L’intercultura è la chiave per rendere possibile e non conflittuale un'idea plurale di cittadinanza

Educare a una cittadinanza globale nella scuola

La cittadinanza globale crea ponti per l’uomo planetario - come diceva Ernesto Balducci - e fa valere soprattutto l’umanità comune ai diversi popoli, che crea tra loro dialoghi, accordo, scambi, convergenze, sia pure dentro un processo difficile, non lineare e complesso.
Laura Tussi4 settembre 2020

L’epoca contemporanea che è postmoderna, globalizzata, multiculturale, planetaria, assegna ad ogni soggetto, in quanto persona consapevole e attiva di questo mondo complesso, un’idea e una coscienza nuova di cittadinanza. Un’idea plurale, pertanto problematica oltre che anche in fieri e quindi spiazzante, inquietante, difficile da gestire nel dubbio costante e logorante.

Ogni soggetto abita spazi sociali, appartenenze. E in modo sempre più integrato e conflittuale al tempo stesso. Alla base dell’identità di ciascuno sta l’appartenenza a una società locale, a una comunità i cui saperi, lingua, tradizioni, immaginario, stili di vita sono connessi. È la città, è la regione, è l’area geostorica di riferimento basico per ciascuno. È l’habitat di riferimento e sicurezza e condivisione. Ma che tende a chiudersi in se stesso, a creare sospetti verso minoranze e diversità e anche persecuzioni come assistiamo nei fatti di cronaca. Cittadinanza globale, per una nuova pedagogia

A un altro livello sta oggi la cittadinanza mondiale: che crea Ponti per l’uomo planetario - come diceva Ernesto Balducci - che fa valere soprattutto l’umanità comune ai diversi popoli, che crea tra loro dialoghi, accordo, scambi, convergenze, sia pure dentro un processo difficile, non lineare e complesso. Processo di cui sono interpreti le organizzazioni internazionali, come ad esempio l’ONU soprattutto, e quella cultura dei diritti umani e della pace che sono in cammino con l’agenzia culturale e scientifica dell'ONU che è l’Unesco. Qui si profila una cittadinanza mondiale, interetnica, internazionale, etnica, politica, terrestre in particolare, che cresce con la crescita stessa della mondializzazione, se in essa non si faranno prevalere gli integralismi, i conflitti di civiltà e si valorizzeranno le vie interculturali di formazione di quell’uomo planetario, figlio di una madre terra oramai sull’orlo del collasso e del tracollo. Certo è un iter ancora aperto. È un percorso anche in salita, ma che la riflessione interculturale può aiutare, mediare, sviluppare. Può farsene garante: garante della sua necessità e della sua radicalità e difficoltà insieme, ma anche della possibilità e potenzialità. Proprio l’intercultura si pone oggi come passaggio di una coabitazione delle culture in un medesimo spazio storico pur tollerante, ma legato alla separazione, a una collaborazione attiva sempre aperta e rilanciata e proprio per creare sempre più comunità all’interno dello stesso coabitare.

Scuola come luogo educativo proiettato sulle sfide del nuovo millennio
In un mondo che cambia, non possono che cambiare anche le persone e le istituzioni. Se cambia la società, come addestrarla a affrontare le sfide del nuovo millennio? e la scuola di oggi è chiamata a diventare struttura di educazione per una cittadinanza attiva e globale: per una nuova prospettiva che esige ripensamento dei metodi, dei contenuti, delle proposte innovative.

Questo tema mostra come la ristrutturazione del processo educativo nella cittadinanza attiva, globale, digitale, planetaria, terrestre sia già in atto. Rimane tuttavia un argomento che deve essere approfondito. Non è ancora entrato in maniera soddisfacente nelle strutture pedagogiche ufficiali, ma alimenta molte esperienze in Italia e all’estero, creando una rete alternativa che certamente vale la pena conoscere e far crescere.

L’intercultura è il dispositivo chiave per rendere possibile e non conflittuale tale idea plurale di cittadinanza. La formazione di una nuova coscienza planetaria rivolta a valorizzare la differenza, il confronto, il dialogo, il comprendere. Una coscienza aperta, problematica, vigile, coinvolgente, proiettata sul nuovo e sul futuro. Ma coscienza dialogica che è conoscenza non facile da formare e implica un habitus, un modo di sentire, una gerarchia di valori nuova rispetto al passato il cui vertice è assegnato allo stare nella ricerca e nel dubbio logorante e nella fragilità, piuttosto che nella sicurezza e nella certezza.

La formazione di un’etica nuova sia come costume sia come insieme di valori organizzati proprio nel pluralismo e nel dialogo per la solidarietà. Una etica del comprendere, della responsabilità, della solidarietà posta in più etiche attuali, ma capaci di saldarle dialetticamente insieme e di renderle interattive. Qui relativismo non vale scetticismo e nichilismo, vale pluralismo collaborativo e antidogmatismo. Solidarietà vale come incontro e dialogo e collaborazione in un’ottica di reciprocità tra gruppi, etnie, culture e fedi.

Sono sfide pedagogiche in atto, ma complesse e difficili. Compito della politica e della pedagogia è quello di indicare dispositivi per attraversarne il traguardo da raggiungere nell’orizzonte di un nostro tempo terrestre.

Nella scuola e oltre essa

La scuola deve farsi interculturale, producendo formae mentis critiche e aperte a una nuova visione plurale e dialettica della cultura. In realtà questa è da sempre la funzione della scuola nel suo essere laica, di ricerca, di trasmissione critica della cultura anzi delle culture. Soprattutto in esse va sostenuta, va accompagnata, va stimolata.

In Italia il campo della pedagogia interetnica e della pedagogia interculturale applicata deve attivarsi anche sul fronte dell’informazione e della stessa società civile creando un mutamento di mentalità tramite la stampa, il cinema, i programmi televisivi, la radio e tutti quei mezzi di comunicazione che fanno informazione e che modellano quindi la mentalità. Tramite l’associazionismo, le politiche degli enti locali: queste sono le sue ulteriori vie d’azione.

Percorsi formativi

L’opposizione ai pregiudizi legati alla cultura di appartenenza sono spesso quasi inconsci e connessi al sospetto verso la diversità e all’affermazione della propria superiorità. Questi sono elementi sempre ricorrenti e che si erodono col confronto in un’ottica di relativismo e dialogo e che stanno in tutte le culture.

Attrezzare la mente a pensare la complessità non solo come sistema o rete in modo reticolare e sinergico bensì anche come catastrofe e come labirinto e come rizoma (Jung): come perdita di un ordine e proliferazione di differenze.

Si tratta di formare una complessità aperta necessaria alla “mente ben fatta” (Morin) nel tempo dell’Intercultura. Occorre costruire mente e coscienza educative aperte al valore della differenza fatto emergere anche proprio nella socializzazione scolastica, dando vita a una comunità critica e autocritica, aperta e alla ricerca non di sola integrazione tra i gruppi, ma di una loro reciproca fecondazione.

Verso una cittadinanza globale?

Tra le forme di cittadinanza, l’uomo di oggi in qualsiasi parte del mondo si collochi, deve imparare a gestire e integrare quella connessa alla mondialità, alla cittadinanza globale, planetaria, terrestre che è ancora in gestazione e come tale va curata, coltivata, partecipata e tutelata teoricamente e praticamente. È la frontiera oggi più avanzata difficile e ha bisogno di richiami, di più operazioni costanti, costantemente attive, costantemente rilanciate. Padre Balducci ebbe a fissare nel confronto tra dialogo e apertura il telos primario di tale mentalità e cultura e idea di cittadinanza.

A tali principi vanno affiancati quelli di centralità dei diritti umani per rendere effettiva e efficace tale cittadinanza, la quale postula cooperazione e sostegno reciproco tra i popoli e rispetto reciproco e reciproca capacità di declinare i confini ancora di rispetto: verso assiologie, mentalità, culture, le quali a loro volta stanno insieme fissando nuovi canoni di rispetto e collaborazione e inte(g)razione.

Questi sono appunto i diritti umani: i confini invalicabili del politico, del religioso, del culturale e posti sempre più a matrici ed effetti di ogni collaborazione.

La sfida e la dialettica interculturale

La cittadinanza globale è in sé anche e soprattutto una sfida. E lo è anche nel nesso che deve costituire con altre cittadinanze locali e nazionali che non si cancellano, anzi si rafforzano poiché deve con esse integrarsi ed essere, e da esse differenziarsi.

Così il problema cittadinanza si fa oggi particolarmente pluralistico, tensionale, complesso carico di scarti anche di ritorno all’indietro, deviazioni e così via.

In questa condizione esso va pensato appunto come sfida e progetto per il futuro. Però compito costante da ripensare, da rilanciare, da riorganizzare, da tenere vivo e attivo su molti tavoli normativi e operativi.

Tale sfida per la dialettica e della dialettica può ricondurre il compito dell’utopia alla realtà alla condizione storica, all’agire sociale e al costruire fini comuni.

Dialettica significa tensione, opposizione, negazione e integrazione, sintesi, fusione per farsi pedagogia della cittadinanza attiva attraverso il nesso con il politico, con il sociale e con le stesse istituzioni.

Una pedagogia che ritrovi con decisione identità in modo platonico nell’essere costruzione dell’uomo come conoscenza e coscienza di sé e di un sé aperto e dinamico (Socrate) e insieme essere un progetto sociopolitico, connesso a modelli di convivenza, di integrazione, di appartenenza, di razionalizzazione della stessa appartenenza e di riconoscimento di valori, regole, normative a cui tenere ferma l’azione individuale e collettiva.

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