 2003 contro le enormi manifestazioni di movimenti e società civile (noto come la "guerra del gas"), voluto dallo stesso Sánchez de Lozada in persona, sostenitore dell'esportazione del gas in California via Cile su pressione degli Stati Uniti, convince l'Usaid a sostenere con ancora maggior forza e finanziamenti i partiti moderati (che in realtà non si caratterizzano propriamente come tali) quali il Movimiento Nacionalista Revolucionario (Mnr, da cui proviene proprio Sánchez de Lozada) e l'Acción Democrática Nacionalista (Adn).
Il resto è storia recente: l'appoggio offerto a Carlos Mesa (vicepresidente di Sanchez de Lozada, costretto a fuggire dalla rivolta popolare), il tentativo di orientare le politiche sugli idrocarburi, e ancora uno sforzo per cooptare leader indigeni e portarli dalla parte opposta a Morales, senza conoscere assolutamente il territorio e sottovalutando il ruolo e l'importanza di una città come El Alto, dove l'organizzazione e l'identità indigena spesso hanno scavalcato lo stesso Morales, che nel 2005 riesce comunque a diventare presidente. Cambia l'ambasciatore, non più Rocha, al suo posto Goldberg, già campione di destabilizzazione nella sua precedente esperienza in Kosovo. Le spinte verso una balcanizzazione della Bolivia aumentano con i referendum nei dipartimenti separatisti (Tarija, Santa Cruz, Beni e Pando), ma Morales e il Mas sono riusciti a rimanere a galla.
E' utile ricordare che il prossimo 6 Dicembre in Bolivia si svolgeranno le nuove elezioni presidenziali che, oltre alla scontata presentazione del ticket Morales-Linera per il Mas (Movimiento al Socialismo), hanno registrato il ripudio, da parte di numerose organizzazioni nazionali e internazionali, di Leopoldo Fernandez, ex-governatore del Pando e responsabile morale (se non proprio il mandante) del massacro dell'11 Settembre 2008, che intende candidarsi come vicepresidente in coppia con Manfred Reyes Villa, altro personaggio poco presentabile della politica boliviana e leader nel recente passato del partito di estrema destra Nueva Fuerza Republicana (Nfr). In questa circostanza sarà interessante vedere la politica di Obama verso il continente sudamericano: in Honduras sono riusciti a rimanere i vecchi metodi e personaggi della destra repubblicana ad avere mano libera, le elezioni in Bolivia segneranno un vero crocevia sulle intenzioni dei democratici nei confronti dell'ex cortile di casa.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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