CyberCultura

Ripresa a suon di libertà

Il governo brasiliano annuncia i preparativi per portare un migliaio di lavoratori pubblici ad usare software liberamente disponibile. Un'azione che avrà, tra l'altro, una ricaduta positiva sulle casse dello stato latino americano, permettendogli di risparmiare 27 milioni di euro in licenze da reinvestire nel settore dell'information technology.
13 ottobre 2004
Antonella Beccaria

C'è da dire che la disponibilità economica derivante dall'assenza di costi sulle licenze non sembra il principale - o almeno l'unico - scopo dell'esecutivo. Infatti, "uno dei fondamentali obiettivi è quello di diffondere conoscenza tra i dipendenti federali in modo che la possano usare e scambiare", ha affermato Carlos Ceconi, capo dell'Institute of Information Technology (ITI) brasiliano, agenzia finanziata dallo stato e incaricata di traghettare le strutture pubbliche nel passaggio da software proprietario a libero e open source. Parallelamente il traguardo prevede forme di esportazione e cooperazione in termini tecnologici con gli altri paesi del continente sudamericano, oltre che stimolare lo sviluppo di software in loco diminuendo la necessità di acquisto dall'estero.


Un viaggio lungo un anno


Il programma di formazione per arrivare a riqualificare impiegati e dirigenti statali è partito lo scorso mese di aprile. E la mole di attività per raggiungere lo scopo appare consistente, con un centinaio di corsi che vanno dall'utilizzo base di un eleboratore ad operazioni più complesse, focalizzate per lo più sull'amministrazione di reti e la gestione di sistemi informatici. Sergio Amadeu da Silveira, a capo del National Institute of Information Technology, pare allineato sulle stesse posizioni quando parla degli scopi dell'esecutivo. "Il fine della migrazione è di risparmiare denaro con cui finanziare alternative che arricchiscano il paese prima di tutto da diversi punti di vista. Non intendiamo attuare un passaggio frettoloso, ma intendiamo effettuarlo guadagnadoci la fiducia dei cittadini e dimostrando loro che il cambiamento è possibile. Il principale scoglio registrato risiede infatti nell'esistente inerzia culturale".


Il viaggio digitale del Brasile verso il software libero è iniziato un anno fa con la scelta di avviare iniziative per diminuire la dipendenza da software proprietario, soprattutto a livello client, che penalizza lo stato con il pagamento di licenze a postazione vietando inoltre la copia e la modifica. Per fare qualche nome e qualche numero, il Congresso nazionale brasiliano ha salvato nel giro di dodici mesi un milione e mezzo di euro - in termini relativi si parla del 15 per cento del budget destinato alla tecnologia - optando per OpenOffice.org invece che per suite per ufficio proprietarie.


Ancora, Dataprev, agenzia di sicurezza nazionale per la gestione dei dati dei cittadini, lo scorso anno ha acquistato tremila computer: pur basandosi su Microsoft Windows come sistema operativo, l'aver rimpiazzato Microsoft Office è equivalso a risparmiare 112 mila e cinquecento euro. Inoltre il ministero della sanità sta migrando il 30 per cento del parco macchine dato in uso agli ospedali sparsi in giro per il paese: ognuno sarà installato avvalendosi di Linux. Entro la fine dell'anno sarà così possibile tirare le somme anche di questa operazione.


Il pianeta scuola


Risparmio e arricchimento della conoscenza pubblica. Ma non solo. Del resto, il ministero dell'educazione e l'IBGE (Instituto Brasileiro de Geografia e Estatìstica) ha da poche settimane diffuso un rapporto secondo il quale, a poco più di dieci anni dalla diffusione e dalla popolarità di Internet nel primo mondo, il 92 per cento dei 180 mila istituti scolastici non dispone ancora di un accesso alla Rete. E in una parte dei casi non ha nemmeno una linea telefonica.


Un altro fronte aperto dunque per il governo brasiliano è quello di attuare un programma per la democratizzazione di Internet collegando in primo luogo le scuole tra loro e contemporaneamente installando quelle strutture informatiche che permettano loro di entrare in contatto con istituti che stanno all'estero. Se da un lato il primo passo è quello di sbloccare denaro che ancora oggi giace inutilizzato nelle casse del Fust (Fundo de Universalizacao dos Servicos de Comunicacao), dall'altro si pone il problema del prezzo del software per informatizzare le strutture scolastiche.


Pedro Jaime Ziller, presidente dell'Anatel (Agencia Nacional de Telecomunicacoes), ha portato ancora una volta all'attenzione dell'amministrazione Lula l'opzione open source. Parlando al Telexpo, che si è tenuto lo scorso 2 marzo a San Paolo, ha aggiunto che "solo in termini di licenze per utente, il paese risente complessivamente di un'emorragia economica di un miliardo di dollari all'anno. Insistere sulla formazione e sull'utilizzo di sistemi proprietari significa anche approfondire la povertà della nazione e rassegnarsi alle forniture estere in tema di tecnologia".


Come supportare allora la scuola a superare a costi sostenibili il gap che vive tuttora? Innanzitutto arrivano diecimila computer che vanno ad aggiungersi al parco macchine esistente di 230 mila elaboratori attualmente distribuiti in 43 mila istituti. L'idea è quella di non radicalizzare la migrazione o, quanto meno, non pigiare più bruscamente di tanto l'acceleratore: in un primo tempo, infatti, coesteranno un sistema operativo libero e uno proprietario. Una contraddizione con la volontà di tagliare sulle licenze? Non è di questa opinione Americo Bernardes, direttore del National Program for Informatics in Education (Pro-Info), secondo il quale "un sistema libero ci consentirà di creare prima di tutto una rete di conoscenze costruita sul campo". Un esperimento, dunque, la cui cautela trova ragione "nell'impatto di un cambiamento che a scuola è molto più sentito. Sicuramente più sentito rispetto a quello che accade con la pubblica amministrazione".


Gli eroi della tecnologia locale


È l'espressione coniata di recente dall'Economist in riferimento a quelle nazioni che fanno dell'open source un motore per la propria ripresa. La popolarità di sistemi e programmi liberi sembra dunque esercitare un fascino ormai irresistibile in paesi come la Cina, la Corea del Sud e l'India, oltre che sul Brasile. Ragioni di quest'attrattiva sono la riduzione dei costi, almeno in termini di licenze d'uso, il rafforzamento e le verifiche sulla sicurezza dei sistemi informatici nazionali e la vera liberalizzazione del mercato IT. Ma ancora prima la disponibilità del sorgente per traduzione di documentazione e localizzazione di programmi: un adattamento alle lingue specifiche su base regionale, lingue che non sempre coincidono con quelle nazionali, indispensabile ma spesso assente.


Parliamo solo di localizzazione dunque per dare un'idea del lavoro di questi "eroi". Microsoft Windows 2000 è disponibile in ventiquattro lingue, XP in trentatré e le ultime versioni di Office non vanno oltre la ventina. L'ambiente desktop KDE invece ne parla quarantadue di idiomi mentre il suo omologo GNOME quarantasei. Mozilla oggi è così poliglotta da toccare quota sessantacinque mentre sono in corso altre trentaquattro versioni locali. OpenOffice.org è a trentuno e comprende anche lo sloveno, il basco e il galiziano, oltre a lingue asiatiche come gujarati, devanagari, kannada e malese. In via di completamento ce sono quarantaquattro che abbracceranno l'islandese, il lettone, il gallese e l'yiddish.

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