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Tav e centrali idroelettriche al centro della contestazione

Brasile: un bilancio della “rivoluzione dei 20 centesimi”

La fragilità del Pt e le sue contraddizioni
24 luglio 2013 - David Lifodi

 

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La “rivoluzione dei 20 centesimi” che ha scosso il Brasile nelle ultime due settimane di giugno (ed oltre) ha ottenuto un primo risultato, quello di spingere la presidenta Dilma Rousseff a proporre una piattaforma di cinque punti che comprende la riforma della politica, la responsabilità fiscale, un piano per la mobilità, maggiori risorse a sanità e istruzione. Difficile capire se si tratterà di modifiche di spessore al sistema economico e sociale brasiliano. Inoltre, il piano di Dilma Rousseff dovrà passare dal Congresso per essere approvato.

In primo luogo è allo studio un Plano Nacional de Mobilidade Urbana che privilegi il trasporto collettivo: del resto era stato proprio da qui che era scaturita la “rivolta del biglietto gratuito”. Il fatto di porre attenzione al trasporto pubblico è un fatto senza dubbio positivo, ma cozza con i progetti ad alta velocità di cui il Brasile si fa allo stesso tempo promotore. In un paese che ha le tariffe di trasporto tra le più alte del continente e nel quale i collegamenti all’interno delle megalopoli brasiliane non sono dei migliori (in molte città le linee della metro sono insufficienti o non esistono affatto), il governo ha finito per privilegiare le grandi opere connesse ai mondiali di calcio in programma per l’estate 2014. Di conseguenza il tren bala, definito così dai brasiliani perché viaggia alla velocità di un proiettile, non rafforza il sistema del trasporto pubblico, il cui miglioramento principale e necessario dovrebbe essere quello di garantire treni urbani, interurbani e interregionali o comunque sulle medie distanze. Al contrario, la maggior parte del Piano di Infrastrutture 2011-2014 è destinato essenzialmente all’alta velocità, poiché la preoccupazione principale del governo è quella di dare l’immagine di uno stato sviluppato e pronto ad accogliere i turisti che giungeranno in Brasile per assistere alla massima competizione calcistica. Il progetto dell’alta velocità brasiliana, unico in tutta l’America Latina, gode dell’appoggio economico del Banco Nacional de Desarrollo Económico y Social, ma, osservano i comitati popolari sorti per contestare le spese relative alla Coppa del Mondo, trasporterà solo il 5% dei passeggeri che utilizzano quotidianamente la metropolitana. L’intento del governo è quello di utilizzare l’alta velocità per collegare San Paolo e Rio de Janeiro e ridurre il traffico per le strade che portano attualmente alle due megalopoli, ma questo non servirà certo a diminuire i proverbiali ingorghi di auto che caratterizzano le maggiori città del paese. Più semplicemente, il problema sarà spostato dalle rotte di collegamento extraurbane a quelle urbane, con le strade nei pressi delle stazioni Tav delle megalopoli che si intaseranno, mentre i centri di medie dimensioni al di fuori della linea dell’alta velocità resteranno difficilmente raggiungibili, senza contare che per edificare tutto questo interi quartieri saranno riqualificati e, di conseguenza, la gente che vi abitava sarà costretta a trasferirsi altrove. Infine, il problema della Tav è strettamente connesso ad altre due questioni, una relativa alla necessità di avere a disposizione una costante produzione energetica, l’altra rivolta alle privatizzazioni degli hub del trasporto. Per quanto riguarda il primo aspetto, il governo è riuscito a far passare la contestatissima costruzione della centrale idroelettrica di Belo Monte come un progetto “di interesse nazionale” (come del resto ha fatto con la Tav), togliendo alle comunità che vivono nella zona le risorse naturali necessarie al loro sostentamento e producendo un impatto ambientale devastante, caratterizzato dagli sgomberi delle persone dalle loro case e dall’ apertura delle porte al capitale straniero, fino a facilitarne il loro ingresso nel paese con agevolazioni fiscale di ogni tipo, proprio come propugnano i sacerdoti del neoliberismo. È in questo contesto che progetti in se stessi lodevoli, è il caso del Sistema Único de saúde, destinato ad accogliere migliaia di medici provenienti dall’estero (sebbene anche questo abbia suscitato numerose polemiche), finiscano per non avere alcuna rilevanza di fronte alle grandi opere quali la Tav o la costruzione della centrale idroelettrica di Belo Monte. Altrettanto controverso è il tema relativo alle privatizzazioni. Durante la campagna elettorale che poi si concluse vittoriosamente, Dilma Rousseff si dichiarò contraria, salvo poi rivestire lei stessa un ruolo decisivo nella privatizzazione di alcuni tra i più grandi aeroporti del paese. In una situazione in cui la democrazia brasiliana appare comunque fragile, vittima sia di una tra le elite più ricche e al tempo stesso più conservatrici e antisociali dell’intero continente, che cavalca strumentalmente la protesta, sia degli errori del Partido dos Trabalhadores (Pt), i cui vertici hanno fatto fin troppe concessioni all’oligarchia terrateniente e alle destre, restano assai incerti i contorni delle elezioni presidenziali in programma per il 2014. La popolarità della presidenta è in netto calo, sebbene abbia garantito che ad ottobre si terrà un referendum sulla riforma politica che riguarderà il finanziamento ai partiti, il sistema elettorale e il voto segreto in Parlamento. Proprio i partiti, soprattutto quelli di sinistra, avrebbero bisogno di un tale rinnovamento da consentire loro di recuperare un rapporto con la società civile e i movimenti sociali che appare attualmente quantomeno difficoltoso. Al contrario, le politiche sociali del Pt, orientate alla redistribuzione della ricchezza, non hanno mai inciso realmente sul reddito di cittadinanza, né hanno messo realmente in dubbio gli ingranaggi del monopolio capitalista e oligarchico che governa il paese. Inoltre, lo stesso Pt, nato in origine dai movimenti contadini, dalle comunità di base, e grazie alla presenza di militanti provenienti dal mondo dei sindacati e della sinistra rivoluzionaria, ha finito per trasformarsi in una formazione politica in cui una parte della dirigenza è infestata da caudillos e fazioni in guerra tra loro È in questo contesto, sottolinea Guillermo Almeyra in un articolo scritto per il quotidiano messicano La Jornada, che le forze conservatrici cercano di impedire la riorganizzazione delle correnti di sinistra all’interno del Pt e, al tempo stesso, provano a destabilizzare il governo tramite un appoggio del tutto strumentale alla protesta volto a indebolire Dilma Rousseff, Lula (che pure in un seminario tenuto all’Università Federale di São Bernardo do Campo, San Paolo ha tenuto a ribadire il suo appoggio alle mobilitazioni, dimenticando però di evidenziare come la sua politica sia stata sostanzialmente a favore dell’agroindustria, dell’estrattivismo e delle grandi imprese) e ottenere consensi elettorali in vista delle presidenziali del 2014.

Solo il trascorrere del tempo ci dirà se le mobilitazioni che hanno risvhegliato il paese avranno inciso davvero in un Brasile che, pur sotto le presidenze di Lula e Dilma, non ha mai risolto davvero le disuguaglianze che affliggono il gigante dell’America Latina: proseguire sulla strada del “progressismo neoliberale” (per utilizzare una citazione sempre di Guillermo Almeyra), potrebbe essere molto rischioso.

 

 

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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