Conflitti

Dopo la guerra

9 gennaio 2006
Howard Zinn (storico, docente universitario, saggista, e' una delle voci piu' influenti del movimento pacifista statunitense)
Fonte: Centro di ricerca per la pace

La guerra contro l'Iraq, l'assalto alla sua popolazione, l'occupazione delle
sue citta', giungeranno alla fine, presto o tardi. Il processo ha gia' avuto
inizio. I primi segni di ammutinamento stanno apparendo nel Congresso. I
primi editoriali che chiedono il ritiro dall'Iraq stanno cominciando ad
apparire sulla stampa. Il movimento contro la guerra e' cresciuto,
lentamente ma con costanza, in tutto il paese. I sondaggi sull'opinione
pubblica ora mostrano un paese decisamente contrario alla guerra ed
all'amministrazione Bush. Dure realta' sono diventate visibili. Le truppe
devono tornare a casa.
E mentre lavoriamo con crescente determinazione affinche' questo accada, non
dovremmo spingere il pensiero oltre questa guerra? Non dovremmo cominciare a
riflettere, anche prima che questa guerra vergognosa sia terminata, sul
mettere fine alla nostra assuefazione massiccia alla violenza, ed invece
usare l'enorme ricchezza del nostro paese per i bisogni umani? E cioe', non
dovremmo cominciare a parlare di come mettere fine alla guerra, non solo a
questa guerra o quella guerra, ma alla guerra in se'?
Un gruppo di personaggi conosciuti a livello internazionale, e apprezzati
sia per il loro talento che per il loro impegno a favore dei diritti umani
(Gino Strada, Paul Farmer, Kurt Vonnegut, Nadine Gordimer, Eduardo Galeano,
ed altri), lanceranno presto una campagna mondiale per raccogliere dieci
milioni di adesioni personali a un movimento di rinuncia alla guerra,
sperando di raggiungere il punto in cui i governi, dovendo fronteggiare la
resistenza popolare, trovino difficile o impossibile muovere guerra.

C'e' una critica persistente a questa possibilita', che ho udito da persone
provenienti da tutte le aree del panorama politico: secondo cui non ci
libereremo mai dalla guerra, perche' essa viene dalla natura umana.
La confutazione piu' stringente di questa affermazione e' data dalla storia.
Non troveremo mai persone che spontaneamente si affannano a far guerra ad
altre. Cio' che troveremo, invece, e' che i governi devono compiere i piu'
strenui sforzi per mobilitare i popoli alla guerra. Devono allettare i
soldati con promesse di denaro, istruzione; devono mostrare a persone
giovani, le cui opportunita' nella vita appaiono essere assai povere, che
qui c'e' la possibilit? di ottenere rispetto e status sociale. E se questi
allettamente non funzionano, i governi devono usare la coercizione: devono
arruolare i giovani in leve, forzarli al servizio militare, minacciarli con
la prigione se non accettano. Inoltre, i governi devono persuadere i giovani
e le loro famiglie che, sebbene il soldato possa morire, sebbene lui o lei
possa perdere braccia o gambe, o diventare cieco, tutto cio' e' per una
nobile causa, per Dio, per il paese.
Dando uno sguardo all'infinita serie di guerra di questo secolo, non
troverete una domanda pubblica di guerra, ma invece una resistenza ad essa,
fino a che i cittadini non sono bombardati da appelli allettanti, non da un
istinto assassino, ma dal desiderio di fare del bene, di diffondere la
democrazia o la liberta', o di rovesciare un tiranno.
Woodrow Wilson si trovo' con una cittadinanza cosi' riluttante ad entrare
nella prima guerra mondiale, che dovette prendere a pugni la nazione con la
propaganda e la carcerazione dei dissidenti per poter indurre il paese ad
unirsi al macello in corso in Europa.
Durante la seconda guerra mondiale, c'era invero un forte imperativo morale,
che ancora risuona fra la gente in questo paese, e che mantiene la
reputazione di "guerra giusta" alla seconda guerra mondiale. C'era la
necessita' di sconfiggere la mostruosita' del fascismo.
Fu questo convincimento che mi condusse ad arruolarmi nella Air Force, ed a
compiere missioni di bombardamento aereo sull'Europa. Solo dopo la guerra
cominciai a mettere in questione la purezza della crociata morale. Lanciando
bombe dall'altezza di cinque miglia, io non vidi esseri umani, non udii
grida, non vidi bambini smembrati. Ma ora dovevo riflettere su Hiroshima e
Nagasaki, sui bombardamenti di Tokyo e Dresda, sulla morte di 600.000 civili
in Giappone, e di un numero simile in Germania.
Arrivai ad una conclusione per quanto riguardava la psicologia mia e degli
altri combattenti: una volta presa la decisione, all'inizio, che il nostro
partito era quello dei buoni, e che i cattivi stavano dall'altra parte, una
volta fatto questo calcolo semplice e semplicistico, noi non abbiamo piu'
dovuto pensare. Potevamo commettere crimini indicibili, ed era tutto giusto.
Cominciai a riflettere sulle motivazioni dei poteri occidentali e della
Russia stalinista, e mi chiedevo se si erano preoccupati piu' del fascismo o
di mantenere i loro imperi, il loro proprio potere, e se fu per questo che
avevano priorita' militari piu' importanti del bombardare le linee
ferroviarie che conducevano ad Auschwitz. Sei milioni di ebrei furono uccisi
nei campi di sterminio (o fu anche permesso che fossero uccisi?). Solo
60.000 di essi furono salvati dalla guerra, l'uno per cento. Un fuciliere di
un'altra compagnia, uno studioso di storia di cui divenni amico, mi disse un
giorno: "Lo sai bene che questa e' una guerra imperialista. I fascisti sono
malvagi. Ma i nostri non sono molto meglio". Non potei accettare il suo
ragionamento, allora, ma mi rimase in memoria.
La guerra, compresi, crea insidiosamente una comune morale per tutte le
parti in causa. Avvelena tutti coloro che vi si impegnano, per quanto
differenti siano in vari modi, e li trasforma in assassini e torturatori,
come stiamo vedendo al giorno d'oggi. Pretende di aver a che fare con la
rimozione dei tiranni, ed in effetti e' cosi', ma la gente che uccide sono
le vittime dei tiranni. Sembra ripulire il mondo dal male, ma e' una
situazione che non dura, perche' la stessa natura della guerra diffonde piu'
male. La guerra, come in generale la violenza, conclusi, e' una droga. Ti
da' un'esaltazione veloce, l'eccitazione della vittoria, ma poi si consuma,
e allora appare la disperazione.
Io accetto la possibilita' di interventi umanitari per prevenire atrocita',
come in Ruanda. Ma alla guerra, definita come l'uccisione indiscriminata di
un grande numero di persone, si deve resistere.

Qualunque cosa si possa dire sulla seconda guerra mondiale, comprendendo la
sua complessita', le situazioni che seguirono (Corea, Vietnam) furono cosi'
distanti dalla minaccia che la Germania ed il Giappone avevano posto al
mondo, che tali guerre poterono essere giustificate solo trascinandole nello
splendore della "guerra giusta". L'isteria rispetto al comunismo porto' al
maccartismo in casa ed agli interventi militari in Asia ed America Latina,
apertamente e segretamente, che furono giustificati con la "minaccia
sovietica", esagerata abbastanza per mobilitare la gente alla guerra.
Il Vietnam, tuttavia, si rivelo' un'esperienza che porto' alla moderazione,
in cui l'opinione pubblica americana, lungo un periodo di molti anni,
comincio' a vedere attraverso le menzogne che erano state dette per
giustificare tutto quello spargimento di sangue. Gli Usa furono costretti a
ritirarsi dal Vietnam, e il mondo non fini'. La meta' di quel piccolo paese
nel sudest asiatico ora e' unita all'altra meta' comunista, e le vite di
58.000 americani e di milioni di vietnamiti sono state gettate via
insensatamente per evitare quello che poi e' invece accaduto.
La maggioranza degli americani giunse ad opporsi a quella guerra, che
provoco' la nascita del piu' grande movimento contro la guerra nella storia
della nazione. La guerra in Vietnam termino' con un'opinione pubblica
disgustata dalla guerra. Io credo che il popolo americano, una volta che la
nebbia della propaganda si era dissolta, torno' ad uno stato piu' naturale.
I sondaggi mostrarono che la gente degli Usa si opponeva all'invio di truppe
ovunque nel mondo, e per qualsivoglia ragione. L'establishement ne fu
allarmato. Il goerno programmo' deliberatamente di sconfiggere quella che
chiamava "la sindrome del Vietnam". L'opposizione all'intervento militare
all'estero era dunque una "malattia" che andava curato. E percio' si
lagnarono con l'opinione pubblica della sua attitudine non sana, strinsero
il controllo sull'informazione, evitarono le azioni belliche che implicavano
evidenti occupazioni militari in prima persona prolungate, e si impegnarono
in brevi e veloci guerre contro oppositori deboli (Grenada, Panama, Iraq),
che non davano all'opinione pubblica il tempo di sviluppare un movimento
contro la guerra.
Mi vien da dire che la fine della guerra in Vietnam permise agli americani
di scuotersi dalla "sindrome di guerra", una malattia non naturale del corpo
umano. Ma poterono essere infettati di nuovo, e l'11 settembre diede al
governo tale opportunita'. Il terrorismo divenne la giustificazione per la
guerra, ma la guerra stessa e' terrorismo, e genera rabbia ed odio, come
stiamo vedendo ora.

La guerra in Iraq ha rivelato l'ipocrisia della "guerra al terrorismo". Ed
il governo degli Usa, e invero i governi ovunque, si stanno rivelando come
non degni di fiducia, cioe' non si puo' affidare loro la sicurezza degli
esseri umani, o la sicurezza del pianeta, o la salvaguardia dell'aria,
dell'acqua, delle ricchezze naturali, non si puo' affidar loro la cura della
poverta' e della malattia, o la gestione dell'allarmante crescita di
disastri naturali che affliggono cosi' tanta parte dei sei miliardi di
abitanti della Terra.
Io non credo che il nostro governo sara' capaca di fare di piu' di cio' che
venne fatto dopo il Vietnam, preparare la popolazione per un'altra
immersione nella violenza e nel disonore.
Mi sembra che quando la guerra in Iraq finira', e si sara' guariti dalla
sindrome di guerra, ci sara' una grande opportunita' di rendere la
guarigione permanente. La mia speranza e' che il ricordo della morte e della
disgrazia sia cosi' intenso che la gente degli Usa sara' capace di ascoltare
un messaggio che il resto del mondo, reso sobrio da guerre senza fine, puo'
allo stesso modo capire: e' la guerra stessa il nemico della razza umana. I
governi resisteranno a tale messaggio. Ma il loro potere dipende
dall'obbedienza dei cittadini. Quando essa e' ritirata, i governi sono
impotenti. Questo si e' visto piu' e piu' volte nella storia.
L'abolizione della guerra e' diventata non solo desiderabile, ma
assolutamente necessaria se il pianeta dev'essere salvato.
E' un'idea il cui tempo e' venuto.

Note: titolo originale After the War apparso su "The Progressive" (http://progressive.org)

traduzione di Maria G. Di Rienzo
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