Gli artefici della guerra in Iraq sanno rispondere solo una cosa ai loro critici: statevene zitti!
Chiudete il becco. Questa è la nuova linea di politica estera dei nostri padroni. Quando il senatore Edward Kennedy ha definito l'Iraq "Il Vietnam di George Bush", il segretario di Stato Colin Powell gli ha chiesto di "avere più discrezione e di stare attento" ai propri commenti. Mi ricordo che quando gli USA hanno dato inizio ad i bombardamenti in Afghanistan, il portavoce della Casa Bianca dichiarò che certi giornalisti "facevano domande che il popolo americano non avrebbe voluto venissero fatte". Nei primi anni '80, quando scrissi di soldati iraniani che su un convoglio militare diretto a Teheran sputavano i polmoni, sangue e muco, per aver respirato il gas mostarda(iprite)di Saddam, un funzionario degli affari esteri disse al mio editore del The Times che il mio articolo non "era d'aiuto". In altre parole: smettetela di criticare il nostro alleato, Saddam. Così, a quanto pare, questa linea di comportamento era in voga già da un po'. Quando le autorità delle forze d'occupazione hanno tenuto deliberatamente sotto silenzio gli attacchi contro i soldati americani dopo l'inizio dell'occupazione in Iraq l'anno scorso, ai giornalisti che indagavano su queste violenze è stato detto che quello non era un problema diffuso, che solo piccole aree dell'Iraq erano irrequiete. Per non parlare dell'epidemia di bocche sigillate quando alcuni di noi, l'anno scorso, hanno deciso di dare un'occhiata più attenta alle leggi sulla stampa promulgate dal proconsole Paul Bremer. Fu approntata immediatamente una squadra di avvocati della "Autorità provvisoria della coalizione" per vedere in che modo poter legalizzare la chiusura e la censura dei giornali iracheni che "incitavano alla violenza", ed ogni volta che sollevavamo delle questioni al riguardo, il portavoce dell'APC (ed il suo attuale segretario capo, Dan Senor, ha usato la stessa frase la settimana scorsa) annunciava che "non tollereremo incitamenti alla violenza". Così, quando la settimana scorsa Bremer ha fatto chiudere il piccolo, ridicolo settimanale di Moqtada Sadr (che aveva una diffusione pari ad un quarto di quella del Kent Messenger), incitando così apertamente a quella stessa violenza che diceva di voler evitare, cosa ha dichiarato l'Alto Commissario americano? "Questo non verrà tollerato". Il giornale aveva commesso una colpa gravissima: aveva condannato Paul Bremer per aver portato l'Iraq sul "sentiero di Saddam", un articolo che Bremer ha condannato in dettaglio con una lettera (scritta in un arabo penoso) all'editore del giornale "miscredente". Io sono assolutamente contrario a qualsiasi incitamento alla violenza, sia chiaro. Proprio come sono contrario all'incitamento alla guerra per mezzo di false dichiarazioni sulle armi di distruzione di massa e su collegamenti segreti con Al Qaeda. Proprio come sono contrario all'uso dell'esercito di Saddam e dell'esercito americano contro le città irachene. Perché non dobbiamo dimenticare che alcuni degli uomini più pericolosi della milizia di Moqtada Sadr nel 1991 hanno combattuto contro Saddam, colui che abbiamo prima sostenuto e poi tradito. Saddam, naturalmente, sapeva come affrontare la resistenza. "Non verrà tollerata.", diceva ai suoi ufficiali. E tutti sappiamo cosa voglia dire. No, gli americani non sono come l'esercito di Saddam, ma l'assedio di Falluja probabilmente conferirà alla città lo status di "città eroica" per le generazioni future di iracheni sunniti, esattamente come oggi lo è Basra, assediata dalle orde di Saddam nel 1991, per gli sciiti. Eppure, dobbiamo starcene zitti. Mi ricordo quando, l'autunno scorso, la conventicola dei neoconservatori di destra che avevano spinto l'amministrazione Bush verso questa guerra, è improvvisamente stata ridimensionata. Cos'era questa cosiddetta lobby neo-conservatrice dietro Bush e Cheney, voleva sapere un giornalista del New York Times, questi cosiddetti ex sostenitori del Likud israeliano? Uno di loro, Richard Perle, qualche settimana fa ha partecipato insieme a me ad un programma radiofonico, ed insisteva nel dire che le cose stavano andando meglio in Iraq, che stavamo riuscendo a portare un po' di democrazia in Mesopotamia. Appena ho accennato che questo mi sembrava più che altro un caso eclatante di autoconvincimento, Perle ha risposto che Fisk "è sempre stato a favore del mantenimento del regime Baath". Ho ricevuto il messaggio. Chiunque condanni questo disastro sanguinoso è segretamente un Baathista, un ammiratore del dittatore e dei suoi torturatori. I falchi di Washington sono decisamente caduti in basso. Naturalmente il principio dello "statevene zitti" funziona anche al contrario. Il 16 marzo del 2003, mentre il mondo era ossessionato dal pensiero della guerra che sarebbe poi scoppiata tre giorni dopo, si consumò un'altra tragedia su un diverso campo di battaglia, 500 miglia a ovest di Baghdad. Quel giorno un soldato israeliano ed il suo comandante travolsero, con una ruspa di nove tonnellate, una giovane pacifista americana di nome Rachel Corrie. Rachel era disarmata, chiaramente visibile col suo giubbotto fluorescente e stava cercando di proteggere una casa palestinese che gli israeliani volevano distruggere. La ruspa faceva parte degli aiuti mandati regolarmente dagli USA in Israele. Israele ha assolto il proprio esercito da qualsiasi responsabilità per la morte di Rachel, che tra l'altro è stata filmata dai suoi amici inorriditi, e l'amministrazione Bush è rimasta vigliaccamente silenziosa. Cindi, la madre di Rachel, distrutta da dolore, è stata il ritratto della dignità. Ha scritto: "I cittadini americani dovrebbero chiedersi come può succedere che un cittadino statunitense disarmato possa essere ucciso impunemente da un soldato di una nazione alleata, che riceve quantità enormi di aiuti dagli USA...quando il 15 ottobre del 2003, tre americani furono uccisi, presumibilmente da palestinesi in un'esplosione.l'FBI arrivò nel giro di 24 ore per indagare sulla loro morte. Dopo un anno, né l'FBI, né nessun altra squadra investigativa statunitense, ha fatto qualcosa per indagare sulla morte di un'americana uccisa da un israeliano. La risposta è che ancheBush e la sua amministrazione sanno bene come si fa a starsene zitti quando conviene loro. E' quello che all'inizio ha cercato di fare anche Condoleeza Rice quando è stata convocata per l'udienza relativa all'11/09. Grazie poi al servilismo di molti addetti stampa della Casa Bianca e del Pentagono, l'amministrazione ha avuto decisamente vita facile. Perché, ad esempio, negli incontri con la stampa non è mai stata fatta nessuna domanda su Rachel Corrie? Evidentemente basta dire "guerra al terrore!" per essere al sicuro da qualsiasi critica. Non un singolo giornalista americano ha indagato sui collegamenti tra le "regole di guerra" dell'esercito israeliano, passate allegramente di mano all'esercito USA su ordine di Sharon, e il comportamento dei militari americani in Iraq. La distruzione delle case dei "sospetti"; la detenzione, senza regolare processo, di migliaia di iracheni; l'isolamento dei villaggi ritenuti ostili con recinzioni di fil di ferro; il bombardamento di areee civili con i lanciamissili degli elicotteri Apache e dei carrarmati alla caccia di "terroristi", fanno tutti parte del lessico militare israeliano. Nelle città assediate, quando si sono resi conto che il numero dei caduti e dei civili uccisi era arrivato a livelli insostenibilmente vergognosi, l'esercito israeliano dichiarava una "sospensione unilaterale dell'offensiva". Lo hanno fatto 11 volte dopo l'assedio di Beirut nel 1982. E l'esercito americano, ieri, ha dichiarato una "sospensione unilaterale dell'offensiva" a Falluja e dintorni. Non una parola è stata scritta dai giornalisti americani su questa misteriosa similitudine, nessuna domanda è stata fatta sull'ancor più misterioso uso di un identico linguaggio. Magari nei prossimi giorni scopriremo anche quanti dei 300 morti contati a Falluja erano militanti sanniti e quanti erano donne e bambini. Seguire le regole di Israele porterà gli americani allo stesso disastro al quale quelle stesse regole hanno condotto gli israeliani. Ma suppongo che ce ne dovremo stare zitti. Alla fine, io sospetto, gli Iracheni avranno più voce in capitolo sulle elezioni presidenziali americane di quanta ne avranno gli americani stessi. Loro decideranno se il presidente Bush perderà o vincerà. Lo stesso si può dire di Blair. È strano pensare che un paese di soli 26 milioni di abitanti, un popolo così lontano, possa cambiare la nostra storia politica. Per quanto riguarda noi, suppongo che ce ne dovremo stare zitti.
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