Diritti Animali

Il posto dei lupi è dietro la rete?

Visita al «parco faunistico» delle Cévennes, dove i lupi hanno una storia
La popolazione del più noto, mitico e temuto degli animali predatori europei sta tornando a crescere un po' ovunque, sulle Alpi (anche in Italia) e altrove. Ma il valore e il senso della presenza dei lupi divide profondamente gli umani
2 ottobre 2004
Virginio Bettini
Fonte: www.ilmanifesto.it
1.10.04

Lupo Verso il parco dei lupi del Gévaudan il paesaggio del Massiccio centrale sembra prepararti ad un'esperienza impossibile, con un brusco passaggio dei profili geologici, un cambiamento del quadro morfologico che ti mette in allerta. Dalla strada verso Mende e Marvejols scorgo i margini del Parco nazionale delle Cévennes e, se le ore ed i giorni non fossero contati, mi perderei sicuramente nei boschi alla ricerca del lupo, tra le conifere del Mont Lozère. Non sarà così. Continuerò a vedere questo paesaggio naturale medievale dal finestrino per arrivare ad un recinto nel quale i lupi sono tenuti in cattività. Scelta indubbiamente autolesionista, ma motivata dal fatto che il lupo degli uni non è il lupo degli altri. Dal 1992, da quando il lupo è tornato nelle Alpi ed in altre aree dell'Europa, sembra impossibile trovare una testimonianza univoca e coerente sulla sua presenza. Gli ambientalisti sono in feroce polemica con gli allevatori ed i pastori, mentre amministratori locali, ministri, giudici e tribunali dribblano il problema lupo o lo pongono in prospettive lontane anni luce dal corretto contesto ambientale.

Abbattimento autorizzato

Il ministro dell'ecologia francese Serge Lepeltier ha autorizzato, il 19 luglio, l'abbattimento di quattro lupi, responsabili dell'uccisione di un centinaio di capi. Gli ambientalisti hanno presentato ricorso ed i tribunali amministrativi di Nizza e Marsiglia hanno sospeso la decisione. Il Consiglio di Stato si sarebbe dovuto pronunciare venerdì 20 agosto. Non so come sia andata a finire. Quello che so è che la Convenzione di Berna sulla protezione della fauna selvatica autorizza la caccia al lupo se questa non nuoce alla sopravvivenza del predatore e, ovviamente, nel caso in cui si siano avuti danni rilevanti al bestiame pascolante. Gli ambientalisti, ed è anche la mia posizione, sostengono che la presenza del lupo testimoni delle buone condizioni ambientali dell'area. Il lupo, insomma, sarebbe una sorta di indicatore, non tanto del ritorno ad uno stato mitico anteriore alla sua domesticazione, quanto di una condizione di equilibrio tra uomo ed ambiente.

I molti difensori del lupo che ho incontrato negli ultimi mesi in Svizzera, Francia ed Italia hanno una loro ipotesi di lavoro, un loro progetto per consentire al lupo di convivere con la nostra civiltà: un maggior numero di cani pastore con il bestiame, il raggruppamento degli animali pascolanti in luoghi sicuri per la notte, la diminuzione del numero dei capi di bestiame in funzione di un maggiore controllo del gregge.
C'è poi un altro punto da considerare: l'allevamento ovino, in gran parte, sopravvive grazie agli aiuti degli stati e dell'Unione europea, manifestandosi sempre più debole a fronte della concorrenza della Nuova Zelanda e, in casa nostra, della Gran Bretagna.
Il lupo c'è, cresce del 20% l'anno e la sua presenza sembra un'ulteriore cartina di tornasole della non sostenibilità di un allevamento brado economicamente assistito che non compensa certo la dura vita del pastore, le baite isolate, il prezzo basso della carne di pecora che ormai non garantisce più la copertura dei costi di produzione.
Sono questi i pensieri che mi stormiscono nella testa come il vento tra i boschi di quercia delle montagne delle Cévennes, ma vado verso un lupo diverso, un lupo in cattività, un «lupo incanito», una DisneyWolf del Massiccio centrale, un luogo nel quale, camminando ai margini dei recinti, sotto una pioggia impalpabile e limosa trovo la stessa atmosfera di un campo di concentramento, dove la falsa abbondanza è segnata dal lancio di carni, a forconate, da un fuoristrada verso lo sguardo triste e perduto dei lupi che i cartelli dicono portati qui dalla Polonia, dal Canada, da Mongolia e Siberia. Sono lupi che ho visto liberi, felicemente minacciosi, nelle steppe mongole alla fine degli anni `70, in Polonia, più volte nel mio peregrinare fra i paesi socialisti prima della caduta del muro, ai margini di molte aree di sosta nei parchi canadesi.
Incrocio di storia e leggenda

Difficile spiegare razionalmente la ragione di questo «Parco faunistico» collocato proprio là dove storia e leggenda si sono incrociate a partire dalla metà del `700, quando quest'area di pochi abitanti e pochi villaggi fu teatro di quello che la leggenda ricorderà come la Bête du Gévaudan. Il primo giorno del luglio 1764 veniva scoperto il corpo di una ragazzina di quattordici anni sbranato da un lupo. Non bastarono i forconi dei contadini in una caccia impari per cui prima arrivò l'esercito, 3.000 dragoni, poi cacciatori professionisti inviati da Luigi XV. Lo scontro durò per tre anni, fino al giugno 1767 quando, in un breve lasso di tempo, vennero abbattuti due lupi di dimensioni notevoli. Il bilancio del triennio è terrificante: un centinaio di morti tra la popolazione nell'area che oggi si colloca tra il Parco regionale dell'Auvergne ed il Parco nazionale delle Cévennes, dove ora passa la A75. I lupi abbattuti, a loro volta, furono alcune centinaia.

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La bestia del Gévaudan inizia la sua carriera nell'aprile 1764, quando una contadinella viene attaccata da una bestia in un bosco nei pressi di Langogne. La ragazza scampa all'attacco grazie alle sue mucche, che tengono a bada la belva con le corna, e descrive poi così la bestia: «grande come un vitello, petto ampio, testa e collo robusti, muso da levriero, gola nera, due affilati denti laterali». Tre mesi dopo la belva fa la sua prima vittima, sbranando una ragazza di 14 anni; poi, in pochi mesi, aggredisce e uccide una decina di persone, per lo più donne e bambini. Il governo invia nella regione il capitano dei dragoni Duhamel con 56 uomini. L'ufficiale e i suoi cacciatori riescono a scovare la belva, ma non ad ucciderla. Nell'occasione, però, Duhamel ha il tempo di osservarla e si rende conto che non è un lupo ma uno strano ibrido. La bestia nel frattempo continua a seminare il terrore. Re Luigi XV decide di sostituire Duhamel con Denneval, il capo dei suoi «lupattieri». Denneval è convinto che l'animale sia un lupo, e quando riesce ad abbattere un grosso esemplare di questa specie pensa di aver risolto i problemi: ma aggressioni e morti continuano. Molti cominciano a pensare che la bestia sia soprannaturale. Luigi XV sostituisce Denneval con de Beauterne, il suo ufficiale portafucile, esperto in materia di caccia. Nel settembre 1765 de Beauterne abbatte un lupo enorme, col pelo folto e strane striature sul dorso: ma neanche questa volta la bestia viene fermata. La paura continua a regnare nella regione almeno fino al giugno 1766, quando un certo Jean Chastel uccide un altro grosso lupo. Il cadavere dell'animale viene esposto per qualche tempo e poi spedito a Parigi, dove giunge 50 giorni dopo, in un tale stato di decomposizione che il re lo fa seppellire subito. Da quel momento le aggressioni e gli avvistamenti diminuiscono molto, fino a cessare del tutto nell'estate 1767. Ma che cos'era la belva di Gevaudan? Le ipotesi sono disparate: c'è chi pensa che si trattasse di un branco di almeno tre lupi di grossa taglia; altri credono che la bestia fosse un grosso felino scappato da un circo, oppure una iena importata dall'Africa, addomesticata e poi inselvatichita di nuovo; altri ancora che fosse un incrocio tra un lupo e un cane molosso, e obbedisse agli ordini di un qualche padrone. Probabilmente, se allora chi di dovere avesse svolto le indagini con maggior acume e minor sete di gloria, oggi avremmo qualche risposta in più.

La leggenda ha alimentato la favola. In memoria e ricordo della bestia di Gévaudan, lo studioso dei lupi Gérard Ménatory ha voluto questi recinti, che delimitano i 35 ettari in cui sono raccolti un centinaio di lupi che corrono, giocano, ti osservano, si confrontano ed aggrediscono, si occupano dei cuccioli, si contendono il cibo.
Il parco tematico esiste dal 1985, ma non credo abbia raggiunto il proprio dichiarato obiettivo di riabilitare il lupo agli occhi della gente che, numerosa, dopo essere passata dal museo che illustra la vita di questo stupendo ed affascinante animale, percorre come stordita ed incredula i margini dei recinti.

Feroce e sanguinario?

Il lupo è stato descritto spesso come un animale feroce e sanguinario - non sempre a ragione - e la paura ha sempre accompagnato la gente che lo avvicina: l'attuale discussione sulla necessità degli abbattimenti nelle Alpi francesi, svizzere e italiane lo sta a dimostrare. L'incontro con i lupi di importazione nei recinti di Sainte-Lucie in Gévaudan dovrebbe avvenire in maniera meno circense. Mi aspettavo un'area di maggiori dimensioni, un osservatorio isolato che consentisse l'osservazione del lupo non come fossimo in uno zoo a cinque stelle. Un ambiente che fosse realmente in grado di far capire che il lupo caccia solo per nutrirsi, che la sua vista ed il fine odorato lo collocano tra i predatori e non necessariamente tra i nemici dell'uomo. Locandina del Film

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La storia-leggenda della Bestia del Gévaudan, molto popolare oltralpe, ha ispirato un recente film, Il patto dei lupi, del regista francese Christophe Gans: un film di super genere, un horror gotico con una regia barocca e romantica, che deve molto all'influenza di Riccardo Freda e allo stile «Hong Kong». Quando uscì sul grande schermo, nel 2001, fu un trionfo in patria, quasi 6 milioni di biglietti in Francia, e un buon successo fuori dai confini nazionali. È una produzione curata in ogni dettaglio, capace di competere con Hollywood sul suo stesso terreno: un cast incredibile, dai protagonisti (il sexy Samuel Le Bihan e l'ex-campione di kung-fu europeo Mark Dacascos), ai ruoli secondari (Vincent Cassel, Emilie Duquenne, Jérémie Rénier, Monica Bellucci), alle particine (Jean Yanne, Jacques Perrin, Bernard Fresson, Jean-François Stévenin...); collaboratori prestigiosi (il coreografo-cascatore Philip Kwok e il montatore David Wu, della band John Woo; il musicista Joseph Lo Duca...); effetti speciali, curati in parte dal Jim Henson Creature Shop (lo studio responsabile dei trucchi meccanici e digitali di Babe). Il regista Gans, 44 anni di Antibes, viene dalla critica (Starfix, HK Orient-Extrème cinéma) e dall'Idhec, è un fan di Argento e Leone, è studioso del grande cinema di genere europeo degli anni Sessanta. Il suo esordio dietro la macchina da presa è il corto Silver Slime, ha poi realizzato The Drowned, segmento iniziale di Necronomicon, e quindi Crying Freeman, adattamento di un manga giapponese. Ora, dopo Il patto dei lupi, è tornato a girare, sono attesi: Rahan, in post-produzione, tratto dal comics di Roger Lécureux e André Chéret e il lungometraggio ispirato al videogioco per playstation Silent Hill.


La pioggia non impedisce l'incontro con i piccoli lupi della Polonia, giocherelloni ed attenti, con lo sguardo strepitoso del lupo canadese; ma quando da Sainte Lucie prendo la strada verso Marvejols, mi rendo conto che il luogo mi ha lasciato uno strano senso di nausea, come avessi visitato un carcere nell'ora d'aria. La storia leggendaria della Bestia mi resta nella fantasia: nata da misto di psicosi e di paure che più avevano a che fare con la Guerra dei sette anni e con i massacri dentro e fuori i campi di battaglia. Tradurre la vigliaccheria e la violenza umana nel terrore della Bestia è stato facile ed il comportamento non viene meno anche dopo più di due secoli. Ci consoliamo con cappuccetto rosso.
Il Parco tematico ha cancellato la prima delle caratteristiche che ritengo fondamentali per il lupo: la libertà. L'ho incontrato anche nelle Alpi, due volte, nel Canton Ticino, nel 2000 e nel 2002. Tra me e lui c'era la foresta, non la recinzione di un luogo di esibizione a pagamento.

 

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