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IL FRUTTETO DELLE FAVOLE

10 luglio 2006
Roberto Bianchi

SIATE ESECUTORI

C'era una volta un paese nascosto in una conchiglia.
Si trattava di una valva color bianco che stava vicino alla riva.
Dentro alla conchiglia viveva una città intera.
Berl se ne andava a giro con il suo fagotto e parlava alla gente.
Voleva essere nominato capo dal suo popolo e parlava tanto.
Prendeva un librone e si metteva sul podio.
I compaesani si fermavano ad ascoltarlo.
Lui parlava di cose buone e giuste,ma poi, fatta sera diveniva un ladro e un mascalzone.
-Viva l'onestà!-diceva di giorno;a sera si metteva una maschera in viso e andava a rubare.
Dentro alla conchiglia era nata una perla.
La perla bluastra guardava tutti e intimava all'amore e alla concordia.
Berl non ascoltava la perla.
Predicava bene e agiva male.
Berl continuò a rubare.
Quella sera andò persino al palazzo del re.
-Ruberò lo scettro e la corona reale!-disse Berl.
Il re stava coricandosi nel suo baldacchino damascato.
Era un bel letto tutto rosso, decorato con diamanti.
Il sovrano prese la corona e la depose sul prezioso cuscino vicino al giaciglio dove avrebbe dormito, poi vi posò accanto il prezioso scettro.
Andò alla finestra e la aprì un poco per far cambiare l'aria.
Dal pertugio lasciato aperto per lo spiffero Berl attendeva che il sovrano si addormentasse per poter entrare.
Il cielo era scuro e nessuno lo avrebbe visto.
Trascorsero pochi minuti,poi il re cominciò a russare.
Berl entrò e trafugò corona e scettro.
La mattina dopo Berl era di nuovo in piazza, a parlare di onestà e lealtà.
Parlava e parlava:chissà cosa avrebbero pensato i compaesani nel sapere delle sue malefatte.
Era come una doppia persona.Davanti agli altri diceva una cosa, e poi in solitudine depredava il prossimo e rubava.
-Ma come parla bene!-dicevano tutti di Berl.
Lui se ne andava a spasso predicando.Era vestito modestamente, con una vecchia giacca e un paio di pantaloni rattoppati, mentre in casa aveva ori e gioielli derubati.
Solo la perla, che vedeva tutto, sapeva delle sue cattive azioni.
Il paese dentro la conchiglia si cominciò a preoccupare delle ruberie che avvenivano.
La conchiglia si scuoteva arrabbiata.
La perla decise di intervenire.
Berl era appostato anche quella notte per rubare persino nel convento.
-Ruberò le preziose pale dell'altare!-aveva deciso Berl, guardando le belle pitture raffigurate vicino al ciborio.
La perla però era già innanzi al luogo sacro ad aspettarlo.
-Devi essere esecutore, e non solo annunciatore di buone parole!-disse la perla a Berl.
Berl rimase scosso da quella capsula divina che gli aveva parlato.
Da quel momento cambiò.
Non continuò più a parlare bene e agire male.
Parlò di meno e agì positivamente.
Rese ogni maltolto e anziché rubare donava a tutti i bisognosi.
Nel paese contenuto nella conchiglia tornò la pace.

LA DEBOLEZZA DEI CUORI E DELLE MENTI

-Gli adulti non sono capaci di avere il cuore e la mente per vedere!-dicevano le fatine a tutti i bambini che giocavano con loro nel bosco.
Nella pineta le fatine, minuscole e graziose,con le loro ali di libellula volavano e gioivano coi fanciulli.Il cuore dei giovani è aperto all'amore,e i loro occhi vedono quello che gli adulti non riescono a scorgere.
I piccoli si accorgono delle bellezze della vita.
Le fatine erano assai graziose.
Vestivano con abitini azzurri e avevano in mano bacchette scintillanti:
-Non perdete mai la dote di appassionarvi agli spettacoli del mondo!-dicevano le fatine ai giovani.I fanciulli giocavano divertiti.
Ogni tanto nel bosco dove erano le fatine e i fanciulli giungeva qualche adulto.
-Gli adulti non sono capaci di vederci!-dicevano le fatine.
-Ma perché?-chiedevano i giovani.
Pulla,la più dotta delle fatine prese la sua bacchetta e fece sprizzare dal nulla una nuvola di stelle.Qui si vide una scena del bosco fantastico.Si vedeva una civetta al sorgere del sole.Era un bell'animale e cantava il 'tutto mio'.Si vide la civetta durante la notte e poi al sorgere del sole.Con la luce del sole la civetta non vedeva più le cose evidenti della vita:
-Ecco!-disse Pulla-Gli uomini sono come la civetta che alla luce del sole non vede più!La debolezza delle menti adulti è simile agli occhi di questo uccello innanzi al sole:non si accorge delle cose più evidenti!-
Altri adulti non avrebbero capito ciò che Pulla diceva,ma i fanciulli hanno capacità straordinarie e loro capirono.
Risposero infatti:
-Gli adulti sono come la civetta alla luce del sole:non vedono l'amore,la bontà né Dio!-
Pulla fece una straordinaria magia.Toccò con la sua bacchetta una nuvola bianca.
La nuvola venne riempita di capacità di commuoversi agli spettacoli della vita. Era la capacità di provare gioia all'aurora, commozione al tramonto, emozione per i gesti di amore,per la bontà e per Dio.
I giovani pregarono tutti insieme che da quella nuvola venisse una pioggia fatata a bagnare i loro genitori e propri cari.
Finalmente la nuvola si posò sulle loro case.
Il cielo si illuminò d'immenso.
La bianca nuvola divenne sempre più grossa e cominciò a piovere.
Era una pioggia fantastica, dei colori dell'iride.
C'erano gocciole multicolore:gialle, rosse, arancioni, indaco, violette, blù e verdi.
Sui tetti delle abitazioni sbucarono angeli.
Le fatine si avvicinarono coi fanciulli alle case.
Gli adulti uscirono.
Per la prima volta in vita loro, dopo essersi fatti bagnare dalle gocciole magiche, anche loro videro le fatine.
Avevano imparato ad avere anche loro un cuore.
I loro cuori e le loro menti si aprirono alla commozione e ai sentimenti.

IL MURO

C'era una volta un muro.
Era brutto e grigio ma agli uomini piaceva tanto:
-Facciamolo più grosso!-dicevano dirigenti e capi di stato.
La gente si lasciava guidare da quegli ordini.
Il muro venne edificato ancora più alto.
C'erano sassi orribili e neri.Alcune pietre erano tinte di rosso sangue.Ogni mattone rappresentava le cose brutte della terra:la guerra, gli omicidi, la morte, le ruberie.
Il muro orribile venne accompagnato da altri muri,ma il muro più tremendo fu quello dell'indifferenza, dell'orgoglio e dell'egoismo.
Presso questo muro stavano tanti uomini, che non riuscivano più a comunicare tra loro:
-Sono qui!-diceva uno al di là del muro,ma dall'altra parte non lo capivano.
Il muro dell'indifferenza e dell'egoismo divideva tutti.
Da una parte si piangeva e dall'altra non si poteva certo pensare a consolare.
Ognuno pensava alle proprie cose.
Il muro faceva una spaventosa ombra nera. Anziché farsi illuminare dal sole le genti preferivano stare in quell'oscurità.
Gli uomini parlavano,ma col muro che li divideva nessuno udiva la voce del prossimo.
Un giorno la terra venne scossa.
Era Dio che mandava un terremoto.
-Farò cadere questo muro!-disse il Creatore.
Vennero tuoni e fulmini.
Le pietre dell'odio e dell'indifferenza crollarono.
Gli uomini scappavano impauriti.
Tutto vibrava e c'erano suoni orrendi:boati e tonfi.
Finalmente la terra si calmò.
Era tornata la calma.
Il muro non c'era più.
La gente cominciò a vedersi.
Non c'era più indifferenza.
-Siamo fatti per amarci l'uno con l'altro!-esultavano gli uomini abbracciandosi.
Con quel terremoto Dio aveva donato la pace all'umanità.
La Madonna, regina di tutti i popoli, apparve in cielo e disse:
-Non devono esserci divisioni ed egoismo!Non devono esserci muri a dividere gli uomini!Le battaglie non sono mai buone!Non devono esserci guerre né odio!-
La gente si abbracciava ed esultava vicino alle macerie dei muri che erano crollati.
Non c'erano più i muri della cattiveria e della malvagità.
Non c'era più il muro della guerra.
Tutti si davano la mano.
Tra le macerie nascevano fiori.
Le macerie scomparvero spazzate dal vento dell'amore e la malvagità scomparve per sempre dalla Terra.

LA SIRENETTA

Nel profondo del mare ci sono stupendi paesaggi di coralli e alghe, piante e rocce.
E' un mondo colorato e bello.
In un recondito angolo degli abissi c'era una volta un regno.
In esso c'era un re.
Il castello nasceva tra le rocce, tutto sommerso nell'acqua dell'oceano.Intorno, al posto degli uccellini,1 si muovevano i pesci.Al posto dei fiori c'erano i muschi di mare.Era un castello molto bello.
Il re aveva una figlia, la principessa Gin.
La nonna di Gin era una maga che conosceva bene il dio Nettuno:
-Non appena compirai diciott'anni potrai salire sopra la superficie del mare e vedere la terra e gli uomini!-diceva la nonna a Gin.
La principessina sognava il giorno in cui avrebbe visto il mondo degli uomini.
-Potrai salire sulla terra tre volte,ed esprimere tre desideri per l'umanità,il dio Nettuno ti esaudirà!-
Il compito di Gin era importante.I suoi desideri avrebbero potuto cambiare l'umanità.
Gin non vedeva l'ora di divenire maggiorenne ed andare sopra le onde per poter vedere il mondo.
Ogni tanto la nonna le raccontava della terra:
-Vedessi com'è bella l'alba!Tutto si tinge di rosa!-diceva la nonna.Narrava del cielo e del sole, delle stelle e del vento.Tutte cose che nel mare non c'erano.
La sirenetta nuotava felice, pensando al giorno che avrebbe potuto scoprire tutte quelle cose.
Finalmente giunsero i diciotto anni.
Il re fece una gran festa, a conclusione della quale la nonna portò Gin sulla torre più alta del castello per indicargli la strada:
-Sali su!Va sempre dritta e ti troverai oltre l'acqua!Esprimi poi il tuo desiderio, dopo ventiquattro ore dovrai tornare!Attenta bene perché dovrai attendere ben un anno prima del prossimo desiderio!-
Gin salì.Arrivò sulla superficie dell'oceano proprio all'alba.Era uno spettacolo stupendo.Le nuvole spumeggianti erano rosa e rosse.I raggi del sole si fecero sempre più intensi riflettendosi sulle acque.
-Che bello!-commentava Gin.
La sirenetta si spostò a riva.Cominciò a vedere qualche uomo e di lì scorgeva il paese.
-Dovrò studiare bene cosa può servire al mondo!-rifletteva.Vide che gli uomini erano assai preoccupati per i denari.Tutti avrebbero voluto essere ricchi.
-Ho trovato!-disse Gin-Voglio dal dio Nettuno che tutti gli uomini siano ricchi!-e così fu.Tutti gli uomini divennero ricchi.
Gin tornò negli abissi tutta contenta,ma la nonna la redarguì:
-Dovevi esprimere un desiderio più profondo!La materialità non può cambiare il mondo!-Difatti di sopra gli uomini erano tutti ricchi,ma continuavano le guerre e le battaglie, anzi erano aumentate.
Trascorse un anno.
Gin risalì per il secondo desiderio.
Quella volta arrivò in superficie durante il tramonto.Anche allora fu bellissimo:
-Che spettacolo!-diceva Gin,poi si mise a osservare gli uomini.
-Voglio che gli uomini abbiano da poter soddisfare ogni piacere fisico!-nessuno così patì più la fame, le pretese fisiche venivano soddisfatte e ognuno poteva godere.
-Hai fatto male!-disse la nonna a Gin una volta che ella tornò.Infatti il mondo non era affatto cambiato ora che gli uomini potevano soddisfare ogni piacere fisico, anzi erano aumentati l'individualismo e l'egoismo.
Prima del terzo anno Gin studiò per tutto il tempo cosa poter chiedere al dio Nettuno.Lesse e si documentò.
Venne in superficie durante una bellissima notte stellata.Rimase sbalordita nel vedere tutti quegli astri nel firmamento.
Guardò ancora una volta gli uomini e chiese al dio Nettuno:
-Voglio per tutti gli uomini che ci siano tra loro l'amore e la fede in Dio!-e questa volta fu per il mondo la felicità per sempre.
Si fece gran festa nell'oceano.La principessa aveva scoperto la chiave della vita.
La terra cambiò totalmente e fu pace per sempre.

L'OASI

Era duro camminare nel deserto.
L'arsura rendeva ostica la marcia.Tutti sognavano un po' di fresco.
Le carovane procedevano lente.
I cammelli aiutavano gli uomini.Le persone cantavano al cielo mentre procedevano sperando in una nuvola d'acqua,ma erano solo sogni.
-E' tutto sabbia!-diceva Efè guardando le dune.
La pelle di uomini e donne bruciava.Essi si riparavano con lenzuoli bianchi,ma a poco serviva.Avevano il volto fasciato da tessuti di lino, la polvere entrava loro nelle nari e la fatica era tanta.
Tutti sognavano un luogo di ristoro.
Ma quel cammino rappresentava le difficoltà della vita moderna, con la mancanza di acqua che è come la mancanza d'amore.La mancanza di cibo che è pari alla mancanza d'unione, il sole che è come le lancinanti parole dei rivali e la tempesta di sabbia che è come la guerra.
La carovana giunse all'oasi.
Era tutto verde.
C'erano frescura e palme.
-Mangiamo il cocco e beviamone il latte!-disse Efè.
Uomini e donne bevvero acqua alla fontane e il latte dai cocchi.
Si sdraiarono all'ombra delle piante.
I viandanti ebbero beveraggi, cibo e ombra, ma senza amore, unione e pace stavano sempre male.
-Rimettiamoci in cammino!-decise Efè.
Tutti lo seguirono.
Stavano compiendo quel percorso di vita che ci deve portare alla felicità e al raggiungimento del nostro fine.
Fu un cammino lungo e faticoso.
A un certo punto videro di lontano una signora che li invitava aprendo le braccia.
Aveva un abito azzurro e una corona di luce attorno al capo.
Ai suoi piedi c'erano tante rose.
-Venite figliuoli!-diceva la bellissima donna.
Ella accolse tutti vicino a sé.
Le genti si sentirono ristorate.
Erano dissetate per sempre.
Non erano state sfamate le loro bocche ma il loro cuori.
I loro animi erano stati aperti da quella donna stupenda che era la Madonna,la nostra madre meravigliosa che ci accoglie tutti e ci invita all'amore, alla pace e alla fratellanza:siamo tutti figli suoi.
Ella ci dà conforto e sollievo, ci nutre e ci disseta, ci abbraccia e ci vuole bene.

LE SCARPE MAGICHE

Buletta era una maga apprendista.
-Prendi queste scarpe magiche!Sono scarpe che portano indietro nel tempo e se serviranno a qualcuno tu sarai promossa maga cadetta!-disse il capo degli stregoni a Buletta.
Buletta prese la sua scopa per il volo.
-Sogno una scopa elettrica come quella di Amelia,ma per adesso devo accontentarmi!-disse.
Dal vulcano volò sino al paese degli uomini.
Andò in piazza e si sedette presso una panchina.C'era un giovane.Buletta si presentò come una ragazza normale, poi spiegò che aveva con sé le scarpe magiche.
Fece vedere due belle calzature bianche e nere al giovane.
-Potrai andare nell'epoca che vorrai!-disse Buletta.
Il giovane amava il medioevo.Indossò le scarpe e si ritrovò nel bel mezzo di una battaglia.Era nel senese.Guelfi e ghibellini combattevano.Un vero putiferio.
-Che orrore!-urlava il giovane, che fece appena in tempo a desiderare di tornare ai tempi moderni per salvarsi.
Buletta mostrò le scarpe a un signore:
-Queste sono scarpe magiche!Si può andare nell'epoca più desiderata!-
-Andrò nei tempi dell'impero romano!-disse l'uomo, amante dei tempi imperiali.
Si ritrovò nel bel mezzo della crocifissione di Gesù.Uno spettacolo terribile.Lui era un credente e si dovette nascondere rinnegando il Cristo.
-Voglio tornare in piazza!-cominciò a gridare, e le scarpe lo riportarono sulla panchina, accanto a Buletta.
Anche questa volta l'opera della maga non era servita a niente.
-Andrò in cerca di una signora,le donne sono più acute!-disse Buletta.
Su una panchina c'era una bella signora, vestita sportivamente.Era un'amante della preistoria.
-Queste scarpe possono portare ai tempi che si vuole!-
La donna fu felicissima e sognò di ritrovarsi ai tempi delle caverne.
C'erano grotte e uomini con la clava.Si mangiava carne cruda e non si conosceva il fuoco.Uomini e donne si lavavano nel torrente freddo e si cacciava con archi e frecce.Mancavano tutte le comodità moderne e la donna volle presto tornare:
-Ma non servo proprio a nessuno!-diceva Buletta.
Per fortuna c'era nella piazza un saggio anziano.
L'uomo indossava un cappello a bicorno.Se lo tolse per salutare la maghetta.
-Buongiorno maghetta!-disse il gentile signore.
L'età lo aveva portato ad avere con sé un bagaglio di saperi e conoscenze notevole.
Le rughe segnalavano la sapienza,e i capelli incanutiti la saggezza.
L'uomo cominciò a parlare:
-Tutto ha una durata sulla terra.Iniziano e finiscano gli imperi e le guerre.Io voglio andare all'inizio del mondo!-disse il vecchietto.
L'anziano uomo si ritrovò al principio dei tempi.
C'era il Creatore, colui che è venuto prima di tutto e di ogni tempo.Egli c'era già prima di ogni cosa.Egli è necessario a tutto.
Il vecchio vide l'amore del Creatore mentre dava vita al mondo.Assisté a tutta l'opera della creazione.
-Alla base di tutto c'è l'amore!tutti abbiamo bisogno dell'amore per il quale assomigliamo a Dio che in questo senso ci ha fatto a sua immagine e somiglianza!-rifletté l'uomo.
Il vecchietto ritornò tutto contento:
-Ho capito che alla base di tutto c'è il Creatore!-disse.
Finalmente l'opera di Buletta era servita a qualcosa.Suonarono tanti campanellini come era d'uso:
-Sono diventata Maga Cadetta!-esultava Buletta.
E fu gran festa presso il paese dei maghi, come si fa ogni volta che un fata apprendista supera l'esame.

LE LOTTE

Il parco era bello in quel periodo.
L'erba era verdissima.I fiori erano incantevoli e colorati, il loro profumo aleggiava nell'aria.Sui rami dei faggi gorgheggiavano le allodole e i pettirossi.Le rondini stavano tornando.
La primavera era nel pieno del suo rigoglio.
I bambini giocavano sulle altalene.
Le bambine saltavano con la corda.
D'un tratto si sentirono due fanciulli vociare.
Tom e Jak si contendevano il pallone.
-Molla questa palla!-urlava Tom tirandola.
-Fatti più in là!-rispondeva Jak.I due si accapigliarono e si picchiarono.Volarono ceffoni e brutte parole.
Più in là degli anziani si contendevano il posto sulla panchina.In quel luogo che avrebbe potuto essere un luogo di pace, con le aiuole in fiore e le siepi verdi e profumate, gli ottuagenari discutevano:
-fammi posto!-diceva un anziano al prossimo.
L'altro spingeva scortesemente e brontolava.
Alcune mamme, coi loro passeggini, non erano esempio migliore.Anziché parlare con amore e scambiarsi pareri si guardavano in malo modo e si offendevano.
Non c'è solo la guerra tra gli stati e le nazioni, con armi e bombe ad apparire in tutto il suo orrore e la sua assurdità.C'è anche la lotta giornaliera tra persona e persona.E' guerra al supermercato, per le vie, in automobile e come pedoni.Manca la pace con sé stessi e con gli altri.Non c'è armonia e non si rispetta la dignità del prossimo.
Nel parco si continuava a litigare.
Un pettirosso si mise sul ramo più alto a cantare, poi magicamente cominciò a parlare:
-Date significato alla vostra vita!Agite con amore!-disse.
E i bambini finalmente smisero di contendersi il pallone, i vecchietti di lottare per un posto sulla panchina, e le mamme cominciarono a parlare soavemente tra loro.

IL SOLDATO

Era da poco finita la guerra.L'esercito ritornava.
Il soldato Gin camminava caracollando:
-Ha ucciso molti nemici!-diceva la gente, e per questo tutti lodavano il soldato Gin.
Lui si muoveva toccandosi le mostrine dell'uniforme e si sentiva tanto orgoglioso di aver fatto tante vittime.
Il popolo lo osannava:
-Bravo!-
-Bravo!-dicevano tutti.
Furono fatte grandi feste.
Sulle piazze, rivestite di pietra serena, si accesero torce per la notte e vennero messe stelle filanti.
Tutto era organizzato in onore del soldato Gin:
-Sono stato molto coraggioso e ho sparato tanto!-si vantava il soldato.
Intanto il contadino Fom guardava il tutto.
Il contadino Fom produceva quanto poteva dalla sua terra.Lui non era amato e stimato dalla gente.Era uomo buono e onesto, non aveva ucciso nessuno e per questo nessuno lo portava in trionfo:
-Il soldato che uccide il nemico viene lodato,il contadino che fa produrre il più possibile la sua terra no2!-diceva scontento Fom.
Intanto la festa per il soldato Gin era pronta.C'erano lampare accese, trombettieri e tamburini.La gente saltava e cantava:
-Gin sei un eroe!-dicevano tutti.
Sembrava che quell'uccidere il prossimo fosse uno strumento per educare la gente.Tutti portavano d'esempio il soldato Gin e le sue imprese.
La festa era pronta.Tamburi e chiarine suonavano, intanto dal bosco si sentiva cantare la civetta.
-Tutto mio!-cantava l'uccello nel buio.
Si cominciò a festeggiare.
Il popolo beveva e qualcuno si ubriacava.
Il soldato Gin si lasciava lodare e incensare dagli altri.
Era un gran movimento.Gente che gridava ed esultava, uomini che camminavano coi bicchieri in mano, donne ormai ubriache e giovani che danzavano sognando anche loro di divenire prodi soldati.
La civetta intanto si era avvicinata.Era disturbata da quelle luci, e voleva dirgliene quattro a quei confusionari.Ma questa era una civetta magica, illuminata dalla infinita sapienza del cielo.
La civetta volò sopra il campanile.
Per un attimo la folla si chetò.
Per qualcuno era di malaugurio quel rapace, e siccome le credenze a volte hanno la meglio sui ragionamenti tutti si fermarono.
La civetta cantava forte.
Persino Fom venne assalito da un brivido.
I tamburi non rullarono più e i trombettieri posarono i loro strumenti.
La civetta volò sulle spalle del contadino Fom, poi cominciò a parlare:
-Voi stimate di più il soldato che ha ucciso tanti altri giovani, del contadino che lavora!
Invece l'amore è più forte dell'odio.Il contadino vale più di chi ha ucciso.La comprensione è superiore all'ira.La pace è superiore alla guerra.E' una verità che l'orrore non è un mezzo pedagogico3!-
La civetta piegò il busto incuriosita dalle persone che vociavano e discutevano.
Il morbido piumaggio color sabbia appariva più scuro sotto le tenebre.
La gente la guardò un attimo, poi lasciò in disparte il soldato Gin e tutti si recarono presso Fom a festeggiarlo e onorarlo per la sua onestà e laboriosità.
La civetta mosse contenta i suoi saggi occhi e se ne andò allegra verso il bosco.

LA VITA E' DEGNA D'ESSERE VISSUTA

Sul terreno si vedevano le impronte di un giovane cervo, si trattava di Man, che abitava quel bosco di conifere tutto solo e in cerca di amicizia.
-Ma cosa vivo a fare?-si chiedeva Man.
Nella selva si sentirono finalmente scalpitare altri cerbiatti.Era il momento di poter conoscere qualcuno e poter giocare e apprendere.
La foresta si riempì di bramiti.
Man corse verso gli altri suoi simili.
Saltò tra il terreno argilloso con le sue agili zampe e si ritrovò nel mezzo del branco.
C'era da dividere le ore coi compagni, da parlare e da guardare gli adulti per conoscere e acquisire la saggezza della maturità.
Man non riusciva a stare in mezzo agli altri e continuava a chiedersi:
-Ma cosa vivo a fare?-
Un potente cervo maschio, probabilmente il capo del branco si avvicinò a Man.
La sua corporatura robusta spiccava su quella di tutti glia altri.
Man se ne stava vicino a lui sentendosi protetto.
Il mantello giovanile di Man, col suo marrone pomellato di bianco era ben diverso dallo scuro pelame dell'adulto.
Man sognava un giorno di avere anche lui quel bel pelo e quelle grandi corna.
-Ma cosa vivo a fare?-chiese Man al cervo.
-La vita è sacra!-disse il saggio capo branco.
Il cervo ha udito, vista e olfatto finissimi.
Il cervo capo branco vide di lontano avvicinarsi dei cacciatori.
-Scappiamo!-urlò alla mandria.
Man non si voleva muovere.
-Io non voglio vivere!-diceva.
Gli arti slanciati e robusti degli adulti erano già scattati per la fuga.I piccoli seguivano i grandi.Solo Man voleva rimanere a farsi uccidere dai fucili impugnati dai bracconieri.
Tutti scappavano verso la montagna.
Il cervo adulto cominciò a spingere Man col muso.
-Non offrire così la tua vita ai cacciatori!-
-Ma cosa vivo a fare?-domandava Man.
Il cervo adulto guardò severo Man.
-Pensa alla bellezza dell'alba, a quando Dio si manifesta attraverso le sue opere create.Pensa alla bellezza di una nuvola rosa dell'aurora spiegazzata dal vento.Pensa al profumo dei fiori, all'abbraccio di una mamma!-diceva il cervo adulto.
Man guardò un attimo sotto alla collina.
Era bellissimo vedere quell'opera immensa.
Si commosse scorgendo una stella alpina.Vibrò d'emozione guardando le madri che traevano in salvo i cerbiatti.
Pensò ai piccoli quando giocano insieme.
Erano stupendi i fiori, magnifici gli alberi, bello l'amore del gruppo, forte il bene che gli voleva la sua mamma.
Fu proprio la mamma di Man che lo guardò un'ultima volta a smuoverlo.
Man si rese conto delle tante bellissime cose che ci sono nella vita.Le grandi perle dell'amore.I miracoli della natura.
Allora Man disse:
-La vita è davvero degna d'essere vissuta!-e partì verso la cima del monte per salvarsi con il resto del branco dai cacciatori.
A sera festeggiarono tutti lo scampato pericolo con un gran pasto a base d'erba.
Tra tutti il più felice era Man, che adesso aveva capito meglio il valore della vita.
Anche noi dobbiamo soffermarci a godere delle cose stupende del mondo. Gioire per un tramonto, emozionarsi per un fiore che sboccia, intenerirsi allo sguardo di nostra madre.
Ricordiamolo sempre:
-La vita è degna di essere vissuta!-

VENTO DI PACE

Nella caverna dei venti Eolo attendeva il rientro dei quattro venti principali:Zefiro, il vento di ponente, Borea il vento del nord, Levantino il vento dell'est, e Accor il vento del sud.
Eolo aveva preparato un letto per ognuno dei suoi collaboratori.C'erano quattro comodi otri, riempiti di erba fresca per i loro sonni.
Piano piano i quattro venti rientrarono.
Il primo a giungere fu Zefiro:
-Dove sei stato?-chiese Eolo.
-Vengo dal mare!Ho visto tante navi combattere!-disse Zefiro che ancora profumava di salmastro.
Poi giunse Borea.Era freddo e gelato.
-Dove sei stato?-chiese Eolo.
-Sono stato al nord, lì tutti guerreggiavano contro i meridionali!-
A quel punto arrivò Levantino:
-All'est orientali e occidentali si sparano e lottano tra loro!-
Anche Accor aveva da parlare di guerra.
Al suo rientro parlò di armi chimiche e di bombe.
Eolo servì la cena ai suoi quattro venti, poi narrò una storia:
-I bambini spesso fanno i capricci.Quando gli adulti li riprendono i bambini dicono"anche gli altri fanciulli fanno i capricci",allora gli adulti sorridono.Quando i grandi fanno guerra,poi, i bambini chiedono"come mai fate la guerra?"gli adulti rispondono"anche gli altri adulti fanno la guerra".-
La guerra è davvero una cosa orribile.
Bisognava fare qualcosa per sconfiggerla.
Eolo propose di parlare coi suoi venti prima di andare a letto.
Ormai avevano ben mangiato e si erano ristorati.
-Adesso farete un bel sonno e poi domattina sarete bene in forze!Occorre preparare un piano contro la guerra!-
I quattro venti andarono a dormire.
Eolo intanto si preparava al giorno dopo.
Quando il sole sorse i venti cominciarono a uscire dai loro sacchi foderati d'erba.
La giornata era bella ma già di lontano si sentivano gli spari degli uomini che guerreggiavano.
Eolo ordinò:
-Unitevi tutti e spazzate via la guerra!-
Si formò così un vento potente che voleva sconfiggere le lotte.
Qualcuno lo scambiò per un uragano, altri credettero che era lo tsunami, era invece l'Onnipotente che per mezzo di Eolo voleva portare la tregua tra gli uomini.
La guerra ci deve far paura.
Dobbiamo fare in modo che essa sparisca dal mondo.
Eolo, i venti, i mari e le terre ci hanno già avvertito, noi spesso facciamo orecchi da mercanti.
Il vento di quel giorno passò sul mondo.Sradicò i mali e le guerre vennero portate lontane.Gli uomini non capirono, e dopo tutto quel lavoro dei quattro venti, i popoli ricominciarono a fare le guerre.
Intanto lassù stanno lavorando per portare in un altro modo un messaggio di armistizio e di amore.
Nella sua caverna Eolo vuole adesso portare il vento della pace.Sarà un vento che verrà da tutte le direzioni.Lavoreranno il maestrale e il libeccio, la tramontana e ogni brezza.Il vento della pace volerà sui monti, sulle pianure e su tutte le città, noi però dobbiamo aprire il nostro cuore per accogliere queste ventate di bontà.

I CINQUE FRATELLI

C'erano una volta in un regno cinque fratelli.Tutti aspiravano a divenire principi.Litigavano sempre e si contendevano di continuo il trono del padre.Si picchiavano e si offendevano.
A corte squillavano le trombe : era sempre gran festa.Il loro babbo era tanto buono,ma i cinque fratelli si accapigliavano e lo rattristavano.
Il re chiese consiglio alla fata della bontà.
-Come posso fare?-chiese il re alla fata.
La fata della bontà gli offrì delle scarpe magiche.
-Queste scarpe portano dove uno vuole!Dalle ai tuoi figli, vedrai che li porteranno verso l'unione!-
I principi trovarono le due bellissime scarpe dorate.
-Sono le scarpe magiche che portano dove uno vuole!-le riconobbe il più giovane dei cinque fratelli,Pig.
Mon, il più grande dei fratelli le indossò per primo:
-Io voglio andare dove è l'oro!-disse Mon.
Le scarpe lo portarono a una montagna d'oro.Tutto luccicava e la visione era fantastica.
Mon però non divenne affatto più buono e solidale coi fratelli.
Provò a usare le scarpe il secondo fratello,Gin.
-Io voglio andare in una miniera di diamanti!-
Le scarpe lo portarono in una miniera ricchissima.Tutto scintillava ed era stupendo,ma nemmeno Gin divenne più buono.
Il re era preoccupato:
-Ma queste scarpe non funzionano!-diceva.
-Aspetta!Aspetta!-rispondeva la fata della bontà.
Il terzo fratello,Fon, indossò le scarpe.Intanto gli altri continuavano a litigare.
-Io voglio andare tra rubini e zaffiri!-
Fon si ritrovò fra zaffiri e rubini.Tutto scintillava, ma nemmeno il cuore di Fon divenne migliore.
Fu la volta del quarto fratello,Mic.
-Voglio scoprire una caverna di platino e argento!-
Mic si ritrovò in una grotta argentata.
In essa pendevano dal soffitto stallattiti di platino.
Ogni cosa riluceva,nemmeno Mic divenne più buono.
Fu la volta del fratello più piccolo,Pig.
Egli riflettè sul fatto che cercare le ricchezze non aveva portato alcun beneficio ai fratelli.
Pensò cosa valesse di più.La sua vita era davvero un tormento, sempre a discutere e a contendersi il trono con gli altri.
-Io voglio andare in un prato verde.Lì voglio trovare la pace e la fratellanza coi miei quattro fratelli!-
D'incanto Pig si ritrovò in un grande prato.Era verde smeraldo.Dagli alberi pendevano frutti succulenti e i fratelli se li scambiavano tra loro.Mic gioiva e rideva con Mon, fon scherzava con Gin.I cinque si amavano e si volevano bene.Le scarpe che portavano dove uno voleva avevano funzionato, bastava voler andare dove davvero era importante.Il re festeggiava.Il trono venne donato a tutti e cinque i fratelli che vissero a lungo in amore e concordia nella felicità del popolo.Per tanto tempo la pace regno tra loro e nel paese, fu una vera epoca d'oro:l'oro dei cuori!

I VALORI

Il cielo sembrava decorato di rose.Era l'ora del sorgere del sole.Tutto appariva dorato, carminio e giallo arancio.
Gli uomini non si lasciavano sedurre da quella scena.
-Noi non pensiamo più ai valori!-diceva Acon, camminando con la sua ricca veste.
Accanto ad Acon c'era Gier.
Gier aveva indosso gioielli e anelli preziosi.
-Nemmeno io penso agli ideali della vita!-
A quell'ora del mattino i fiori sbocciavano tra la rugiada.Gli uccellini si svegliavano nel bosco.
-Non abbiamo tempo di pensare alla famiglia, all'onestà, all'unione né a qualsiasi altro valore!-dicevano i due.
Come Gier e Acon tutti gli uomini della terra avevano perso la capacità di apprezzare i valori della vita.
Nessuno pensava più alla famiglia come al luogo nel quale nascono l'amore e la bontà.
Le nazioni non erano più viste come simbolo di unità e coesione.
Le vite delle persone seguivano solo denari e ricchezze.
Si pensava all'aspetto e non all'essere.
Una nuvola rosata si posò sopra Gier e Acon.
Discese un gabbiano.Era un gabbiano magico.Le sue penne bianche erano sfumate d'argento.Il gabbiano cominciò a parlare:
-Perché non avete rispetto per niente e per nessuno, nemmeno per voi stessi?-
Acon e Gier non avevano rispetto per nessuno.Per loro nessuna creatura del mondo aveva una dignità di vivere,però innanzi a quell'essere candido si chinarono.
Si vergognavano.
Il gabbiano svestì dalle giacche i due ricchi uomini:
-Ci sono uomini che i valori li tengono soltanto nel taschino della giacca4!-disse il gabbiano magico.
L'uccello scosse le giacche e i valori caddero dai taschini.Poi l'uccello prese due sai e vestì la coppia di uomini.
Gier e Acon si lasciarono porre sulle spalle quei poveri indumenti.In quel momento il sole cominciò a salire in cielo e a illuminare il palcoscenico.
I valori non erano più nei taschini delle giacche,ma erano entrati nei cuori dei due.
Gier si accorse dell'afrore dei fiori che si erano aperti.
Acon godette dell'aria che si faceva calda.
-Sia lodato il Signore per fratello Sole e per i fiori!-disse Gier.
Acon si avvicinò alla sorgente d'acqua e bevve:
-Sia lodato il Signore per sorella acqua!-commentò.
I due cominciarono a pensare all'importanza della famiglia, alla validità della fratellanza e dell'unione.
Da quel momento partirono per un lungo viaggio.Predicarono e parlarono di amore e di bontà ai popoli, tanto disuniti e in combutta fra loro.
Annunciarono parole di unione e di pace.Sparsero tanti semi.Qualcuno li ascoltò, ma per molti uomini, a tutt'oggi, i valori sono qualcosa da tenere soltanto nel taschino della giacca.....speriamo che il gabbiano intervenga in altri luoghi.
Noi crediamo nelle fate e negli uccelli magici e abbiamo fiducia di vedere presto, anche quest'estate al mare, un gabbiano bianco scendere da una nuvola e scuotere le giacche degli uomini.
I valori non debbono rimanere nei taschini delle giacche.

IL PARADISO

Jon viveva pensando che un giorno sarebbe potuto volare in cielo:
-Voglio salire in paradiso!-diceva al suo angelo custode.Era bello vedere questo fanciullo sempre in meditazione riguardo a Dio e all'empireo, così però egli non voleva più vivere:
-Voglio andare subito in cielo!-diceva.
Un giorno l'angelo custode lo prese e lo portò per una giornata in paradiso.
Tutto era bellissimo.
L'immensità di Dio circondava tutto.Era qualcosa di indicibile e di incomprensibile per gli esseri umani.La perfezione del creatore non si può descrivere a parole.
-Il paradiso è bellissimo!-diceva Jon.
Lì tutti erano felici.La vicinanza dell'Onnipotente arricchiva di immensa pace i cuori di tutti,non si aveva bisogno di nient'altro.
Si vedevano paesaggi stupendi.
Dagli alberi pendevano frutti dorati.I fiori sembravano smeraldi, il vento non era né caldo né freddo.Tutto era bellissimo.Si sentiva l'odore di fiori profumati.
Il soffitto era fatto dall'immenso cielo.Il pavimento erano dolci e batuffolose nuvole.Gli angeli volavano a destra e a sinistra dando la mano a tutti e abbracciando i piccoli.
Ognuno sorrideva all'altro.
Jon voleva parlare con Dio.
Dio era immenso e lo comprese.
Lo accolse ai suoi piedi.
Jon era felicissimo.
Lì c'era la pura essenza del Creatore.
L'Onnipotente era perfetto.In lui erano pieno amore e massima bontà.
Jon si sentiva come mai gli era capitato sulla terra, ma egli aveva un compito nel mondo, doveva percorrere la sua strada.Vivere con i familiari.Aiutare gli amici e dividere con loro le esperienze.
Tutti abbiamo un ruolo sulla terra.
Per conquistarci un posto in paradiso dobbiamo prima vivere con gli altri uomini.
-Torna giù e percorri la tua strada!-disse Dio a Jon.
Jon tornò sul pianeta.
Portò con sé l'esperienza.
Visse pensando al cielo ma sapendo di dover svolgere il proprio compito tra le genti.
Anche noi dobbiamo annunciare la parola di Gesù Cristo in terra, senza mai pensare di sottrarci a tale compito.
Per noi e per Jon, Dio ha già preparato la nuvola sulla quale potremo godere della sua immensità.

DOVIZIOSITA' E SOLDI

Dar pensava solo ai soldi e alla ricchezza.
Dar era un fanciullo di otto anni.
Era al mare e cercava di raggranellare soldi.
Non pensava a giocare.
Non pensava agli amici.
-Vieni a divertirti con noi con il pallone!-dicevano i compagni.
Dar non ne voleva sapere.
-Voglio diventare ricco!-diceva.
-Se fossi ricco mi sentirei tanto bene!-pensava.
Con il suo costume azzurro camminava vicino agli ombrelloni.
Gli altri ragazzi giocavano allegramente tra loro, lasciandosi sferzare il viso dal vento e lanciandosi palle.
Alcuni si trastullavano con le bilie,altri facevano volare in aria bellissimi aquiloni.
I piccoli si scambiavano sentimenti e amore. Se la spassavano in pace e armonia.
Le onde spumose del mare erano tanto belle a vedersi.Lo sciabordio delle acque veniva atteso dai ragazzi, coi piedi nudi sul lido.Tutti gioivano e cantavano.
Dar era preoccupato solo del denaro:
-Ah!Se fossi ricco!-continuava a dire.
-Mi vendo!-disse Dar in mezzo all'arenile.
I presenti cominciarono a offrire:
-Un euro!-
-Due euro!-
-Tre euro!-
Dar voleva avere più soldi che poteva.
Decise di vendersi per mille euro.
-Finalmente sono ricco!-esultava,ma in realtà non era affatto contento.
Per fortuna lo aveva comprato un fata, che voleva far lui capire l'inutilità dei soldi rispetto alle emozioni e ai sentimenti.
La fata lo prese per mano e lo portò vicino agli altri ragazzi.
-Guarda i tuoi coetanei!Loro sorridono!Non hanno denari ma gioiscono e si divertono!-
I bambini presenti sulla spiaggia si scambiavano conchiglie.Non pensavano alle ricchezze:loro erano ricchi nell'anima.
Tutti avevano in volto splendidi sorrisi.Godevano di quelle ore condivise con il prossimo.
Dar stava ammirando quelle scene.Per un attimo,e per la prima volta in vita sua si fermò ad ascoltare il rumore del mare che parlava.Avvertì il forte odore di iodio.Si lasciò accarezzare il viso dalla brezza.
Prese un po' di sabbia tra le mani.
Si sfregò la rena sui polpastrelli.
-Facciamo un castello!-disse uno dei ragazzi a Dar.
Dar accettò.
Tutti i fanciulli si misero a edificare un maniero di sabbia.
Giocarono per tutto il giorno in accordo e allegria.
Dar alla fine della giornata si sentiva davvero bene.
La fata stava per volare in cielo.I suoi capelli divennero color arcobaleno e lei mise due ali.Poi disse a Dar:
-Non conta avere tante monete:bisogna essere ricchi di pace e di armonia!-
Dar aveva capito,e da quel giorno la sua vita cambiò.

IL FUTURO

Geb viveva senza pensare al presente,ma tutto proiettato nel futuro.
-Voglio conoscere cosa mi accadrà!-pensava continuamente.
Geb non si proponeva di vivere giorno per giorno.Non capiva che ogni dì a i suoi affanni e le sue gioie.
-Se mi darai l'anima ti regalerò gli occhiali magici!-disse Satana a Geb.
A Geb interessava così tanto conoscere il futuro che accettò.
Il diavolo apparve nella sua orribile veste nera e rosso fuoco.Gli prese l'anima e gli donò un paio di occhiali scurissimi.
Geb indossò subito gli occhiali.
Poteva vedere il futuro.
Ogni mattina Geb si alzava e anziché vivere il presente si proiettava nel giorno successivo.
Aveva smesso di vivere.
Ragionava solo sul futuro.
-Cogli l'attimo!-diceva lui un angelo dal cielo, ma Geb n tralasciava tutto e pensava solo all'avvenire.
E' importante preoccuparsi anche dei tempi successivi, ma è ancor più fondamentale vivere l'attimo.
Basta un po' di fiducia nel cielo, e anche colui che è stato catturato dal diavolo può trovare scampo.
Geb si rese finalmente conto che tutta la sua vita era condizionata da quegli occhiali.
Non aveva poi affatto importanza conoscere il futuro se non si viveva il presente.
E' bello e affascinante affrontare le nostre ore, non è importante conoscere l'avvenire.
Un angelo apparve dal cielo e portò Geb a nettarsi dai peccati.
Geb vide un paesaggio divino.In esso le genti si affidavano a Dio, sapendo che egli decide il nostro destino.
Non debbono esistere veggenti o vati che predicono l'avvenire.Solo Dio conosce la nostra sorte.
Geb si inginocchiò sotto a un olivo.Le foglie argentee simbolo di pace facevano ombra lui.
Geb chiese scusa al Signore.
-D'ora in poi mi affiderò a te!-
Geb lanciò via gli occhiali e con tale gesto riacquistò l'anima della quale il diavolo si era impossessato.
L'angelo festeggiò l'evento insieme a Geb.
All'orizzonte comparvero mille luci colorate.I cieli si univano a quell'allegria.
L'angelo disse:
-Non occorre conoscere in anticipo il futuro:affidiamoci all'Onnipotente!Non bisogna essere passivi ma tutto è nelle mani del Creatore!Viviamo giorno per giorno e raccomandiamoci al cielo!-
Così bisogna fare noi.Non serve dare uno sguardo al tempo che verrà.Ogni giorno ha la sua agitazione e il suo fascino.

MERAVIGLIARSI

Ker si era dovuto abituare alle brutture del mondo.In casa la mamma e il babbo erano spesso lontani per lavoro.A pranzo Ker si sedeva davanti al video e guardava la televisione.
C'erano immagini violente e guerre.Tutto era impeto e crudeltà.
Per difendere sé stesso Ker si era indurito.Era divenuto freddo e inclemente verso qualsiasi evento.
-Non sei più capace di meravigliarti!-si diceva Ker sconsolato.
Era uno dei suoi soliti pomeriggi.
Ker se ne stava a guardare la tv.Si trattava di un film poliziesco, con sparatorie e morti.
Ker si annoiava.
Cominciò a girare per la casa. Curiosò un poco nello sgabuzzino.
-Toh!C'è un armadio nuovo!-notò Ker.
Aprì quello strano mobile.Dentro c'erano antichi vestiti di mussola.Ker li toccò.Poi entrò nell'armadio.D'un tratto si sentì trasportare lontano e come per incanto si ritrovò in una valle immensa.Davanti a lui c'era un fauno, uno di quei magici esseri con le gambe caprine e il corpo umano.Era un fauno dolce e buono.Lo prese per mano.
-Vieni ti porterò nel bosco incantato di valle fiorita!-il fauno voleva rieducare Ker a meravigliarsi e stupirsi per le cose stupende della vita.
I due camminarono a lungo.Sopra alla valle si apriva un cielo terso e azzurro.Sulle nuvole sedevano colombe.La valle era piena di fiori.C'erano azalee e gerani.Vicino al fiume troneggiavano i narcisi.
-Guarda quel narciso che sboccia!-disse il fauno.
Ker si fermò ad ammirarlo e per la prima volta dopo tanti anni si trattenne per osservare con meraviglia quella scena.Ogni giorno tanti fiori sbocciano nelle nostre campagne,ma noi non abbiamo tempo per recarci ad ammirarli, siamo troppo presi dalle sciocche cose moderne e dalle vacue apparizioni della nostra vita frenetica.
Il fauno portò Ker verso la giogaia.
Di lassù videro l'ampia vallata.C'erano cervi che correvano, pecore che pascolavano, agnelli che chiamavano i genitori.C'era lo spirito di gruppo del gregge, l'amore per i figli, il canto degli uccelli.
Le forze del bene vincevano quelle del male.Un unicorno bianco correva felice seguito dagli amici.Galoppò fino a raggiungere il re della giustizia e della concordia.Il sire, maestosamente vestito montò a cavallo dell'unicorno.Aveva un suntuoso abito blu e giallo, con ricamato un cuore:segno d'amore e concordia.
Migliaia di cavalieri spuntarono dal sottobosco.Tutti si davano la mano e cantavano inni al cielo.
-Mai finiremo di ringraziare il Creatore!-diceva il re.
In cielo comparve un arcobaleno!
Le nuvole divennero di mille colori.
Era una fantasmagoria di tinte.
Sembrava che un pittore naif avesse passato il suo pennello nel firmamento.
Una miriade di stelle si accese nella volta celeste.Era giorno ma d'improvviso calò la bella notte estiva.Vennero lucciole e cominciarono a cantare i grilli.Animali diurni e notturni ballavano insieme.Correvano gli scoiattoli, volavano le aquile, nitrivano i cavalli.
Era una grande festa.
Ker guardava estasiato ed emozionato.
Sudava di eccitazione.Non si era mai accorto che il mondo fosse così bello.Aveva di nuovo provato la gioia di meravigliarsi.Di colpo il fauno lo riportò dentro l'armadietto:
-Il tuo addestramento è finito!-disse il fauno.
Ker riaprì l'armadio e andò alla finestra.Guardo in cielo e vide volare un leone alato insieme alle rondini.Erano le nuvole da lui immaginate come vive a creare quelle figure fantastiche, aveva ritrovato davvero la magia di meravigliarsi.
Noi tutti dovremo ritrovare la gioia di sorprenderci e stupirci per le cose del mondo.

IL SIGNOR STARK

Il signor Stark stava camminando con il suo ombrello magico per le vie della città.
Gli alti palazzi lo guardavano ma lui non rispondeva, era tutto concentrato sui bambini dell'orfanatrofio e pensava a come poterli aiutare.
Giunse all'istituto dove i piccoli privi di genitori trascorrevano le loro giornate.
I fanciulli si erano alzati da poco.
Il signor Stark guardò l'alto edificio.
Era povero e misero:
-Io ci metterei qualche fiore intorno!-mosse l'ombrello e di colpo sui davanzali delle stanze comparvero vasi fioriti di fantastici petali rossi, gialli e blu.
Tutto sembrò già meno triste.Il signor Stark vestiva con un bell'abito tutto colorato.Mise un naso finto e come un pagliaccio si presentò al refettorio.
I bambini avevano ancora il pigiamino indosso.Il signor Stark toccò col suo ombrello magico i piagiami di fanciulli e fanciulli.Sopra ai pigiami comparvero delle ali e con l'ombrello in mano il signor Stark cominciò a cantare:
-Andiamo dietro all'ombrello,e voliamo:che bello!-
In gruppo, come uno stormo fecero tutti un viaggio, misto di fantastico e di realtà.Nell'aria fresca del mattino volarono sopra il parco.Salutarono il fornaio, il postino e la fioraia.Tutti erano felici e gai.
-Di solito le ore sono tristi per noi signor Stark!-disse Joi mentre volavano.Joi era il più piccolo dell'orfanatrofio.Aveva perso la mamma da poco ed era assai mesto.Quella mattina però sorrideva.
Il signor Stark mosse l'ombrello ancora una volta mentre erano in cielo.
-Stamattina colazione speciale!-disse, e ci furono paste e bomboloni per tutti.Mentre passavano gli uccelli li salutavano festosi.Il signor Stark era davvero magico:
-Come stai signora rondine?-domandava.
-Bene!Grazie!E lei signor Stark?-
Il signor Stark conosceva tutto il cielo e anche tutto il bosco.Sopra alla selva si fermò per salutare lo scoiattolo e il tasso,la volpe e la puzzola.Il volo fu lungo.
-E'ora di rientrare!Dovete andare a lezione!-disse il signor Stark.
I bambini sedettero in classe,ma all'uscita c'era ancora il signor Stark con loro.Mosse di nuovo l'ombrello e sui tavoli comparvero per ognuno i pasti più graditi.
Joi aveva sognato le lasagne della sua mamma e quelle comparvero nel suo piatto.
In quel luogo triste ora c'era tanta allegria.Il signor Stark giocò coi bambini.Fecero indovinelli, si raccontarono barzellette, si divertirono a ruba bandiera.Quando fu sera tutti supplicavano il signor Stark di rimanere,ma egli doveva andare a portare buone parole anche in altri luoghi.
-Devo andare in altri siti,ma vi prometto che ogni settimana verrò in visita da voi!-
Tra i ragazzi qualcuno pianse, altri si consolarono pensando alla settimana successiva.
Joi si mise vicino alla finestra e guardò il cielo.Il signor Stark aveva preso l'ombrello e stava per salire su una nuvola.
-Cosa farò tutta la settimana in questo luogo triste?-chiese Joi al signor Stark.
Il signor Stark gli regalò delle bellissime parole dicendo:
-Anche in questo luogo triste devi riuscire a trovare il tempo per pensare,pregare e ridere5!-
Tutti noi, in qualsiasi situazione non dobbiamo mai dimenticarci di pensare,pregare e ridere:è la chiave della vita.
Joi smise di rattristarsi.Mentre il signor Stark volava via il fanciullo guardò dietro una delle nuvole e illuminato da tante stelle comparve il bel volto della sua mamma:
-Buonanotte piccolo Joi!-disse la donna.
-Buonanotte mammina!-rispose egli.

VOGLIA DI CRESCERE

Frob il contadino aveva passato l'aratro sul campo, poi aveva rotto le zolle più grosse e passato la seminatrice.In un punto speciale aveva messo il seme del tulipano nero,una pianta particolare, rarissima e preziosa.
Il contadino Frob andava ogni giorno presso il solco dove aveva deposto il seme del tulipano nero:
-Nasci o mio rarissimo fiore!-ma il fiore non ne voleva sapere di venire fuori.
Ci provò la luce.Il sole si spostò vicino al solco.Illuminò con tutti i suoi raggi quelle zolle di terra.
-Vieni fuori fiorellino!-diceva il sole.
Il contadino Frob intanto suonava il mandolino per invitare il fiore a nascere.Gli animali della fattoria erano tutti in cerchio davanti al solco.C'era il maialino rosato che grugniva:
-Ronk!Ronk!Vieni fuori fiorellino!-
C'erano la mucca e il toro:
-Muu!Nasci tulipano nero!-
Ma il fiore non aveva punta voglia di uscire fuori.
-Voglio rimanere sottoterra!-si sentiva dire.
Ci provò l'aria.Venne una brezza dolce che cantava:
-Nasci fiore mio diletto!-
-No davvero!-rispondeva il fiore.
Questo tulipano nero era sempre svogliato e mai felice.La sua tristezza gli impediva di trovare la voglia di nascere e crescere.
Venne dall'ovile il montone.Con le sue grandi corna, si avvicinò alla dimora dove giaceva il seme di tulipano nero.
-Bhe!Bhe!Ti prego, oh tulipano:nasci!-ma il tulipano si rifiutava.
Venne l'acqua.Una bella nuvola rovesciò il suo contenuto sulla terra dove aveva dimora il seme.Bagnò la creta, in modo da rendere il solco bello umido e ideale affinché il semino sbocciasse,ma il tulipano non voleva ancora nascere.
Il contadino Frob era disperato.Se ne stava tutto il giorno innanzi all'angolo del campo ove era il seme, e attendeva.
-La vita è bella!-diceva Frob al seme per convincerlo a venir fuori.
Il vento spirò deciso e cominciò a sussurrare anche lui parole d'amore al seme.
All'amore non si può dire di no:
-Ciao vento!-disse il semino di tulipano nero affacciandosi.
Era quasi fatta.
Il vento parlava con tenerezza e in maniera dolce.
Esprimeva parole belle e affettuose.
-Luce, aria e sole ti invitano a nascere!Frob ti vuole tanto bene,ma se tu non hai voglia di crescere non risolviamo niente!-disse il vento.
A quel punto il seme di tulipano si fece venire la voglia di crescere e di svilupparsi.
Venne fuori,prima un po' timidamente, poi con sempre più vigoria.Nel tempo di una giornata erano già nati foglioline e bocciolo.Il tulipano nero nacque in tutta la sua floridezza.Era davvero un fiore speciale.Gli animali della fattoria e il contadino Frob lo ammiravano estasiati, tutti contenti che lui avesse trovato la voglia di vivere.
Anche noi non dobbiamo solo avere l'amore di genitori e maestri, dobbiamo pure metterci la nostra voglia di crescere per poter sbocciare.
Che la voglia di vivere,miei cari lettori, non vi manchi mai!!!

ASCOLTARE LA VOCE DEL CUORE

La principessa cerbiatta aveva ormai l'età da marito.
Era bella e graziosa.Si vedeva il suo manto pomellato che ormai andava facendosi adulto.Sparivano le macchioline bianche per dar spazio al bel pelo più scuro.
La cerbiatta stava sul trono accanto al cervo suo padre.
Il bel cervo dalle ampie corna parlava alla figlia:
-Devi scegliere un principe come marito!-diceva sua maestà.
-Devi sceglierlo ricco e danaroso!-consigliava il padre.
I pretendenti erano molti.
Venne il tasso a mostrarsi come aspirante.
Messer tasso era molto ricco ed era quindi un ottimo partito.
Esibì gioielli e pietre preziose.
Comparve a corte con il suo mantello striato dalle tipiche strisce longitudinali nere.Veniva dalla pianura e aveva salito tutta la montagna, ove era sito il castello.
-Sono ricco:ho tanti soldi d'oro e d'argento!-si presentò il tasso.
-E' vero!Ha molti denari!-bisbigliò il re alla figlia.
La cerbiattina guardava il tasso.Aveva le unghie sporche e mostrava villania.Parlava senza amore e non le era punto simpatico.
Giunse un secondo pretendente.
Le trombe squillarono e il gran ciambellano annunciò:
-Ecco al Vostro cospetto messer il castoro.
Messer castoro aveva due grossi dentoni coi quali lavorava il legno per fare dighe.La sua attività lavorativa era intensa e munifica.Si presentò con smeraldi e rubini.
-Ti cingerò di abbondanza e dovizia!-prometteva il castoro.
Questo era più simpatico del tasso,ma aveva le zampe corte e robuste e alla cerbiatta non piaceva.
-Smeraldi e rubini sono buona cosa!-suggeriva il re alla principessa.
Giunse a corte compar volpone.Questo era davvero antipatico.Furbo furbo e poco gentile.
Promise gioielli e grandi palazzi.
-Questo è davvero un buon partito!-diceva il re.
Il volpone aveva gli occhi ingannevoli e la principessa lo fissò sdegnata.A lei piacevano la sincerità e la lealtà.Compar volpone era invece noto a tutti per esser disonesto.
Per ultimo si presentò il codirosso.Cantò con il suo gorgheggio melodioso:
-Io non ho nulla da darti se non tutto il mio amore.Non ho né ori né gioielli,ma ti prometto bene e affetto!-
La cerbiatta venne subito colpita dalla gentilezza dell'uccellino.Era piccolo ed elegante.Il suo canto davvero dolce.Bene in vista davanti al trono porgeva un fiore alla cerbiatta.
Il re suggeriva di pensare alle ricchezze del tasso e del volpone, alla opulenza del castoro.
La principessa invece pensava ai sentimenti.Il codirosso variopinto era sempre lì ad offrire amore:
-Mi lascerò guidare dal cuore!-rispose ai pretendenti la principessa.Scelse, non il più ricco di soldi e gioielli ma il più fornito di amore.
Fu un matrimonio felice.Il codirosso e la cerbiatta furono assai felici insieme.Lui si poneva ogni mattina in cima al suo letto e la svegliava con canti d'amore,poi stavano tutto il giorno a dividere ore di affetto e bene.Tutto il reame fu felice di quella scelta e fu per ognuno un tempo di bene e gioia.
.....bisogna sempre ascoltare la voce del cuore!

EREDI DEL SAPERE

Schift era in biblioteca.
Odiava i libri e non amava leggere.Si annoiava, pensava alla televisione.
-Quella si che è uno spasso!-diceva.
Vedeva intorno a lui volumi e tomi.
Non lo affascinavano tutte quelle pagine scritte da filosofi e scienziati,né quelle dei poeti.
Non lo interessava la Bibbia, né i racconti storici né i libri di favole.
Preferiva lasciarsi stordire dalla tv e dalla sua violenza.
Quella mattina la maestra lo aveva portato in biblioteca a cercare tra la raccolta dei libri magici.C'erano le fiabe di Andersen e quelle dei fratelli Grimm.C'erano leggende dei Carabi e fiabe del Tibet.Racconti irlandesi e favole italiane.Tutto a vantaggio della fantasia e dell'immaginazione.
Schift provò ad aprire un poco i testi di queste belle storie.Si parlava di valori, e c'era una morale in ogni racconto.Il bene trionfava nella eterna lotta sui poteri del male.
Schift scoprì un mondo fantastico.Si parlava di creatività e gioia di vivere.C'erano etica,simboli e insegnamenti.Si descrivevano la natura, i cieli, i fiori e le stelle,i sentimenti e le emozioni.
Schift però pensava alla televisione e diceva:
-Non mi piacciono i libri!-
C'era un libro sugli elfi.Si narrava di un minuscolo elfo che viveva in un gelsomino.
Schift guardò la figura dell'elfo che era nella tavola del libro.Si vedeva un essere, alto come un mignolo che si affacciava dietro a un gelsomino.
-Mi sembra di sentire il profumo di gelsomino!-disse Schift.Era vero.L'afrore del gelsomino si spandeva per la stanza.L'elfo prese vita:
-Guarda le altre figure del libro!-disse l'elfo.
Schift cominciò a guardare le illustrazioni aiutato a fantasticare dall'elfo.
Parlò con la principessa sul pisello, con il brutto anatroccolo trasformato in bel cigno, con Biancaneve e Cenerentola.
C'era da discutere di amore e di bontà,contro gli atti di violenza e male.
I personaggi delle tavole si erano animati.
Schift toccava i materassi del letto della principessa sul pisello.Poteva vedere le scarpette di Cenerentola.Si discusse sulla importanza di amare il prossimo, si ragionò sulla vita e sull'educazione.I valori basilari si imparano da piccoli, quando si legge le favole.
Biancaneve parlò poi dei libri di filosofia.L'elfo ogni tanto interveniva:
-Dobbiamo amarci tra noi, noi che anziché assistere alla violenza della tv leggiamo i libri!-
Schift prese in mano l'elfo.Era proprio carino e aveva ragione:sui libri ci sono un sacco di cose che ci illuminano e ci aprono cuore e mente.
-Ama i libri,i loro saperi:siamo eredi del sapere!-disse l'elfo.
Da quel giorno al posto delle serate passate davanti al video Schift imparò a stare in biblioteca.
Crebbe nell'animo e nello spirito.Si lasciava trasportare dai libri e conosceva, imparava e cresceva:i libri sono davvero magici.

INVITATI ALLA VITA

Giar se ne stava sul suo terrazzo e guardava fuori.Era triste.Aveva discusso con la mamma e lo sconforto lo assaliva.
-Scenderò in cortile!-disse il fanciullo.
Mise le scarpe adatte e se ne andò giù.
C'erano tanti fiori nel cortile.Acanti.Dalie.Gardenie bianche.Azalee.
Giar venne appassionato da una petunia color fucsia.
La prese con un pezzo di terra e la portò in casa.
Sul terrazzo Giar preparò un vaso.Era ancora triste.
L'angoscia lo assaliva.Tutto gli sembrava brutto.Solo quel fiore lo appassionava.In basso vedeva altre petunie.I loro colori andavano dal bianco al rosa, sembrava che un pittore avesse passato la sua mano sul cortile.
-Sono triste!-diceva Giar.
L'afflizione lo faceva soffrire.
-Non ho voglia di passare le mie ore!Non voglio vivere!-
Toccò le foglie leggermente appiccicose della petunia.
La petunia cominciò a parlare.Il verde chiaro delle fronde si illuminò di una luce straordinaria.La petunia si attaccava alla terra del vaso con tutta sé stessa.Essa aveva tanta voglia di vivere.
-Apprezza le piccole straordinarie cose della vita!-disse il roseo fiore.
Giar prese un po' d'acqua e annaffiò il fiore.La petunia si attaccava alla vita con tutta sé stessa.
La corolla frastagliata e dall'aspetto stropicciato si aprì irrorata dal trasparente e fresco liquido.
La bellezza della petunia era davvero straordinaria.
-Io non ho voglia di vivere!-urlava Giar,mentre il fiore dimostrava invece l'opposto.
Si vide la petunia,con tutta la sua bellezza invocare il cielo.Pregava alla maniera dei fiori, emanando tutto il suo profumo e aprendo i petali.La petunia si prostrò col suo fusto ricadente alla signora della vita.
La signora della vita era una bella donna, vestita di bianco che discese dal cielo.
Giar guardava attonito, con sempre dentro di sé quel rifiuto per la vita.
La petunia parlò alla signora della vita:
-Grazie o mia regina della terra che ci hai dato!Grazie dell'acqua e del vento!-pregava il fiore.
Il sole risplendeva alto.
La signora della vita era illuminata dai raggi del grande astro.Un'atmosfera dolce circondava quel quadretto sul terrazzo.Era un inno alla vita e alle belle cose del creato.
La signora disse:
-Petunia, fanciullo!Vi invito alla vita!-
Era davvero un invito ad amare le cose della terra, l'amore e le bellezze del pianeta.
Giar corse dalla mamma, la abbracciò.Ella non capì ma rispose all'abbraccio.Giar mai più dimenticò la signora della vita e la petunia, e ogni giorno ringraziò Iddio per avergli donato la possibilità di esistere.
La petunia era stata grande maestra.
Mai più a Giar mancò la voglia di vivere.

L'IMMENSITA'

Mino era un fanciullo assai curioso.Voleva sempre scoprire e sapere.
Quel giorno era nel bosco.Indossava un paio di stivali di gomma e aveva in mano il suo cannocchiale.
-Voglio ammirare uccelli e piante!-diceva Mino.
Si fermò al centro della selva.
C'era un grande albero.
Per abbracciarlo sarebbero serviti almeno sedici uomini.
Mino abbracciò l'albero.
Le fronde lo coprivano.
Mino si sentiva al sicuro sotto quella grande pianta.
-L'immensità e la bellezza di essere,l'infinità del creato,la vita!Quante cose vorrei scoprire e capire!-diceva Mino scorgendo il cielo tra le fronde.
Si guardava intorno e sperava di cogliere il senso dell'esistenza.
Era bello vedere la sua voglia di sapere.
Abbracciò di nuovo l'albero.
L'albero parlò:
-Mio caro bambino!-disse a Mino-Sei tanto caro!-
L'albero cominciò a parlare dell'immensità dell'universo, delle grandezze del creato, della sua perfezione.
Mentre la pianta parlava Mino guardava l'orizzonte e ammirava il firmamento: pensava agli astri che si vedevano di notte.Odorava i fiori e pensava ai cicli della natura con la loro perfezione e la loro bellezza.
-Il creatore è stato perfetto!-diceva.
-L'immensità è una cosa eccezionale!-ragionava e si confidava con l'albero.
-Siamo ricchi e non ce ne rendiamo conto!-rispose la grande pianta.
-Ma il senso della vita non è tutto qui!-diceva l'albero.
C'era infatti qualcosa di straordinario che rallegrava Mino.Era la gioia di sentirsi bene nello spirito e nell'anima.
-La vita va oltre ciò che è terreno!-diceva l'albero.
Sopra le nuvole si sentivano infatti gli angeli cantare.Loro, che potevano sentire Dio accanto, spiegavano le voci e suonavano le cetre.
L'albero sussurrò a Mino:
-Fai silenzio e ascolta anche tu le voci degli angeli!-era vero.Si udivano gli angeli ringraziare il cielo.
-Ma io non riesco a capire l'immensità di essere!-diceva Mino.
L'albero gli disse:-Abbracciami!-
La pianta era così grande che Mino riusciva a cingere una piccola parte del tronco.
-Vedi?-disse l'albero-Così come tu riesci a porti intorno a una minima parte del mio fusto, così nella vita gli uomini riescono a vedere solo una piccola parte!-
Infatti l'immensità è tanto grande che le persone debbono sempre indagare e scoprire.
E' un invito alla vita.
Dobbiamo sempre ricercare e provare a scoprire, senza però voler indagare sui misteri inestricabili dell'essere:
-Lì ci vuole solo la fede!-disse l'albero.
Quella chiamata alla vita era forte.
Gli angeli continuavano a cantare.
Adesso, dopo quell'appello all'esistere Mino vedeva le cose con un altro cuore, si sentiva più vicino agli angeli e amava la vita più che mai.
Guardò l'orizzonte e apprezzò la vastità della volta celeste, tutti doni di incommensurabile grandezza.
-Grazie mio Dio!-pregò Mino, e un senso di grande pace lo avvolse, era una cosa sola con il creato.

IL PIPISTRELLO FATATO

C'era nel bosco, lontana dalla città, una casetta con le finestre rosse e gialle, e il tetto blù.
Nella casetta viveva Tono, un bambino tanto bravo e buono.
-Amo tanto il mio babbo!-diceva Tono-Ma lui non apprezza il mio amore!-
Il padre era un tosto taglialegna, insensibile di cuore e assai freddo.
-Ti amo babbo!-diceva Tono,ma l'uomo lo guardava con occhi di ghiaccio e non rispondeva ai segnali di affetto e di bene.
Quella sera faceva freddo.
Il padre di Tono era appena tornato dal lavoro.
Aveva ancora la scure e l'accetta in mano.
La mamma di Tono aveva preparato la legna nel camino che era cominciata a scoppiettare.
-Tieni il caffè babbino!-disse Tono servendo il caffè al padre, intanto il fanciullo pregava il cielo di illuminare e aprire il cuore del suo babbo.
In alto c'è sempre qualcuno che ci guarda.
A un certo punto della serata la mamma si rivolse al marito:
-Vai in cantina a prendere la farina?-chiese la donna gentilmente,-Devo cuocere il pane.-
Il babbo di Tono se ne andò in cantina.
Come abbiamo detto il cielo ci ascolta sempre.
L'immanenza del Creatore fa si che la sua presenza sia dappertutto.Iddio è vivo e sempre presente:è alla base di tutto.
In cantina l'uomo trovò un pipistrello magico.Anche i pipistrelli, sebbene ci facciano a volte un po' impressione sono creature del cielo.
Anzi, sono assai utili d'estate quando ci preservano dalle punture di zanzare e animalacci, loro prede.
Il pipistrello è l'unico mammifero capace di volare.
Appena il babbo di Tono entrò in cantina, sentì il pipistrello magico muovere le ali.Il pipistrello quando è freddo dorme, questo pipistrello si era appena destato.
L'uomo accese la luce.Il mammifero planò verso di lui:
-Che la pace sia con te!-disse il pipistrello.
Il pipistrello si attaccò a una trave del soffitto e cominciò a guardare l'uomo stando a testa in giù.
Si vedevano le ali come fossero un mantello.Dal capo gli cascava il pelo.
L'uomo venne scosso da quell'immagine.Guardò negli occhi l'animale.
-Sei assai duro di cuore!-disse il pipistrello.
L'uomo non capiva.
-Taci animale brutto e orrido!-protestava l'uomo.
L'animale aprì le ali.Erano scure e parevano un tabarro di velluto nero,appariva fiero e distinto.Il babbo di Tono si fermò un attimo.Nella semioscurità della cantina gli parve che dei riflessi luminosi si sprigionassero dal piccolo mammifero.
-E'solo la mia immaginazione!-si diceva l'uomo.
Il pipistrello cominciò a cantare:
-Amore ci vuole nella vita!Chi vive nell'amore trova la speranza!L'amore ci libera dalla morte!-
L'uomo aveva paura.
Iniziò a protestare:
-Taci animale brutto e orribile,tu che non puoi nemmeno vedere il sole!-
Il saggio pipistrello allora rispose:
-Come il pipistrello non può vedere il sole, così i cuori di certi uomini non riescono a vedere l'amore!-
Il babbo di Tono si scosse:
-Io voglio vedere!-disse.
-Allora sali su!-disse l'animale-Apri il tuo cuore e i tuoi occhi, e renditi conto dell'amore di tuo figlio!-
L'uomo prese la farina e corse per le scale, entrò nella sala del camino e abbracciò forte Tono.
Era la prima volta che i due si stringevano così intensamente.
Tono si emozionò tanto.Nel freddo della serata sentì il calore dell'affetto paterno.
Il cielo aveva davvero ascoltato il ragazzo.

L'ABETE

Nel bosco viveva l'abete Florindo.Era un bell'albero, dal portamento fiero e assai alto.
Come tutti gli abeti era sempre verde, estate e inverno, e se ne vantava assai.
Intorno a lui c'erano altri abeti.
-Io odio tutti!Sono io il più bello!-diceva Florindo mostrando le sue foglie e il suo bel colore.
Provava astio per tutti:per i compagni,per i bambini che si recavano nel bosco a cogliere bacche,per gli uccelli, per le lepri che correvano nella selva.
Dalle pigne erette che portava sui rami, si sprigionavano ostilità e disprezzo per gli altri.
Nella sua corteccia un ragazzo aveva scolpito un cuore, e lui se ne vergognava:
-Io sono per provare profonda avversione nei confronti di tutti!-diceva.
In quell'epoca era Natale.I taglialegna si recavano nel bosco a prendere gli alberi più belli per venderli come alberi per la festa.
Florindo si domandava:
-Ma dove andranno i miei rivali?-
Degli uccellini cominciarono a raccontare:
-Noi abbiamo visto da una finestra cosa viene fatto con gli abeti!Gli uomini li portano al calduccio.Li decorano con stupende palle colorate,lucine e stelle!Tutti si seggono di fronte all'abete cantano e pregano, si scambiano doni:è una gran festa!-
Florindo decise che il suo sogno sarebbe stato quello di diventare un abete di Natale.
-Come vorrei essere io decorato con palline e aranci!Come mi piacerebbe starmene al caldo in una stanza accogliente!-sussurrava,ma continuava a odiare tutti.
Anelava a essere preso dai taglia legna e li guardava lavorare.
-Voglio essere portato nelle stanze calde degli uomini e partecipare come protagonista alla festa della natività!-diceva.
Quell'anno non era ancora alto a sufficienza, e i taglialegna non lo presero.Florindo continuò con il suo sogno, ma seguitò anche a odiare tutti gli altri.
Passò la stagione, si succedettero estate e autunno, poi tornò l'inverno e il Natale si avvicinava.
Una notte Florindo rimase sveglio.Vide apparire intorno a lui delle stelle comete di quelle che si usano per decorare gli alberi.Quella che si posò sulla sua punta era una stella magica, color argento e assai sfolgorante.
-Come sono bello con questa decorazione!-disse subito Florindo.
La stella gli si mise sulla punta e cominciò a parlare.
-Per fare l'albero di Natale bisogna essere buoni e non odiare nessuno,ma amare!-
Florindo riconobbe di essere cattivo e malvagio ma promise di cambiare.
-Ti metterò alla prova!-disse la stella color argento.
Passarono i giorni.
Florindo imparò a salutare gli altri abeti, ad accogliere gli uccellini a essere gentile coi bambini, che si recavano nel bosco per cogliere bacche.
La stella fu contenta e disse:
-Odiare il rivale danneggia la propria anima!-
Ora che Florindo era diventato buono si ritrovò al centro di una grande sala.Dei piccoli lo decoravano e i grandi cantavano al cielo.
Era l'atmosfera dolce del Natale,Florindo era centro del palcoscenico, finalmente il suo sogno si era realizzato.

CONTINUARE

Apo era un bambino sfortunato.
Nella sua vita era sempre stato brioso e vivace,ma un brutto giorno, correndo presso lo stagno col fratellino era cascato e lesionato la spina dorsale.Adesso viveva senza poter più camminare.
La mamma e il babbo gli davano tanto amore, ma tutta la sua esuberanza e il suo dinamismo erano scomparsi.Relegato sul letto o sulla sedia a rotelle tutto il dì, se ne stava alla finestra e guardava fuori sconsolato:
-Non voglio più vivere!Non voglio più scoprire!Non voglio conoscere!-diceva.
Dalla finestra si vedeva la strada.A rompere la monotonia dell'asfalto6 c'era un bell'oleandro.
I fiori hanno sempre una loro magia:comunicano.Ma quello era un oleandro davvero speciale.Dall'arbusto si levava una vera voce.
Dall'arbusto rosa si alzò una esclamazione di saluto:
-Buongiorno Apo!-disse l'oleandro.
Le foglie erano tante, i fiori pure.
Da ogni fiore proveniva una voce di invito a vivere:
-Sii felice!-diceva un bocciolo.
-Cerca la gioia di scoprire!-diceva una corolla.
-Sei invitato a conoscere!-sussurrava un altro ramo.
Apo si sporse un po' dalla sedia a rotelle, sulla quale poggiava stancamente le immobili membra.
Era uno spettacolo fantastico,ma lui non voleva più indagare sulla vita.Tutto gli sembrava buio e nero.La depressione lo assaliva.Era tristissimo.Il suo umore triste gli faceva apparire ogni cosa priva di interesse.
-La quotidianità è assurda!Non voglio apprendere né venire a sapere niente!-
Dall'arbusto un fascio di rami aleggiò magicamente al primo piano dove era la finestra dalla quale Apo guardava.
-Cerca di provare il piacere di sapere!-dicevano i fiori del ramo.
Apo sentiva il dolore di vivere e non trovava ristoro.
Un tenue profumo si sentiva dai fiori.
La pianta tentò di spronare Apo a godere della vita.
Il fanciullo venne assalito da un'acuta improvvisa sensazione di dolore psichico.
I fiori cominciarono a cantare.
Il bimbo doveva capire che con la fiducia e la speranza si ha voglia di sapere, imparare, sperimentare.Si capisce che anche dal dolore si può trarre il bene.
Un fiore, più grande degli altri si avvicinò al volto di Apo.
I petali dell'oleandro cantavano.La melodia invitava alla vita, alla gioia di sapere, conoscere e indagare.
Apo si alzò in piedi, gli era stata regalata la capacità di camminare.Sembrava un sogno, invece era verità.L'arbusto magico recitò:
-Continua a conoscere e scoprire per arrivare a comprendere!-
Apo capì, anche tutto quel dolore che gli era stato dato era servito per arrivare al bene.

LA FELICITA'DI SENTIRE DIO

Res era un bambino assai acuto e perspicace.
-Voglio conoscere Dio!-diceva standosene al caldo nella sua cameretta.
Era inverno.Faceva un gran freddo.
Res guardava fuori.I vetri erano appannati.
Res voleva vedere Dio in faccia.Pretendeva di poterlo vedere nella sua infinità.
I vetri della finestra erano ricoperti dalla neve.
Il fanciullo scaldò una monetina al fuoco del camino.
Prese in mano le pinze del focolare e collocò la moneta sulla fiamma. Quando il soldo fu caldo lo poggiò sul vetro. Un poco di ghiaccio si sciolse. Da un piccolo foro Res guardò fuori.
-Voglio vedere Dio!- diceva, e guardava in alto.
Davanti a lui c'erano le tegole del tetto.
Dei fiocchi di neve cascavano lievi dal cielo.
Un chicco si posò su un altro chicco. Cominciò a formarsi un'immagine. Era la regina delle nevi, un essere candido e purissimo, che nel suo manto niveo, bussava alla finestra di Res.
-Ciao Res!Sono la regina delle nevi!- disse la stupenda donna. Aveva la faccia buona e gli occhi amorosi. I tenui raggi del pallido sole illuminavano il suo diafano mantello.Una corona aurea le cingeva il capo.
La regina della neve era buonissima.La forza del suo amore era tanta, e resisteva senza sciogliersi anche nel caldo della casa.
-Voglio vedere Dio!-insisteva a dire Res mentre faceva accomodare la regina delle nevi.
Il fanciullo pretendeva di vedere Dio in carne ed ossa.
La regina delle nevi cominciò a dire, candida e pura:
-Conoscere Dio completamente è cosa impossibile sulla terra!Tanto Egli è grande!-
-Ma io voglio vederlo!-diceva Res.
-Nessuna intelligenza può coglierlo totalmente!-
La regina prese Res per mano e lo portò fuori in volo verso la Lapponia7.
Si vedeva la coltre di neve bianca che custodiva le erbe e ricopriva i campi tenendoli al caldo.Si videro le renne correre felici sul manto candido.
Una renna madre curava i suoi piccoli.Babbo natale galoppava con la slitta.Era un mondo di gioia e amore.
La regina fece vedere a Res l'importanza dell'affetto. Nella distesa bianca c'era una strada che portava a uno splendido castello di ghiaccio. Era il maniero fatato della regina.In esso stavano lupi buoni e castori che cantavano. C'erano elfi gentili e gnomi cortesi. Tutti si volevano bene e si amavano. Quello era un esempio della felicità che Dio ci offre se viviamo in pace e in armonia col prossimo:
-Dio non è visibile in toto con gli occhi terreni,ma raggiungerlo in qualche maniera ci dà una grande felicità!-disse la regina.
Res cominciò a ballare.
Si sentiva davvero felice in quel luogo d'amore che lo avvicinava a Dio.
Con lui ballavano elfi e gnomi, fatine azzurre e animali.
Anche noi dobbiamo cercare la gioia nelle cose che ci indicano dove è Dio.
Res non poté vedere Dio in faccia. Comprese però che vederne una parte, nell'amore e nella concordia gli dava un'immensa gioia.
Cerchiamo anche noi la letizia della pace e dell'armonia.

LE ROSE SALVATRICI

C'era una volta Berda. Berda era una bella bambina, ma non troppo dedita all'amore per i suoi tre fratelli e per i genitori.
In quel modo non poteva vivere totalmente nella gioia e nella letizia di dare e regalare bene e affetto.
Un brutto dì l'orco del fuoco rapì il suo babbo,la sua mamma e i tre fratelli.
Davanti a Berda comparve la fata della famiglia.
-Per liberare papà,mamma e i tuoi fratelli dovrai cogliere tante rose nel bosco incantato. Dovrai poi fare cinque corone, andare negli inferi e cingere le teste dei tuoi parenti con le ghirlande di rosa! Solo così potrai liberarli!-disse la fata.
Gerda era addolorata per la sua famiglia.
Aveva paura a star sola. Si stava rendendo conto dell'importanza dei suoi cari, con loro condivideva emozioni, gioie e dolori.
-Mi avvierò nel bosco incantato!-decise Berda.
Il bosco era bello. C'erano tanti colori:il verde dei pini, il rosso delle bacche, e le sfumature dei fiori.
Anche nel bosco però Berda aveva paura. Alla sua età si ha bisogno del calore dei genitori per percorrere le vie sconosciute.
Berda arrivò al roseto.
Sentì il profumo delle belle corolle vellutate. Si accinse a cogliere le rose ma si bucò. Prese un paio di fiori e provò a intrecciarli per fare una prima ghirlanda. Si bucò ancora:
-Ahi!- brontolò.
-Non mi va certo di bucarmi per i miei familiari!-
L'egoismo aveva vinto.
Era decisa a desistere dall'impresa.Pensava solo a non bucarsi, e non a salvare i parenti.
Berda decise di tornarsene a casa.
Mentre era in cammino passò dallo stagno.
Sull'acqua c'erano i paperi.
Mamma anatra conduceva la sua nidiata.
Insegnava con amore ai piccoli a nuotare.
Li beccava con dolcezza e li nettava dallo sporco.
L'amore dell'anatra per i suoi anatroccoli era esempio di amore e dedizione per chi amiamo.
Berda la osservò.
Fu per lei grande insegnamento quel gesto di bontà dell'anatra.
Era bello quel volatile che si preoccupava di curare i figli.la famiglia dell'anatra si muoveva sull'acqua vicino al canneto.Gli anatroccoli chiamavano la madre che dolcemente li guidava.
Sembrava un'eroina quell'anatra.
Berda fece dietro front e si diresse di nuovo al roseto.
La dimostrazione d'amore dell'anatra aveva colpito Berda, che decise di emularla nello spirito di dedizione al prossimo.
Colse tutte le rose e fece cinque corone.
Tosta si avviò al paese infuocato e trovò mamma, papà e fratelli.
Aveva tutte le mani piene di spine ma non sentiva dolore.
La gioia di salvare i suoi cari le dava tanta forza.
Si stava sacrificando e offriva il suo dolore per liberare la famiglia.
Incoronò la testa dei suoi parenti con le rose.
Di colpo si ritrovarono tutti nella grande distesa d'erba di fronte alla loro casa.
Erano liberi. La magia delle rose e dell'amore aveva funzionato.
L'amore aveva vinto.
Cantavano insieme e si abbracciavano.
L'amore dell'anatra era stato un bel modello da emulare: accade spesso che gli animali ci insegnino grandi cose sull'amore.

LE COSE GRANDI CHE HA FATTO IL CREATORE

-Vieni a giocare con noi!- dicevano i tre nipotini a nonno Ref.
Nonno ref era triste e se ne stava in un cantuccio a pensare.
Meditava ed era mesto. Poggiava le mani sul bastone e stava curvo e serio.
Non coglieva l'importanza dell'amore della sua famiglia, né le bellezze del creato.
-Vieni nonno!-diceva Tob, il più piccolo, ma nonno Ref non voleva aggregarsi alla felice compagnia che si trastullava.
Il nipotino Tob uscì in giardino.
Era un parco ampio, pieno di fiori colorati e piante.
Si incamminò verso l'angolo a est e si avvicinò al sambuco.
Il sambuco è un alberello fantastico, capace di compiere opere magiche e straordinarie.
-Ti prego sambuco, vieni con me e aiuta il nonno!-disse Tob prendendo un rametto di sambuco.
Con il mano il ramo, il fanciullo andò verso il nonno.
Nonno Ref era assiso sulla seggiola a dondolo che pregava.
Tob mise il rametto di sambuco sulla tavola.Il ramo fiorì d'incanto e comincio a dire al nonno:
-Godi dell'aria!-
Il vecchio respirò a pieni polmoni. Pensava all'importanza dell'aria che respiriamo, primo dono fattoci dal creatore, ma era sempre triste. L'angoscia lo assaliva.
Il rametto di sambuco disse poi magicamente:
-L'amore del Creatore è sommo bene: pensa al fuoco!-
Il nonno pensò alla fiamma che lo scaldava d'inverno e che cuoceva le castagne, rifletté sull'importante calore del focolare quando fuori i ghiaccioli pendono dai tetti, e la coltre di neve riveste il palcoscenico.
Il rametto indicò all'ottuagenario di alzarsi e andare alla finestra.
Nonno Ref si accinse a muoversi verso l'infisso. Smosse la tendina e guardò fuori:
-Ammira l'erba dei campi!-
Come una capigliatura felice, l'erba si muoveva ed era fantastica.
Nonno Ref aprì l'imposta e respirò l'odore di fieno che proveniva dalla cascina:
-Anche l'erba è un dono del Creatore e del suo amore. L'amore di Dio è bellezza di tutte le bellezze8!-
Il rametto disse di guardare verso il sole. La luce e il calore sono doni immensi. A noi tutto ci sembra dovuto. A volte l'inquinamento e le industrie arrivano fino a quasi turbare il ciclo naturale, ma Dio è più forte e la natura vince sempre.
Di lontano, dalla finestra si vedeva il torrente.
-Pensa all'acqua e alla sua freschezza!-disse il rametto -Prendimi con te e portami alla fonte!-
Nonno Ref prese il rametto e seguito dai nipoti si recò verso la sorgente.
L'acqua era limpida e simbolo di purezza. Anche l'acqua è un dono del Creatore.
Il nonno e i nipotini erano contenti.
Il nonno aveva ripreso a godere della vita.
Guardava l'acqua, il sole, la luce, l'aria. Sentiva il vento accarezzargli il viso. Meditava sul fuoco e per tutto ringraziava il cielo.
Nonno Ref si sedette su un macigno. Tirò fuori di tasca il libro dei salmi. Era allegro e abbracciava i nipotini:
-Voglio giocare con voi!-diceva.
Il libro dei Salmi venne aperto.
Tra le pagine c'era un vecchio fiore come segna libro.
Il fiore magicamente, una volta aperta la pagina si aprì e rifiorì come in un incanto.
-L'amore di Dio è superiore a tutto!-commentò il rametto di sambuco.

SAPERE TANTE COSE

IL professor Giak sapeva tante cose.
Studiava sempre e conosceva le scienze, la matematica e l'ingegneria.
Quella domenica le campane suonavano.
La gente stava andando a Messa.
-Io non sopporto chi prega e si rivolge al Signore!Io Dio non l'ho mai visto e non lo conosco!- diceva il professor Giak, affacciandosi sulla via mentre il popolo si avviava alla cattedrale.
La chiesa si vedeva in fondo al viale.
Intorno c'erano magnifici faggi e grandi querce.
Dei gigli imbiancavano la base dei tronchi, coi loro petali nivei, imporporati al centro dagli scuri pistilli.
Le pie signore e i devoti bambini cantavano osanna a Cristo.
Procedevano tutti cautamente, mentre le campane stentoree, annunziavano la festa.
La bronza delle squille del campanile ritmava il procedere dei fedeli.
Le orecchie del professor Giak udivano l'eco di quegli strumenti:
-Odio le funzioni religiose! Io so tante cose, a me non interessano Dio e le Sacre scritture!- brontolava, ma era tanto infelice, sentiva che non partecipando a quella festa si privava di tanta gioia.
Vicino alla chiesa, dalla finestra del professor Giak si vedeva un laghetto. Il sole stava salendo in cielo e si rispecchiava sulla distesa dello specchio d'acqua. Persino gli anatroccoli parevano partecipare al giorno di riposo e letizia.
Il professor Giak tornò in camera.
-Leggerò e studierò! Io voglio sapere tante cose!-
Intanto le campane continuavano la loro melodia.
Il professor Giak sapeva in verità tantissimo di monomi, algebra e trigonometria.
Sapeva fare computi e conteggi. Era capace di risolvere complicate espressioni, ma nulla sapeva di fede, di sentimenti e di emozioni.
Era nervoso. Chino sui libri udiva ancora il rintocco delle campane.
Il suono che sentiva si faceva sempre più acuto.
Si trasformò in una voce di preghiera che solo lui potava comprendere:
-Venite fedeli! Venite a celebrare la grandezza dei cieli!- dicevano le campane -Infelice è l'uomo che conosce tutte le cose ma ignora Dio9!-
Il professor Giak si alzò. Chiuse il testo sul quale stava studiando, prese un Vangelo e scese le scale per andare in chiesa.
Anche lui partecipò alla funzione.
Si lasciò trasportare dall'amore per Dio.
Si sentì tanto felice.
Cantava e gioiva.
-Beato l'uomo che vuole conoscere il Signore prima d'ogni altra cosa!-diceva il professor Giak.
Dio con la sua giustizia ci libera l'animo da ogni angoscia.Confidate nel Signore, Egli ci farà vedere il bene. Porgi l'orecchio al cielo e diverrai dotto e saggio.
Fa che la parola di Dio entri nella tua casa e apra il tuo cuore.

IL POTERE DEL CUORE

Liù era una dolce bambina.
Amava tanto la sua cagna nera Syman.
Insieme correvano felici per i boschi e giocavano tutto il dì.
Un brutto giorno le forze del male rapirono la cagna.
-Syman!Dove sei!- urlava Liù.
Era sconsolata e si mise a cercare.
Si procurò un fagotto e partì per scovare dove le forze del male avevano rinchiuso il suo quattrozzampe.
Intanto Liù piangeva e dal cielo elfi e folletti dicevano alla grande maga della bontà:
-Aiuta questa piccola!-
Liù si addentrò nella selva.
Trovo Agel, il capo dei lupi.
Spiegò al capo branco il suo problema.
Il lupo la guidò fino a oltre la collina.
In cima al colle si vedeva la grande pianura, al termine della quale c'era il castello di ghiaccio del re del male.
Era una costruzione con degli altissimi pinnacoli, dai quali provenivano lampi di cattiveria e grida di angoscia.
-Parti alla volta di quel maniero stregato!-disse il lupo -Vedrai che la tua cagna sarà là!-
Liù si mise in cammino.
Dovette camminare per un percorso pericoloso.
Trovò guadi da oltrepassare, spine, ed ebbe tanto freddo.
Una volpe la vide camminare, e intenerita dal suo spirito di dedizione verso la cagna le si mise al collo:
-Ti scalderò io!- disse la volpe, e la scaldò per un lungo tratto.
Liù camminava.Intanto la volpe la consolava e le dava forza.
Sul cammino incontrarono il falco.
-Aiuta la bambina!- pregavano intanto le fatine alla grande maga della bontà.
Il falco non aggredì Liù, ma anzi stimando assai le sue gesta la confortò accogliendola nel suo nido per trascorrere la notte.
Il mattino dopo il castello di ghiaccio era vicino.
Sulla strada c'era un brigante
Persino il brigante si emozionò nel vedere l'ardimento e l'amore di Liù.
-Monta sul mio cavallo!-disse il brigante.
Liù arrivò al castello.
Era altissimo e spettrale.Un aspetto davvero toccante.
Si vedevano mostri e tridenti. Si udivano urla di angoscia e tutto tremava. Le torri e le pareti erano fatte di ghiaccio.
-Aiuta Liù!-dicevano gli elfi alla maga della bontà.
La maga rispose:
-Non c'è bisogno di dare poteri a Liù.Ella è già tanto forte, ha il potere del cuore!-
E infatti davanti al suo amore le pareti di ghiaccio si sciolsero.
Liù trovò Syman.
La cattiveria era stata sconfitta.
La bambina e la sua cagna tornarono insieme per sempre.

LE SCARPETTE

La calzolaia aveva fatto un paio di scarpette color dell'oro.
Erano piccole piccole ma incantevoli.
Le scarpette si vantavano tanto del proprio aspetto:
-Siamo scarpette stupende!- dicevano.
C'erano scarpe di tutti i tipi in calzoleria.
Di ogni colore e di ogni foggia. Si vedevano sugli scaffali calzature per lo sport, per la campagna e per la città. Gli stivaloni parlavano di argomenti seri. Le ciabatte discorrevano sull'importanza del focolare familiare e i sandali parlavano di filosofia.
Le scarpette color dell'oro si lodavano tanto del loro aspetto ed erano dellegran boriose.
Mocassini e zoccoli non sopportavano tutte quelle vanterie.
-Siamo belle!- dicevano le scarpette color dell'oro.
-Dovreste ringraziare il cielo di essere tanto belle!- dissero gli stivali.
-Noi non ringraziamo nessuno! Dio non esiste!-risposero le calzature dorate.
Erano atee.
Non credevano in un creatore.
Un giorno un angelo passò dal laboratorio della calzolaia.
Aveva bisogno di un paio di calzature nuove.
-Tu che sei tanto buona, calzolaia, hai un paio di scarpe belle da poter stare in cielo?-
La calzolaia offrì all'angelo le scarpette dorate.
Le scarpette dorate si ritrovarono così in cielo.
Erano fatte con tutto l'amore, e stavano a pennello nei piedini dell'angioletto.
Le scarpette rimasero attonite nel vedere l'immensità dell'empireo. Sui vari cieli stavano le creature di Dio. Si cantava e si suonavano arpe. Tutti erano appagati dalla vicinanza dell'Onnipotente:
-Osanna!Osanna!- dicevano tutti.
Era quello un Dio di amore e di bontà.
C'era la pace.Tutti si amavano e si volevano bene.
Un arcobaleno stava al centro della volta celeste. Tra i vari raggi colorati camminava l'angelo con le sue scarpette.
-Che differenza da quanto si vede sulla Terra!- dicevano le scarpette dorate.
-Qui tutti sono uniti e si vogliono bene!-
Dio c'era davvero.
Gli angeli volavano felici.
Sulle nuvole suonavano gioiosi i flauti del paradiso.
Producevano un suono incantevole, mentre gli angeli ballavano.
Tutti si nutrivano dell'amore di Dio.
-E noi che non credevamo e non avevamo fede!- dicevano le scarpette.
Una luce illuminò le scarpette dorate.
I riflessi venivano direttamente dal centro del cielo.
La dimora del Padre era assai luminosa, ma nel mezzo di tutto si videro le due scarpette.
-Ci vergogniamo di non aver creduto!- dissero pentite.
Dio le perdonò ma disse:
-Tornate sulla Terra e annunciate la gioia del paradiso!-
Le scarpette tornarono in calzoleria.
-Dio esiste!-dicevano-Chiedetelo agli angeli!-
E da quel giorno la loro tinta dorata fu ancora più lucente.
Anche noi, se a volte ci sentiamo venir meno la fede dobbiamo rivolgerci al nostro angelo custode, vedrete che anche lui ci parlerà dei canti e della gioia che è alla casa del Padre.
Se qualcuno vi chiede se Dio esiste, voi rispondete: "Chiedetelo agli Angeli!"

IL CANTO DELLA MAMMA

Buk era triste e piangeva.
Le sue erano lacrime di vero dolore.
Aveva litigato con la mamma e si era allontanato da casa.
Vedeva il buio intorno a sé. Tutto gli sembrava brutto e scuro.
Camminò a lungo.
Cercava qualcosa.
Vide un torrente e decise di risalirne il corso.
Fu quello un viaggio magico attraverso la propria vita, alla ricerca delle radici.
Sulle sponde del rio c'erano canneti e narcisi.
I gialli fiori si rispecchiavano nelle acque e seguivano il suo percorso, ma Buk era serio.
L'acqua era limpida, il fanciullo però continuava a piangere:
-Sono sempre triste!- diceva mestamente Buk pensando alla madre e al suo bisticcio.
Il fiume intanto si faceva sempre più bello, mentre Buk camminava verso la sorgente.
Si vedevano ninfee stupende e fiori di loto.
Buk si fermò davanti a una pianta acquatica con fiori bianchi e pistillo giallo. Aveva forma stellata ed era leggermente profumata.
Il fanciullo ispirò forte.
Alcuni pesciolini erano intorno alle foglie della pianta. Avevano squame tinte di riflessi argentei.
Accanto al fiore Buk vide l'immagine della mamma.
Si spostò ancora a piedi verso la fonte e giunse alla falda dove scaturiva l'acqua. Era quella la sorgente, era il punto che rappresentava l'inizio del suo essere.
Lì la mamma cominciò a cantare.
Non c'è niente come il canto della mamma. A Buk sembrò che le gemme dei fiori divenissero diamanti. Parve che il cielo si imporporasse di rosso d'amore.
Sentì caldo e affetto.
Si lanciò verso la mamma per fare pace con lei.
La mamma tese le mani.
-La tua mano è come una forza che mi tira fuori dalle tenebre! La mia anima trova la luce con il tuo bene!-
Il dolore scomparve. Il buio non c'era più.
Buk si rese conto che non poteva stare lontano dalla mamma:
-Mamma, insieme a te costruirò la mia vita!-
La donna continuava a cantare.
Non c'è niente di più bello della voce di una mamma che canta al suo bambino.
Buk si lasciò trasportare da quella voce piena d'amore.
Solo una madre sa comunicare così tanto calore con una melodia.
Solo una mamma è così meravigliosa da commuovere con un canto.
Per tutta la vita porteremo dietro il ricordo della voce materna, sarà il significato del vero bene che questa donna ci vuole. Solo la mamma sa donare tutta sé stessa al suo piccolo. Solo la madre sa meravigliarci con ogni mossa e ogni parola, solo la madre sa dare gioia e serenità con tanto affetto.

CUORE, RAGIONE E FEDE

Bam anche quella mattina doveva entrare in miniera per lavorare.
Guardò per un ultima volta la bella macchia, fuori dai cunicoli del giacimento:
-Belli i mirti, belli i lentischi, bellissima l'erica!- pensò guardando piante e arbusti.
Il mondo di fuori era stupendo.
Bam stava per cominciare la sua lunga giornata di fatica, nell'antro oscuro della miniera.
Avrebbe sudato e lavorato, ma era sereno e cantava.
Salutò il cielo rossastro dell'aurora. Non avrebbe più rivisto la luce fino alla domenica, il suo dì di riposo.
Cercava dentro sé la forza e l'energia per trovare motivazione, e dare un senso alla sua vita.
-Ho una bella famiglia che mi ama!- rifletteva sulla moglie e i figli, sul loro affetto e sul proprio ruolo.
In fondo al cuore si sentiva importante, nel suo compito di capo famiglia. Mentre stava entrando nelle viscere della terra, calzò bene l'elmetto e si fece il segno della croce. Si sentì incoraggiato, e sollevato dall'ultima pena, guardò ancora una volta il cielo. Ormai il sole stava salendo dall'oriente. Bam cominciò a zufolare un motivetto allegro, mentre l'ascensore lo portava all'interno del giacimento.
Stava scendendo per tanti metri. I compagni lo udivano fischiettare, si chiedevano come facesse a essere così sereno.
-Ma come farà a essere sempre così tranquillo?- dicevano.
Bam aveva una parola buona per tutti i colleghi. Faticava e si sforzava, ma aveva il tempo per cercare di confortare i compagni e per essere gentile.
A mezzogiorno spezzò il pane che aveva nella bisaccia e ne offrì un poco ai suoi amici.
Era una focaccia secca, ma le ristrettezze economiche facevano privilegiare i figli.
Bam parlò della sua prole. Gli amici lo ascoltavano. Le sue parole erano piene di fiducia e di gioia.
Intanto la caverna era buia. La polvere del carbone entrava nei polmoni dei minatori. Sentivano freddo e caldo allo stesso tempo. Le condizioni igieniche erano terribili, in un immane prolungato patimento.
Nel rito che costituiva il suo antipasto, Bam ringraziò il cielo per il pane quotidiano. In quelle ore di attività mai mancava la fede a Bam. Era un lavoro pericoloso e insalubre. Persino le loro vite erano minacciate continuamente da crolli e perigli, eppure Bam aveva la forza per ringraziare il Creatore.
Nella galleria Bam continuava a operare. Spostava pesantissimi carrelli e usava pala e badile, indefesso e instancabile. L'opera di estrazione procedeva, in quell'aria mefitica e in quelle disumane condizioni, nel buio intenso.
Bam non si perdeva d'animo, ragionava sul fatto che c'erano genitori senza lavoro.
-Io sono fortunato, almeno ho di che mantenere la mia famiglia!-
Dal pozzo Bam faceva salire e scendere il materiale. Il motore a vapore scaricava gas nocivi.
Il capo reparto urlò di andare più in profondità.
Bam fu costretto a indossare l'impermeabile, perché l'umidità lo rendeva madido di goccioline.
Lui continuava a scendere. Intanto cantava, pensando ai suoi cari, quando sarebbe andato con la famiglia in chiesa alla domenica.
Cuore, ragione, e fede lo illuminavano nel buio della miniera.
Infatti quando si ritrovò nella parte più bassa del filone un angelo accese per lui una luce celestiale. Nessuno lo vedeva, ma le forze divine erano vicine a lui. Bam non sentiva né la fatica né le difficoltà del suo lavoro. Non era affatto nel buio, non si sentiva nelle tenebre, Dio era vicino a lui e il suo animo e la sua intelligenza lo percepivano chiaramente.
-Grazie Dio!- diceva Bam.
Cuore, ragione e fede debbono sempre illuminare la nostra vita.

UTILIZZA BENE IL TUO TEMPO

C'era una volta un'ape di nome Ter.
Mentre tutte le sue compagne si offrivano per il bene comune e la felicità dell'alveare Ter se ne stava senza far niente.
Lavoravano tutti nell'arnia.
C'era chi si occupava di portare il polline, chi produceva cera e miele, chi pensava ai piccoli. Ognuno aveva un compito:
-Io non voglio far niente!- diceva Ter, e se ne stava in panciolle. Godeva a sbafo della propoli preparata dalle compagne, vestiva sontuosamente, aveva gioielli e monili.
Ella sognava solo di esser ricca. Non pensava al bene comune. Per lei valevano solo le cose terrene e materiali, non i sentimenti e le emozioni.
Il tempo però, senza far nulla passava lento. Cresceva in Ter l'invidia, aumentavano in lei l'astio e il rancore.
-Mi danno noia i miei simili!-diceva.
-Faceva finta di essere occupata e diceva alle altre:
-Ho da fare!- mentre invece non faceva niente, e soprattutto lasciava incompiute le cose importanti, come l'attività dell'alveare e l'amore tra le operaie.
Per ammazzare le ore se ne andava in giro a fare del male al prossimo.
Nulla faceva di importante, si preoccupava solo di agire male.
Era assai attenta alla cura del proprio corpo.
Truccava le sue strisce gialle e nere, si metteva il mascara nelle ciglia, pensava tanto all'aspetto ma per nulla all'essere.
Aveva perso la cognizione del tempo.
Tutta presa nell'occupare le tante ore libere con opere cattive e senza senso.
Era una grave cosa buttare via tutto quel tempo.
L'ape regina chiamò Ter al suo cospetto.
L'ape regina era tanto saggia e savia.
Ella governava il popolo delle api redistribuendo parimenti i prodotti. Non comandava dispoticamente, ma agiva nella democrazia e nell'amore per i suoi sudditi.
Ter aveva parecchia paura.
I fuchi la accompagnarono al trono.
I tamburi annunciarono il suo ingresso a corte.
Ter capì che il momento era importante.
Intorno al trono c'erano fiori e api operaie in uniforme.
-Come nella società umana le api dipendono le una dalle altre!- disse sua maestà.
-Tu butti via il tuo tempo e buttare via il proprio tempo è rave peccato!-
Quelle parole ghiacciarono Ter.
L'ape fannullona e cattiva abbassò il capo e promise di cambiare.
Uscì dalla cella reale e si mise subito al lavoro.
Andò a caccia di nettare.
Trovò un grosso fiore e si mise a trasportare secchiate di zuccherosa sostanza.
La sua vita cambiò totalmente.
Nn pensò mai più a fare del male e non aveva più da ammazzare il tempo.
Adesso era contenta di sé e provava tanta gioia.
Ricordiamolo anche noi:il tempo è importante, mettiamo a profitto le nostre ore. Agiamo nel bene e nell'affetto. Buttare via il tempo è peccato.

PERCHE' IL MIO CAVALLO E MORTO?

Da poche ore era morto Cho, il cavallo di Robj.
Il piccolo Robj era disperato.
Pensava agli occhioni grandi del suo destriero, si rammentava delle carezze, delle galoppate, dell'eleganza e dell'amore dell'equino.
Robj era nella stalla. Il cadavere di Cho era stato appena portato via. Lui non aveva voluto vedere la bella salma del cavallo:
-Me lo voglio ricordare da vivo!- diceva Robj.
Aveva ancora nelle orecchie il suo nitrito di saluto.
Aveva ancora nella mente il suo respiro, e per sempre gli sarebbe rimasto nel cuore il suo ricordo.
-Perché il mio Cho è morto? Perché la sua vita è stata così breve in confronto alla mia?- si chiedeva disperato il fanciullo, e non trovava consolazione.
Nella stalla c'era ancora il fieno. Sopra all'erba seccata stava il forcone.
Il forcone era un gran sapiente.
Tra l'odore di fieno, mentre tre mosche volavano tra la polvere della paglia, il forcone disse:
-Caro Robj, ti racconterò una favola che ti spiegherà come mai la vita del cavallo è così breve rispetto a quella dell'uomo! Dunque...c'erano una volta gli arnesi di una cucina. Era una cucina antica, di quelle rustiche tipiche della casa di campagna come la tua!- raccontava il forcone.-I vari utensili della cucina stavano parlando tra loro. Era una stanza grande, coi muri in mattoni. Al centro c'era un grande focolare, sino ad allora spento.Gli arnesi parlavano tra loro. Ognuno dichiarava di essere il più importante. Per prima intervenne la teiera. Era una teiera russa. Tutta decorata da girigogoli dorati.''Io sono assai apprezzabile. Grazie a me le persone possono inzuppare i pasticcini e bere thé caldo nei pomeriggi freddi!'' La teiera si vantava assai, riteneva di essere dotata di grandi virtù. Dopo la teiera parlò il colino. Era un colapasta d'ottone. Se ne stava appeso al muro e diceva:''Senza di me non si potrebbero colare la pasta e i tortellini! Il mio valore è parecchio decisivo!''
La tinozza si lodava perché grazie a lei si potevano lavare i piatti. Era una tinozza assai vecchia, ma la sapeva lunga:''Io sono la più importante della cucina!'' affermava. Intanto stava a sentire gli altri un piccolo fiammifero. Il fiammifero taceva. Non si sentiva tanto importante. A questo punto intervenne il paiolo:''E' dentro di me che bollono i fagioli!'' si glorificava. Il mestolo interveniva:''...Eh...se non ci fossi io a rimescolare i legumi!''
L'unico a non dire niente era il fiammifero.
Mentre gli oggetti parlavano entrò il contadino. Tutti tacquero per non farsi sentire dal loro padrone. Ognuno continuava a sentirsi il più importante, e nessuno pensava al fiammifero.
Il contadino sfregò il cerino sul muro e accese il fuoco. La teiera poté bollire, l'acqua per i tortellini venne messa sul fuoco, venne accesa la pentola coi fagioli. La vampata del fiammifero era stata breve, ma assai importante! La più importante di tutto!-
Il forcone finì la sua favola.
Robj lacrimava ma si sentiva confortato. La vita di Cho era stata come la fiamma del cerino: breve ma tanto importante.

I DUE GEMELLINI

C'erano una volte due cicogne.
Ognuna di esse aveva un bambino in fasce, da portare come immenso dono a una famiglia.
La prima cicogna aveva una bimba bionda, assai bella e sempre felice, stringeva le manine e chiamava ''mamma''!. Sarebbe stata la gioia di qualsiasi genitore.
La seconda cicogna aveva un bel maschietto moro. Anche esso assai sorridente e con due occhioni scuri tanto espressivi.
I due uccelli se ne stavano sopra al tetto di una vecchia cascina. Con il loro lungo becco rosso-arancio e le magre zampe andavano in cerca di cibo.
Nello spiazzo vicino alla cascina giocavano Arb e Ter.
Arb era un bimbo assai buono:
-Guarda che belle cicogne!- disse Arb vedendo i grossi volatili bianchi. La loro coda e la parte terminale delle ali era nera, Arb vide ciò mentre i ciconifornmi si alzavano in volo:
-Sono stupende!- disse il fanciullo estasiato. Capiva che quelli erano uccelli da amare e rispettare.
Le salutava:
-Buongiorno cicogne!-
Ter era invece un fanciullo davvero cattivo:
-Sono bruttissime!- e cominciò a tirare sassi agli uccelli.
Ne prese una che si abbassò vicina a terra.
-Sai le cicogne portano i fratellini! Io sono figlio unico e vorrei tanto dei fratellini!- disse Arb.
Ter continuava a lanciare sassi alla cicogna colpita. Essa si nascose nel canneto. Tra le acque cercava riparo dietro al canneto.
La cicogna tirò fuori il suo coraggio. Doveva salire verso il nido a guardare nelle culle dei neonati. I bebè vanno sempre curati e il lavoro delle cicogne è assai duro. Bisogna dare agli infanti il latte, occorre cantargli le ninne-nanne, c'è da cambiarli.
Quando si portano in dono a un a mamma hanno infatti sempre mutandine bianche e pulite: è una legge delle cicogne, che si occupano degli infanti con tutto il loro amore.
Sotto una gragnola di sassate la cicogna si alzò per dirigersi verso il comignolo ove aveva il proprio rifugio.
Là c'era già la compagna che la attendeva.
-Smettila di lanciare sassi!- diceva Arb.
Ter continuava a lanciare pietre.
Anche lui era figlio unico e avrebbe voluto un fratellino:
-Cosa insegnerai al tuo fratellino? Solo cattiverie?- diceva lui Arb.
Le cicogne avevano ormai portato a termine io loro lavoro.
Misero i due bebè in un lenzuolo bianco e si recarono a portarli in dono ai fortunati genitori.
Dove si diressero?
Si chiederanno i miei lettori.
Quei bambini erano destinati l'uno a essere accolto dalla famiglia di Arb, e l'altra da quella di Ter.
Quel tirare sassi non piacque a nostro Signore, che fece portare i due bambini entrambi a casa di Arb:
-Ho avuto due gemellini!- festeggiava Arb tutto contento, la sua bontà era stata premiata.
Già pensava a come avrebbe fatto da fratello grande ai due nuovi venuti, fantasticava e ringraziava le cicogne che si alzarono in volo e scivolando via nell'aria risposero:
-Ciao Arb, sei proprio un bravo bambino!-

IL VERO MAESTRO

Compar volpone mostrava la sua folta coda e parlava:
-Io sono il vero maestro, insegno l'estetica e la pittura. La critica d'arte e la scultura!-
Valutava e giudicava quadri, parlava di dipinti e di stili pittorici. Conosceva l'arte dell'eloquenza ed era dotto in retorica.
Da sotto la quercia sbucò fuori compar orso:
-Sono io il più importante educatore!- diceva con il suo grosso corpo, il pelo scuro e l'andatura goffa. -Io insegno matematica e algebra. Con me si impara a contare!-
L'orso si vantava delle scienze da lui spiegate. Secondo lui non si poteva fare a meno di imparare a computare e a calcolare.
Il corvo nero invece era professore di ingegneria:
-Io faccio capire come si calcolano la portanza dei terreni e come si costruiscono le fondamenta!- erano tutti insegnamenti importanti, ma gli allievi non imparavano a vivere tra loro e a costruire la propria vita.
Si elargivano istruzioni sulle materie e sulle teorie, ma non si aiutava a crescere.
-Sono io colei che eccelle nell'ammaestramento!- disse la farfalla. Era un lepidottero bianco coi riflessi rossi sulle ali. Si gloriava di sapere di fisica e di chimica.
Parlava di formule e di atomi. Neppure queste materie però insegnavano a vivere nella pienezza, nel rispetto dell'altro e di sé stessi.
Venne il docente di grammatica. Era un fagiano dalla coda bellissima e sfumata di mille colori. Il sole era ormai alto e rifletteva sulle belle penne del suo piumaggio. Con i libri in mano disse:
-Chi viene a lezione da me impara la geografia!- e si mise a spiegare che la Terra è tonda e che l'Italia ha la forma di uno stivale, ma nemmeno ciò aiutava gli alunni a vivere in pace tra loro. Dagli ultimi banchi della scuola del bosco si sentiva rumore. I fanciulli tiravano molliche di pane, nessuno stava attento e non si pensava a educarsi e a crescere nel cuore e nello spirito.
Piccola piccola venne fuori la formica. Nonostante il suo aspetto era assai dotta.
-Io insegno la storia e l'italiano!- secondo lei bisognava conoscere a memoria le date e sapersi esprimere in perfetto italiano per poter vivere bene, ma nemmeno redarre periodi corretti e sapere quanto era vissuto Napoleone serviva agli alunni per imparare a stare con gli altri.
Il popolo del bosco continuava a vivere nell'egoismo e nei litigi.
Nessuno sapeva cosa davvero fosse importante insegnare.
Con i suoi occhioni grandi e i ciuffi struffati balzò su il gufo reale.
Lui insegnava l'amore per gli altri e per la vita:
-Io educo a vivere in armonia col prossimo e preparo all'esistenza!-
Tutti capirono che quella era la cosa più importante. Gli alunni si chetarono e si misero ad udirlo.
Le sue erano argomentazioni davvero eccezionali.
Spiegava di pace tra le genti, di unione e di felicità.
Coi suoi insegnamenti la vita nella selva cambiò.
Con un vero maestro non si insegnavano monomi ed espressioni, ma amore per la vita e per i compagni.

SCELTA TRA MALE E BENE

Il conte Enter era nel suo castello. Dai pinnacoli delle torri guardava la notte.
-So' di avere libero arbitrio e di poter scegliere tra male e bene!- rifletteva.
Chiamò il cameriere.
Prima di andare a dormire ordinò una camomilla mischiata a rosa canina.
La rosa canina conferiva un sapore più dolciastro alla tisana.
-Zucchera molto!- disse il conte Enter a Fred il servitore. - La vita è già tanto amara!-
Il conte Enter spesso sceglieva il male e l'esistenza gli pareva triste e cupa.
Il conte andò a letto.
Il suo giaciglio era ricco. Un grande baldacchino di prezioso damasco rosso sovrastava il suo talamo, un grande posto dove distendersi, a due piazze.
Era però solo, e continuava ad arrovellarsi sulla scelta tra il male e il bene.
Sognò di incontrare una personificazione di Satana. Un grande cavaliere con la celata dell'elmo calata, lo caricò con lui in groppa a un destriero nero.
Nell'incubo galoppava forte verso il male. Il diavolo lo invitava a tassare i contadini, a picchiare i servi, a litigare con il prossimo e a non amare nessuno.
Verso le quattro del mattino il conte Enter si destò tutto sudato. Era estate, guardò alla finestra e scorse il cielo che già a est si stava aprendo con una tenue luce solare. Presto sarebbe stato caldo. In quel mese di agosto il solleone tediava con l'afa e il calore.
-Il sogno è stato chiaro! Io voglio essere cattivo! Torturerò i miei contadini facendoli faticare sotto al sole!- decise il conte Enter.
Venne il giorno. Il conte fu cattivo con tutti i suoi lacchè e i propri schiavi.
Era nervoso coi conoscenti e sceglieva sempre per far del male. Il tempo passò. Il conte era ben deciso a seguire le indicazioni del diavolo.
-Hai possibilità di arbitrio!- gli diceva Satana sempre raffigurato dal cavaliere scuro -Opta per il male!-
Un giorno il conte camminava sotto al sole. Si accorse con sua grande paura che il suo corpo non faceva più ombra. Tutti avevano un'ombra. La sua invece si rifiutava di seguirlo, tanto era nauseata dal suo comportamento perfido e malvagio.
-Devo trovare la mia ombra!- urlava il conte. Tutta la servitù si mise a cercare l'ombra. Provarono a illuminare il conte con dei fari, provarono a metterlo sotto al sole, ma l'ombra non si vedeva.
-Sono disperato!- diceva il conte Enter. -Un uomo senza ombra è come se non esistesse!-
E quella era la sua punizione. Non aveva più essenza avendo scelto il male. Non aveva senso la sua vita, ora che si era lasciato convincere dal diavolo.
Il conte Enter era assai impaurito.
Di notte, quando nessuno la vedeva, la sua ombra sbucava fuori sotto ai raggi della luna. L'ombra saliva sul muro e si ingrossava, per andare a vedere alla finestra il suo padrone mentre dormiva. Era un'ombra molto saggia e dotta.
Quella notte il conte sognava ancora il cavaliere scuro.
-Verrò sempre con te!- diceva a Satana il conte mentre parlava nel sonno.
L'ombra pensava alle tante persone che agiscono male nella vita.
Dio ci permette di poter scegliere. Noi abbiamo libero autorità nel poter decidere come agire.
L'ombra entrò dalla finestra. Era lieve lieve, ma il conte si destò. La vide prendere forma e cominciare a parlare.
-La tua volontà non è forte! Ti fai guidare dal diavolo! Per questo hai perso l'ombra e per questo sei sempre triste e nervoso!-
Il conte tremava, guardava la sua ombra e desiderava di poterla di nuovo avere accanto a sé.
-Cosa devo fare per riaverla accanto?- disse il conte all'ombra, dandole del lei per deferente rispetto.
L'ombra parlò di Dio:
-Abbiamo libera scelta! Se vuoi riavermi devi optare per il bene!-
Il conte non se lo fece dire due volte.
Attese il mattino e cambiò completamente. Fu bravo e gentile coi propri dipendenti. Era cortese e piacevole con gli amici, concedeva gran riposo durante il lavoro ai contadini, parlava sempre garbatamente e con calma. Aveva scelto l'amore e il bene.
L'ombra tornò dal conte e lui finalmente non fu più triste.
Nella grande lotta tra male e bene bisogna sempre scegliere l'amore.

L'ORCHESTRA FATATA

A Berlino l'orchestra filarmonica era pronta a eseguire il suo brano.
Il direttore era attentissimo davanti agli strumenti.
Il pubblico attendeva note coinvolgenti e appassionanti.
In numero variabile comparivano tutti gli strumenti.
C'era la famiglia degli ottoni: con trombe, tromboni e tube; non mancavano i corni.
La famiglia degli ottoni era sempre a litigare.
-Secondo la bibbia gli angeli suoneranno proprio le trombe nel giorno del giudizio universale!- si vantava la tromba di sinistra, e litigava con i timpani e con i tromboni suoi familiari. I corni potevano salire di molto nella scala cromatica. Si lodavano per essere antichi strumenti dei pastori, e anche loro parlavano senza amore né unione con i membri della propria famiglia.
Al centro stavano gli oboi. Loro appartenevano alla famiglia dei legni. Anche la famiglia dei legni non andava d'accordo. Si bisticciava e mancavano armonia e unione. Ognuno voleva essere superiore. Tutti erano egoisti: il clarinetto, il fagotto, il flauto e l'ottavino.
L'oboe ad ancia doppia andava per conto suo. Era disarmonico e steccava, sbagliava il si bemolle ed errava le note.
Il direttore invitava all'accordo, ma lo spirito familiare mancava.
A sinistra del contrabbasso si distingueva il flauto traverso. Anche lui era un egocentrico, e anziché fondersi con gli altri, voleva suonare da solista.
Gli esecutori tenevano gli strumenti in mano e pregavano affinché venisse l'unione familiare, ma le famiglie continuavano a litigare.
Erano tutti strumenti pregiati e belli. Alcuni in bronzo, i flauti persino in argento o in oro.
Tra gli stonii dell'arpa, il suono sgradevole del banjo arrabbiato, e la batteria che andava fuori tempo, arrivò la maga delle famiglie.
Toccò con la sua bacchetta il direttore.
Il direttore d'orchestra ebbe così un potere fatato.
Mosse le braccia verso i violini. Infondeva tenerezza e dolcezza tra gli strumenti. Dava affetto e amore all'orchestra.
Sui manici d'ebano dei violini le quattro corde si misero a suonare in unione con quelle degli altri violini.
-Ci amiamo e andiamo uniti! La famiglia è il luogo dove nasce l'amore!- cantavano i violini.
Gli archi scorrevano sulle corde dei violini con estrema perfezione, in melodie fantastiche.
L'amore familiare venne imitato anche dagli ottoni e da tutti gli altri strumenti.
Ognuno amava il proprio vicino. Le viole facevano da mamme ai fagotti.
Le varie famiglie si univano alle altre. Deve esistere amore all'interno delle famiglie e tra i vari gruppi parentali.
Il direttore era fiero.
La gente ascoltava estasiata, coinvolta da quei suoni magnifici.
Il concerto fu stupendo.
Si sentivano gli oboi andare a tempo e le trombe squillare. Gli astanti si emozionavano ed erano coinvolti da quelle note. L'esempio di amore familiare aveva vinto.
Nasceva in ciascuno la voglia di amarsi l'un l'altro.
Nella bella sala d'ascolto si trascorsero ore a sentire l'orchestra eseguire minuetti e composizioni musicali di ogni genere. I sentimenti degli uditori vennero aperti alla bontà e alla benevolenza.
La famiglia è il luogo ove sboccia l'amore...non scordiamolo mai.
Come le famiglie di ottoni e legni, che solo con la bontà possono suonare, anche noi solo con l'amore tra fratelli, genitori e figli possiamo vivere.

LA SUPERBIA

Cong guardava dalla sua finestra la casa dirimpetto alla sua.
Il fanciullo osservava intimorito quelle pareti antiche e vecchie, i muri fatiscenti e decorati da vetusti girigogoli a forma d'acanto.
Sulla via c'erano tutte case modeste, ma gentili e confortevoli, solo quella casa era imponente e cadente, prossima a rovinare e decrepita.
-Nella grande casa abita un ragazzo tanto superbo! E' sempre solo!- diceva la mamma a Cong.
Cong rimaneva attonito davanti a quelle mura. Delle statue di guerrieri dei tempi delle crociate erano state corrose dalle intemperie. Le statue cantavano col soffiare del vento:
-Siamo alteri e altezzosi combattenti! Spregiamo gli umili e i silenziosi!-
Cong era attirato dall'abitazione della superbia. Cercava di guardare dalle imposte. Antiche tende di velluto, tutte rovinate, celavano lui la vista. Ogni tanto si sentiva il ragazzo suonare angoscianti note. Era davvero solo. Anche il ragazzo si sentiva vecchio. Vecchio nel cuore, non ostante la giovane età. Cong si fece coraggio.
-Andrò da quel ragazzo borioso e solo!-
Il bambino possedeva pochi giocattoli, ma li teneva con gran cura. Aveva dieci bilie colorate.
-Ne prenderò cinque e le donerò al ragazzo solo!- decise Cong. Scelse una bilia blu, una arancione, una rossa, una verde, e una gialla. Erano belle, tutte colorate.
Il portone della casa era alto e robusto. C'era la muffa sui battenti. Cong bussò. Il ragazzo era troppo burbanzoso per aprire subito. Trascorse del tempo, poi, finalmente, tronfio, il giovane andò ad aprire. Cong entrò. Le sedie in pelle di maiale e decorate d'oro dicevano:
-Non sederti sulle nostre tele! Siamo proterve e piene di noi! La doratura invecchia e la cotenna è antica!-
Tutti gli oggetti della casa invecchiavano giorno dopo giorno. Tutto era pieno di ragnatele e si vedevano i segni del tempo.
-Sei sempre solo, dice la mamma, io allora ti ho portato le mie bilie!- disse Cong.
Il borioso ragazzo rispose:
-Io non sono solo, sto con i miei pensieri e la mia vanagloria!- disse ostentando il bavero antico che gli coronava il collo. Gli occhi del giovane erano tristi.
Dalle travi si sentivano i tarli rodere il legno. Tutto era traballante e pericolante. Ogni cosa era vecchia. Ma tutta la casa andava avanti gloriandosi e incensandosi per la grandezza.
-Sono il più bello e il più bravo di tutti!- diceva il ragazzo per darsi un tono. La sua superbia era davvero tanta.
L'umiltà era una cosa sconosciuta in quella casa. Non essendo abituato a parlare col prossimo, il giovane urlava e usava toni affatto gentili. Intanto Cong guardava i ritratti appesi alle vetuste pareti. C'erano immagini di cavalieri dei secoli scorsi. Alcune figure lasciavano trasparire il senso di ostentazione di superiorità di quelle effigi.
Cong teneva sempre con sé un libro di preghiere.
Trasse dalla tasca il suo libercolo, vedendo che le bilie non servivano a quel ragazzo gonfio d'alterigia e solo.
Cong aperse il libretto in una pagina di Giobbe e lesse:
-La vecchiezza riduce i superbi a loro insaputa10!-
Il giovane cessò di essere sdegnoso e supponente. Si tolse gli abiti damascati e mise panni normali. Anche le imposte e i lampadari furono meno spocchiosi e vanitosi. Tutto assunse toni umili e modesti. L'allegria entrò nella casa buia. Tutto parve ringiovanire. Alla superbia si sostituì un comportamento semplice. I mobili iniziarono a sorridere. Il ragazzo apparve benigno. I suoi occhi divennero belli e aperti. Era l'immagine della gioventù.
La superbia era stata sconfitta. Le finestre si aprirono e il sole entrò nella casa. Si dissolsero le ragnatele e sparì la muffa. Venne la gioia e si manifestò la letizia. Il ragazzo e Cong giocarono a lungo con le bilie. Sulla strada, insieme alle altre case appariva accogliente e ospitale anche quella costruzione una volta morente e vecchia.

DIO RIEMPI' I CIELI LA TERRA E INFUSE IL SUO AMORE OGNI DOVE

Nella macchia Mediterranea Dio aveva creato palcoscenici stupendi. C'erano arbusti di mirto, coi loro fiori bianchi e gialli e il profumo di agrume.
C'erano ginepri coccoloni con le loro bacche verdi e i pini. Si sentivano mille profumi. Si vedevano l'erica e l'alloro, la rarissima palma nana e gli aceri.
In cielo volavano gabbiani e aironi cinerini. Presso le acque si abbeveravano le rondini e le folaghe.
Nel sottobosco c'era un vecchio tronco.
Dio, dopo aver creato la stupenda foresta aveva messo un po' del suo amore in ogni essere.
Nel tronco vecchio e cavo vivevano termiti e formiche. C'erano tanti buchi nel tronco, fatti dal picchio verde, grande saggio.
Mentre le cicale facevano da sottofondo, cantando ininterrottamente, dal tronco si sentivano litigare formiche contro formiche e termiti contro termiti.
Dal piano superiore alcune formiche brontolavano.
-Fate più piano!- si lamentavano coi vicini del piano sottostante.
Era un gran caos in quel tronco.
I litigi non si fermavano mai, nessuno degli abitanti rispettava il prossimo. Ognuno odiava il dirimpettaio. Non si riusciva a vedere Dio nell'altro essere.
Dio invece è in tutti e in sé stessi, basta cercarlo.
Le termiti lottavano con le altre. Era tutta una gran confusione.
Passò un colombaccio e si posò sul tronco.
Gli abitanti si misero a urlare.
-Vattene via!- dicevano tutte arrabbiatissime.
Nemmeno gli animali di semplice passo erano tollerati.
Formiche e termiti bisticciavano con tutti: con le poiane e i falchi, i tordi e le beccaccie.
Volpi e caprioli, buoi e cavalli, erano tutti costretti a stare lontani dal tronco cavo, perché formiche e termiti si mettevano a litigare.
Il picchio verde era veramente stufo di tutto quel parapiglia.
Si mise sulla cima del tronco e cominciò a parlare:
-O Dio, tu che nutri gli uccelli nel cielo e vesti i gigli nei campi, tu placa le tristi contese, estingui la fiamma dell'ira, ridona vigore alle membra, e ai cuori concedi la pace11!-
Formiche e termiti ascoltarono bene quella preghiera.
Cominciarono a vedere l'amore di Dio insito in ogni creatura vivente. Impararono ad amare il proprio prossimo e cessarono di litigare.
La vita all'interno del tronco divenne bella e serena. Diventarono più contenti i fiori e gli animali. Festeggiarono gli uccelli e i tassi, i cinghiali e le marmotte. Sbocciarono più contente le corolle delle roverelle e tutti vissero più contenti.
Di giorno le termiti ballavano al canto delle ghiandaie, e la notte le formiche facevano bisboccia accompagnate dal suono del chiù.
Fu pace per sempre.

LA FONTE DELL'AMORE

Tra le fustaie di pino cantavano le ghiandaie e le averle. Le colline salivano verso est per tramutarsi in montagne. La vegetazione, in alto, cambiava fino a divenire tipica della montagna. Tra i larici si intravedeva una grotta. Era una grotta custodita da angeli. Due esseri celesti stavano all'ingresso. Si vedeva un grosso antro luccicante di meravigliose pietre calcaree. Oltre la caverna, dopo aver percorso un tunnel c'era la fonte dell'amore, sorgente di acqua purissima alla quale chi avrebbe attinto non avrebbe avuto più sete.
Intanto, nel sottobosco, mamma capriolo guidava i suoi piccoli. Dal fondovalle la mamma cercava una zona d'acqua, per far abbeverare la prole:
-Andiamo avanti!- diceva dolcemente la madre ai suoi tre piccoli.
Era estate. L'arsura seccava le fauci. Il colore dei cervidi era rosso-bruno, nella groppa si intravedevano le classiche macchie bianche.
Dopo aver mangiato le erbe c'era da dissetarsi.
La mamma guidò i figli verso la salita, proprio all'indirizzo della sorgente custodita dagli angeli.
Mentre il gruppetto saliva si sentivano suoni di arpe.
Mamma capriolo era attratta da quella melodia.
Su gran parte del bosco dominavano le querce, poi, salendo comparivano i larici, fino a giungere agli abeti davanti alla grotta.
Mamma capriolo si trovò all'ingresso della caverna.
-Ho paura!- diceva, poi vide i due angeli a sentinella della fonte dell'amore.
Erano in attesa di entrare anche un tasso, un istrice, una faina, una puzzola e un barbagianni.
Tutti temevano.
Dalla porta di entrata alla caverna si vedevano in fondo bagliori di luce celestiale. Si scorgevano gli angeli ballare e l'acqua zampillare chiarissima.
-Potremo entrare?- domandava l'istrice intimorito.
-Chissà!- disse la puzzola.
Mamma capriolo proteggeva i suoi piccoli parandosi loro davanti.
-Questa fonte è aperta in tutti i mesi dell'anno!- li invitò uno dei due angeli, vestito di bianco e con un alone luminoso sul capo.
-Come facciamo a venire dentro?- chiese mamma capriolo sempre rimanendo a far da scudo ai suoi figli.
Rispose l'angelo di destra. Era un essere bellissimo e biondo, con due grosse ali nivee sormontate da folgori di luce intensa.
-Bussate e vi sarà aperto!- disse l'angelo.
Gli animali bussarono e la grotta si aprì. Era un posto stupendo. Alla fonte dell'amore tutti si volevano bene. Mamma capriolo e i suoi piccoli bevvero l'acqua freschissima. Bevvero anche gli altri animali.
-Alla fonte dell'amore tutti possono entrare, basta avere il coraggio di farlo!- dicevano gli angeli.
Fu festa grande. Vicino alla fonte cresceva ogni tipo di pianta. I caprioli mangiarono germogli e bacche, poi si addormentarono vicino a dei lecci.
La puzzola faceva loro la ninna nanna. L'istrice parlava con mamma capriolo. Quella fonte divina recava pace in ogni cuore.
-E pensare che bastava bussare...!-disse mamma capriolo.
Cercate anche voi, bambini, la fonte dell'amore: è sufficiente bussare e ci sarà aperto.

CASGAN: RE LEONE

Nel paese di ghiaccio Casgan, re leone, cercava di parlare dell'amore per Dio al suo popolo.
Dall'alto del monte, che sovrastava la città, con la sua bella criniera e l'elegante andatura, il sovrano diceva ai suoi sudditi:
-Amate Dio! Egli è tanto buono e noi siamo suoi figli!-
La gente però era tutta volta alle cose materiali, non pensava agli affetti e alla benevolenza.
Le persone si alzavano presto al mattino per andare a lavorare e anziché apprezzare l'amore dei figli pensavano solo ai soldi e alle ricchezze.
Per questo il paese era avvolto nel ghiaccio.
Di ghiaccio erano le case e anche il castello reale.
I pinnacoli del maniero dove Casgan risiedeva erano rivestiti da ghiaccioli luccicanti, la freddezza dei cuori della gente rendeva la temperatura sempre più bassa.
-Abbiamo paura del gelo! Dei tornadi! Del vento! Dei terremoti!-
Il popolo temeva ogni calamità.
Si viveva proteggendosi dal freddo e considerando grave flagello ogni manifestazione della natura.
Casgan continuava a predicare amore e solidarietà, ma il popolo non lo ascoltava.
Con la sua voce dolce e pastosa invocava benevolenza:
-Amatevi l'un l'altro e pensate al cielo!- diceva dal trono.
La cittadinanza non lo voleva sentire.
Pesante problema era quello di proteggersi, secondo loro, dalle sciagure dai cataclismi, non si rendevano conto che il peggior comportamento era proprio quello di non vivere in intima comunione con Dio.
Nelle famiglie non c'era affetto. Nel nucleo fondamentale della società i figli erano lasciati allo sbando, i matrimoni non erano più celebrati, e ognuno viveva lontano dalla fede.
Anziché pensare al proprio atteggiamento di vita, le genti controllavano il mare. Avevano paura, non della propria cattiveria e del proprio egoismo, ma delle onde anomale dell'oceano.
Casgan era disperato.
Il re decise di chiamare i messi reali e cominciare a declamare amore per ogni dove. Gli araldi gridavano a tutti la voglia di pace, che doveva caratterizzare la vita di ciascuno.
Il popolo si riunì sotto al castello. La costruzione si innalzava poderosa sul palcoscenico. Il vento infuriava.
Casgan urlò al popolo:
-La vera calamità è non amare Dio!-
Il popolo ascoltò quelle parole.
Tutti si chinarono e recitarono una preghiera verso il cielo.
Il vento si placò e il ghiaccio cominciò a sciogliersi.
L'amore per Dio dava tanto calore a quelle esistenze prima distaccate e inflessibili, adesso ferventi e appassionate.
Venne la luce. Gli uccelli da tanto tempo lontani da quei luoghi tornarono in cielo.
L'amore aveva risolto tutto.
Quello non fu più il paese del ghiaccio, ma la nazione della primavera.
Per tanti anni re Casgan regnò sul popolo felice e pieno d'amore.

PETALI DI ROSA

Era la notte delle stelle cadenti. Dalla collina Gian guardava il cielo. Il firmamento era sereno e tanti erano gli astri che brillavano. Ogni tanto cadeva qualche stella. Con una coda luminosa la si vedeva tramontare repentina.
Gian esprimeva un desiderio.
Tutta la città, in fondo alla valle aveva gli occhi rivolti in alto. Era stata una giornata caldissima, come è tipico d'agosto. La sera si era alzata una bella brezza, e adesso si stava bene.
Gian rifletteva su Dio.
-Che cose stupende ci regala il Creatore!-
Intanto Gian aveva il cuore invaso dalla commozione.
Pensava a Silvia, la sua cuginetta morta.
Il sentiero era debolmente illuminato dai lampioni. A un certo punto Gian vide la strada accendersi di luce. Una via di petali di rosa lo guidava a procedere.
Gian si fece coraggio: era difatti un poco intimorito.
Sotto un faggio c'era un angelo.
-Dammi la mano!- disse l'essere alato.
Gian tremava.
Le rose avevano invaso la strada.
L'angelo lo stringeva con amore.
Camminarono a lungo e in silenzio.
Lungo il tragitto continuavano a comparire fiori e corolle. Il profumo era intenso, e nella notte si vedevano i bei colori.
Percorsero il cammino che portava alla città.
Ci volle tutta la notte per giungere in piazza. Quando entrarono nello spazio principale del sagrato il sole stava sorgendo.
Dietro le alti torri si vedevano nuvole rosa.
I raggi dell'aurora giocavano con gli strati del cielo.
Anche la pietra serena era divenuta vermiglia.
I mattoni degli antichi palazzi rilucevano con striature dorate.
L'angelo cominciò a raccontare:
-In cielo ogni petalo di rosa vive in eterno! Ogni petalo è un anima salita su e benedetta da Dio! In paradiso è solo gioia, non ci sono più sofferenze!- poi l'angelo venne avvolto da un fascio di rose e salì in alto.
Lo si vide volare lieve e ascendere sempre più. Salutava con la manina e la veste vellutata.
Gian lo vide volare in alto verso l'empireo e scoprì che quell'angelo era la sua cuginetta Silvia.

1 Confrontare con "La sirenetta"di Andersen
2 Hesse
3 Hesse"letture da un minuto"
4 per approfondimenti veder Hesse
5 Gianfranco Ravasi
6 Per approfondire le conoscenze sulla pianta dell'oleandro vedere il sito della università uniroma
7 sulla regina delle nevi vedere anche le favole di Andersen
8 Sant'Agostino
9 Sant'Agostino,Le confessioni
10 Cfr: Giobbe
11 Preghiera ascoltata oralmente da una nonna
IL FRUTTETO DELLE FAVOLE

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