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Tra storia e leggende, passi della Bibbia e recenti scoperte archeologiche, la Mesopotamia ancora oggi affascina, e persino il Diluvio Universale sembrerebbe che...

Dalla terra del tramonto un messaggio di Pace

Quando seppi che sarei partito, mancavano una decina di giorni. Il mio pensiero, oltre alle vaccinazioni, fu di raccogliere informazioni su quel lontano Paese. Scoprii che l’Iraq e l’Italia, così come il Kurdistan e la Toscana, hanno avuto, nel tempo, momenti d’incontro. Grazie a uomini d’ingegno e a viaggiatori che hanno mantenuto vivo il rapporto tra i due Paesi. Stimoli forti per la mia curiosità.
20 novembre 2006
Andrea Misuri

Per la festa del Newroz

Quando seppi che sarei partito, mancavano una decina di giorni. Il mio pensiero, oltre alle vaccinazioni, fu di raccogliere informazioni su quel lontano Paese.
Scoprii che l’Iraq e l’Italia, così come il Kurdistan e la Toscana, hanno avuto, nel tempo, momenti d’incontro. Grazie a uomini d’ingegno e a viaggiatori che hanno mantenuto vivo il rapporto tra i due Paesi. Stimoli forti per la mia curiosità.

Dante Alighieri, nel XII Canto del Purgatorio, incontra tra i superbi il re assiro Sennacherib, che si trova lì per aver disprezzato il dio d’Israele. I superbi avanzano lentamente, sotto un grande peso, battendosi il petto:
“Mostrava come i figli si gittaro sovra Sennacherib dentro dal tempio, e come, morto lui, quivi li lasciaro”.
Ho così scoperto che il re assiro Sennacherib visse a Ninive, vicino all’attuale Mosul, nel nord-ovest del Kurdistan iracheno. Sennacherib, per combattere una ribellione guidata dal re Ezechia, era entrato in Palestina ed aveva saccheggiato molte città del regno di Giuda. Si fermò infine alle porte di Gerusalemme. Era il 701 a. C. Dopo un lungo e infruttuoso assedio, però, tornò a Ninive. Nel Secondo libro dei Re, si afferma che l’angelo del Signore, una notte, uccise tutti i soldati assiri che cingevano d’assedio la città. Un esercito di ben 185.000 uomini. Probabilmente, una pestilenza.
E’ vero che di recente è stata ritrovata, nel palazzo di Ninive, una tavoletta di terracotta che riporta un’altra versione. Un testo attribuibile a Sennacherib: “rinchiusi Ezechia stesso in Gerusalemme, sua residenza, come un uccello in gabbia.” Anticamente, come oggigiorno, si preferiva raccontare di guerre vittoriose, anche quando le cose erano andate diversamente.
Tempo dopo, mentre Sennacherib pregava il dio Nisroch, nel tempio a lui dedicato, fu ucciso da due dei suoi figli. Il parricidio di cui parla Dante.

Ho letto inoltre che il laboratorio di Assiriologia dell’Università di Pisa porta avanti, da una quindicina d’anni, un progetto di grande interesse. Dimostrare che il Diluvio Universale non avvenne sul monte Ararat, nella Turchia orientale, bensì sul monte Pira Magrun, a nord della città di Sulaymanya, verso il confine con il vicino Iran.
Panorama di Erbil

La rivista fiorentina “Archeologia Viva”, tempo fa, infatti, ha pubblicato un lungo e dettagliato servizio, che ricostruisce questi anni di ricerche. Passati per la rilettura degli antichi testi assiri e dei racconti mesopotamici, per arrivare a quella dell’Antico Testamento, che originariamente non riportava le vocali delle parole. Così che il termine biblico “rrt” sarebbe diventato in epoca tarda, dopo Cristo, Ararat e non il più probabile regno di Urartu. Un regno antico e potentissimo, che combattè a lungo contro gli assiri.
Anche nei testi biblici si parla dei figli di Sennacherib. Si racconta che dopo aver ucciso il padre, si rifugiarono in Ararat. Sarà più facile immaginare che fossero scappati in un regno lontano, anziché su di un vulcano, qual è il monte del quale si parla.
E’ di tre anni fa il viaggio in Kurdistan degli studiosi pisani, con la conferma, dalla morfologia del terreno, della validità delle ricerche fin lì effettuate. La spedizione ha proposto di chiamare il Pira Magrun “shad salimi”, ovvero il monte della pace.
Quando abbiamo parlato di questa spedizione con la sig.ra Hero Talabani, nel recente viaggio in Italia, ci ha detto che non conosceva la tesi dell’Università di Pisa, ma raccontava che lei è stata su quella montagna. Là è sepolto un santo musulmano, ed è conosciuto come un luogo dove si respira un’atmosfera particolare. Un’atmosfera sospesa nel tempo, che lo rende assolutamente unico.

C’è poi un viaggiatore italiano ante-litteram, Marco Polo, che facendo riferimento a racconti e leggende locali, parla dell’Arca di Noè, che si troverebbe “presso il reame che si chiama Mossul”. Quindi, ben lontano dal monte Ararat. Quella stessa città di Mosul, nel Kurdistan attuale, della quale parlo sopra, e che il grande viaggiatore veneziano ben conosceva. Da lì e da Baghdad, infatti, passerà per raggiungere la Persia.
E fu sempre Marco Polo a parlare per primo, in Occidente, di Kurdistan, inserendolo fra le province dell’impero persiano.

Un filologo italiano, Giovanni Semerano, che a Firenze ha lavorato come direttore alla Biblioteca Laurenziana e poi alla Biblioteca Nazionale, ha portato avanti una tesi affascinante, che rivoluziona le conoscenze precedenti. Le lingue parlate in Occidente non deriverebbero dall’indoeuropeo, come ipotizzato fin dalla fine del Settecento, ma dall’accadico, lingua semitica parlata per millenni da sumeri e babilonesi.
E se si va a vedere da cosa deriva il nome “accadico”, si scopre che Akkad fu la città-stato della Mesopotamia, fondata dal re Sargon I, che faceva parte del regno di Nimrod intorno al XXIV secolo a.C. La città, situata sulla riva sinistra dell’Eufrate, sorgeva a ovest dell’attuale Baghdad.
Secondo la tesi di Semerano, per fare degli esempi, la parola “Italia” deriverebbe da atalu, ossia terra del tramonto. Così come dal termine erebu, cioè oscurità, discenderebbe il nome “Europa”.
Viene da pensare a questi antichi navigatori, che da est prendevano il mare, seguendo il percorso del sole, che vedevano tramontare su un orizzonte lontano che cercavano di raggiungere.

Sulla strada per Erbil

Quindi, dal XIII secolo di Dante e Marco Polo, fino ai nostri giorni, si assiste a una ricorrente contaminazione delle due culture.
Come è stato con International Peace Bureau e Mayors for Peace, nel viaggio del marzo scorso, quando abbiamo portato messaggi di pace e avviato progetti di costruzione di cooperazione internazionale.
Proseguiti fattivamente con la visita in Italia della sig.ra Talabani, che ha gettato i semi per una forte collaborazione fra istituzioni centrali e locali italiane e irachene.
Un’apertura di speranza, diciamo pure di ottimismo, con un Paese che, per una sorta di contrappasso, allo splendore di un passato lontano può solo contrapporre un presente nel quale ogni aggettivo è soltanto riduttivo per descrivere la tragedia in atto.
E’ in Iraq che affonda le sue radici la civiltà dell’uomo. Un motivo in più per contribuire tutti affinché presto questo drammatico conflitto abbia fine.

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