Dalle liste OFAC ad Autistici/Inventati

Quando lo strumento contro il terrorismo diventa un'arma contro il dissenso

PeaceLink esprime solidarietà al collettivo Autistici/Inventati, colpito da una sanzione pensata per il terrorismo internazionale.
5 settembre 2026
Associazione PeaceLink

Autistici/Inventati

Il 26 agosto 2026 l'Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Dipartimento del Tesoro statunitense ha inserito Autistici/Inventati (A/I), storico collettivo italiano che da oltre vent'anni fornisce hosting, posta elettronica e servizi digitali ad attivisti di tutto il mondo, nella Specially Designated Nationals and Blocked Persons List (SDN List), con la qualifica di Specially Designated Global Terrorist (SDGT) prevista dall'Executive Order 13224. Nel medesimo atto sono stati designati anche Palestine Action, gruppo britannico di azione diretta nonviolenta che si oppone al genocidio in Palestina contrastando l'industria bellica israeliana, e Masar Badil, rete transnazionale per la liberazione palestinese.

In questo articolo vogliamo innanzitutto esprimere la nostra solidarietà al collettivo Autistici/Inventati, ragionare su quello che succede e ricordare quello che è successo. Non per un generico riflesso di solidarietà tra realtà del volontariato dell'informazione, ma perché come PeaceLink conosciamo esattamente cosa significa vedersi sequestrare la propria infrastruttura, in nome di un'accusa costruita a tavolino, e consideriamo la memoria storica della telematica sociale come uno strumento importante quanto la padronanza delle tecnologie.

1991-2026 Cronologia della repressione online

PeaceLink nasce nel 1991 a Taranto come rete telematica amatoriale per il pacifismo, la cooperazione internazionale, l'ecologia. Nell’autunno dell'anno successivo, sulla rete di BBS FidoNet (dove si svolgeva la comunicazione online quando Internet era ancora lontana dal pubblico di massa) l'area messaggi CYBER_PUNK, animata da persone vicine alla cultura antagonista dei centri sociali, è oggetto di un "monitoraggio" e viene chiusa d’autorità per iniziativa dei dirigenti della sezione italiana di Fidonet. Per molti si tratta di un vero e proprio abuso di potere, contrario a tutti i regolamenti nazionali della rete. Il materiale scritto dai "cyberpunk" viene consegnato al coordinatore della Criminalpol.

Tra il 1992 e il 1993 PeaceLink organizza in una scuola di Taranto il primo percorso formativo di telematica per la pace nella storia della scuola italiana. Vengono formati circa venti docenti. Il corso è tenuto dal SystemOperator Giovanni Pugliese in qualità di esperto. Viene usata la rete Fidonet per le connessioni nazionali e Itapac per il collegamento internazionale con le reti ecopacifiste PeaceNet ed Econet. Fra chi frequenta il corso vi sono anche individui non appartenenti al personale scolastico e che non si qualificano. In seguito la dirigenza della scuola è fatta oggetto di una visita di persone legate ai servizi dell'intelligence militare che redigono un'informativa. In quel periodo non è possibile accedere a Internet per i comuni cittadini ma con i BBS si possono tuttavia condividere file e scambiare messaggi di posta elettronica.

L'11 maggio 1994, parte un'indagine che sarebbe passata alla storia come l'"Italian Crackdown": 173 mandati di perquisizione emessi in tutta Italia, ufficialmente contro la pirateria informatica, che colpiscono decine di BBS amatoriali, molte delle quali non avevano nulla a che fare con software piratato. Il computer centrale di PeaceLink gestito da Giovanni Pugliese viene sequestrato e la sua casa perquisita.

Rimandiamo all’articolo Cronologia della repressione online per una ricostruzione dettagliata di quanto successo in quegli anni.

All'epoca, come oggi, la solidarietà arrivò da chi aveva gli strumenti e le conoscenze necessarie per capire cosa fosse davvero in gioco: ci furono interrogazioni parlamentari, messaggi di sostegno da esponenti politici come l'eurodeputato Alex Langer, e un movimento di reazione che portò alla nascita di ALCEI. L'obiettivo era di tutelare i diritti telematici dei cittadini richiamandosi all'articolo 21 della Costituzione.

Il crackdown del 1994 non colpì solo PeaceLink. Cybernet, i centri sociali collegati a Isole nella Rete, il Centro Sociale Clinamen: la rete underground e quella pacifista finirono sotto lo stesso pretesto giudiziario, la stessa retorica emergenziale (pirateria, poi negli anni successivi pedofilia, satanismo, diffamazione).

Oggigiorno cambiano gli strumenti giuridici, cambia il pretesto, ma il bersaglio resta lo stesso: le infrastrutture telematiche autogestite che permettono l'auto organizzazione delle realtà antagoniste, anticapitaliste, antimilitariste e antifasciste, e creano fuori dai recinti del “libero mercato” spazi per la comunicazione del dissenso.

Ecco perché la storia della telematica sociale ecopacifista e quella della telematica sociale antagonista sono la stessa storia raccontata da due prospettive differenti, accomunate dalla medesima repressione autoritaria, reazionaria e illiberale che colpisce tutte le realtà e i collettivi che praticano il dissenso, la contestazione, la non collaborazione con i poteri dominanti.

Le liste OFAC: uno strumento vecchio, un uso politico più recente

La base giuridica su cui OFAC blocca beni e transazioni è l'International Emergency Economic Powers Act del 1977 (e, per alcuni programmi più datati, il Trading with the Enemy Act del 1917): strumenti pensati per congelare gli asset di trafficanti, finanziatori del terrorismo, criminalità organizzata.

L’ USA PATRIOT Act del 2001 ha introdotto, nella Section 311, un meccanismo complementare: la possibilità per il Tesoro (tramite FinCEN, non OFAC) di designare un'istituzione finanziaria estera come "primary money laundering concern", cioè come soggetto a rischio primario di riciclaggio, e imporre alle banche statunitensi il divieto di intrattenere con essa rapporti di corrispondenza bancaria. È questo, più della lista SDN in sé, il vero strumento con cui una banca estera può essere tagliata fuori dal sistema del dollaro, spesso senza che nessuna legge del suo paese la obblighi a interrompere un rapporto.

Da notare che questo strumento è in mano al segretario del Tesoro, nominato dal presidente, ovvero il potere esecutivo, non un ente di controllo. Siamo quindi di fronte ad un uso (abuso) extra-territoriale e politico del sistema bancario internazionale.

Il risultato pratico è che oggi una designazione OFAC non ha bisogno di essere legalmente vincolante per una banca europea per produrre gli effetti simili ad un obbligo di legge: basta il rischio, percepito o reale, di perdere l'accesso al mercato del dollaro.

Precedenti: quando le liste hanno colpito bersagli politici

Non è la prima volta che le sanzioni pensate per criminalità organizzata, narcotraffico e terrorismo vengano usate contro entità e persone il cui unico "crimine" è politico. Il Tesoro americano ha designato ripetutamente funzionari del governo Ortega in Nicaragua, esponenti del governo Maduro in Venezuela, funzionari bielorussi legati a Lukashenko: sempre con motivazioni formalmente legate a corruzione o diritti umani, ma nella sostanza strumenti di pressione contro governi avversari.

Il precedente più diretto e più inquietante riguarda proprio la Corte Penale Internazionale. Nel settembre 2020, durante il primo mandato Trump, OFAC sanzionò la procuratrice capo della CPI Fatou Bensouda e il funzionario Phakiso Mochochoko, dopo che Bensouda aveva ottenuto l'autorizzazione ad aprire un'indagine sui presunti crimini di guerra commessi da personale statunitense in Afghanistan. La misura, adottata con l'Executive Order 13928, congelò i beni di Bensouda e vietò l'ingresso negli Stati Uniti ai suoi familiari. Fu condannata da Human Rights Watch, dall'Unione Europea, dalla stessa CPI, e contestata in tribunale dall'ACLU (American Civil Liberties Union - la principale organizzazione statunitense non profit per i diritti civili) nella causa Sadat v. Trump. Il presidente Biden revocò le sanzioni nell'aprile 2021.

Più recentemente, nel febbraio 2025, Trump ha firmato un nuovo ordine esecutivo che riattiva e amplia lo schema Bensouda, questa volta contro il procuratore capo della CPI Karim Khan e, progressivamente, contro giudici e vice procuratori della Corte: nove giudici su diciotto risultano oggi sanzionati, oltre a entrambi i vice procuratori. A luglio 2025 è toccato a Francesca Albanese, Relatrice speciale ONU per i Territori Palestinesi occupati, sanzionata per il suo ruolo di supporto ai mandati d'arresto della CPI contro Netanyahu e Gallant. Albanese ha perso l'accesso al proprio conto corrente statunitense e si e’ vista anche negare la possibilità di aprire un conto presso Banca Etica. Un giudice federale americano ha sospeso temporaneamente le sanzioni nel maggio 2026 per motivi legati al Primo Emendamento, ma la Corte d'Appello del Distretto di Columbia ha reintrodotto le sanzioni pochi giorni dopo, e Albanese vi resta sottoposta tuttora.

Khan, Albanese, A/I: tre casi diversi, uno stesso meccanismo. Non serve che gli Stati Uniti abbiano giurisdizione diretta su un ente italiano, britannico o su una relatrice ONU. Basta la designazione, e il sistema bancario internazionale, ostaggio strutturale del dollaro, fa il resto.

Non solo A/I: Palestine Action e Masar Badil

La stessa designazione del 26 agosto scorso ha colpito anche Palestine Action, organizzazione britannica di azione diretta nonviolenta, e Masar Badil, rete transnazionale per la liberazione palestinese. Il Tesoro ha inquadrato l'operazione come parte della propria "2026 Counterterrorism Strategy" contro reti definite "far-left", proseguimento dichiarato dell'azione del Dipartimento di Stato del 13 novembre 2025 contro cellule qualificate come "Antifa".

Palestine Action è un'organizzazione che ha condotto esclusivamente azioni di disobbedienza civile nonviolenta, danneggiamento di materiali e occupazioni simboliche, contro impianti britannici di Elbit Systems, principale fornitore di armamenti delle forze israeliane. Le azioni della Corte Internazionale di Giustizia, nella causa promossa dal Sudafrica, e diversi rapporti delle Nazioni Unite hanno definito "genocidario" il carattere della campagna militare israeliana a Gaza. La Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato d'arresto contro Netanyahu per crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

Palestine Action ha cercato, con mezzi nonviolenti, di intralciare la catena di fornitura di armi verso quella campagna militare, e si ritrova oggi nella stessa lista di Hamas, Al Qaeda e Stato Islamico.

Se Gandhi fosse vivo

Gran parte dell'azione politica di Gandhi fu azione diretta nonviolenta, e non si limitò mai alla sola disobbedienza passiva: nel 1930, alla marcia sul salino di Dharasana, i satyagrahi tentarono, in modo pianificato, di occupare e disattivare fisicamente l'impianto di produzione del sale del governo coloniale, un'infrastruttura statale, non un simbolo. Vennero pestati ondata dopo ondata dalla polizia britannica, senza mai reagire: bersaglio dichiarato l'infrastruttura materiale del sistema da contestare, disciplina nonviolenta assoluta verso le persone. Il medesimo schema con cui oggi si muove Palestine Action contro gli impianti Elbit.

Se Gandhi fosse vivo oggi, e organizzasse una campagna di questo genere contro l'industria bellica che rifornisce un conflitto definito genocidario da un tribunale internazionale, rischierebbe concretamente di finire su una lista SDN. E se cercasse di aprire un conto corrente presso una banca etica europea, gli sarebbe rifiutato.

Anche i domini non sono neutrali

Il dominio autistici.org è finito, nei giorni successivi alla designazione, in stato di "serverHold" presso il registro .org, gestito dalla Public Interest Registry (PIR), organizzazione statunitense legata contrattualmente a ICANN, anch'essa soggetta a giurisdizione americana. È lo stesso meccanismo, applicato non a un conto bancario ma a un nome di dominio: nessun obbligo legale diretto, ma una catena contrattuale che passa attraverso un'infrastruttura sotto giurisdizione statunitense.

La fantasia di un internet neutrale, indipendente dai rapporti di forza geopolitici, resta appunto una fantasia. La governance della rete media continuamente con il sistema delle sanzioni e con i conflitti in corso. La sua infrastruttura discende da infrastrutture precedenti, ed è soggetta agli stessi poteri economici e politici che attraversano la finanza, l'energia, le telecomunicazioni. I domini ccTLD nazionali, come il nostro .it, gestito dal Registro.it sotto giurisdizione italiana ed europea, restano strutturalmente più isolati da questo meccanismo, ma non per questo meno esposti: la giurisdizione italiana ed europea che oggi ci protegge dalla lunga mano di OFAC è la stessa che, in altre circostanze, potrebbe essere usata direttamente contro di noi, come già accaduto in passato.

Che fare

Comprendere la portata del momento. Stiamo assistendo, quasi impotenti, alla trasformazione di strumenti concepiti per la criminalità organizzata in armi di pressione politica contro chi si oppone al potere. Nello stesso momento, l'architettura del disarmo nucleare viene smantellata pezzo dopo pezzo: il Trattato INF non esiste più dal 2019, il New START è scaduto il 5 febbraio 2026 senza un successore, e la Conferenza di revisione del TNP di New York si è chiusa a maggio 2026 senza un documento finale condiviso. Le regole che pensavamo stabili, quelle costruite dopo la Seconda guerra mondiale per contenere l'arbitrio, si stanno sgretolando una dopo l'altra, o vengono piegate ad interessi economici e politici di parte.

Prendere atto dei limiti della finanza “etica”. Anche un istituto bancario che si definisce etico, quando si confronta con il rischio concreto di perdere l'accesso al sistema del dollaro, può arretrare. È in parte un limite strutturale: nessuna banca, da sola, può permettersi di sfidare un'infrastruttura internazionale ostaggio dello strapotere statunitense. Colpisce anche la povertà di risposta: di fronte a una pressione politica reale, le banche, comprese quelle etiche, sembrano sapersi muovere solo per gesti formali, sterili, dentro binari già tracciati. Resta la domanda aperta su quanto si stia davvero esplorando strumenti per arginare questo tipo di rischio, dalla riduzione della dipendenza dal dollaro alla messa in comune di rischi e infrastrutture con altre banche etiche europee.
Ed è un'occasione persa. Banca Etica avrebbe potuto testare con Francesca Albanese quanto margine di rischio fosse davvero disposta ad assumersi prima di cedere. Invece, in concomitanza con il rifiuto di aprire un conto a Francesca Albanese, Banca Etica ha fatto sapere in un comunicato del 26 settembre 2025 di essersi fermata “davanti al rischio di vedersi bloccata l’operatività in dollari per tutti i propri clienti”, annunciando una azione di advocacy (di cui non abbiamo più saputo niente dopo questo annuncio) rivolta a “parlamentari italiani e europei affinché risolvano la questione alla radice”, chiedendo che “venga definita a livello europeo un’azione strutturale che garantisca agli operatori finanziari europei la possibilità di operare liberi da vincoli arbitrari decisi da governi extraeuropei”. Ad oggi non è ancora dato sapere quali parlamentari ed europarlamentari sono stati contattati da Banca Etica, cosa hanno risposto, e quali interlocuzioni politiche sono in corso su questi temi così delicati, che riguardano la libertà di tutti dall’ingerenza di stati canaglia. In quel comitato Banca Etica ci ha fatto sapere di non poter rischiare che le blocchino le transazioni in dollari perché da queste dipendono “le ONG che devono poter operare in valuta per l’invio di fondi in tantissime zone di conflitto, dall’Afghanistan all’Iraq”, oggi la Banca annuncia un webinar in cui si spiega che la decisione di chiudere il conto al Collettivo A/I serve a tutelare tutti gli altri correntisti “dell’intera comunità che ogni giorno si affida a noi: ONG, cooperative, associazioni, imprese, famiglie, persone”, una comunità dove ogni membro sarà sacrificabile e verrà accompagnato alla porta se domani il governo statunitense deciderà che si tratta di una persona sgradita a quel regime.

Sostenere le azioni legali in corso. La contestazione giudiziaria resta uno strumento reale, anche se lento: dalla causa Sadat v. Trump del 2021 (chiusa quando Biden revocò le sanzioni contro la CPI in via politica) alle cause aperte nel 2026 da Human Rights Watch e altre organizzazioni, fino al ricorso di Palestine Action alla Supreme Court britannica, con udienza fissata per il 4-5 novembre 2026.

Fare rete. La solidarietà distribuita, tra realtà che si assomigliano nella storia più di quanto ci si aspetti, resta la sola forma di resilienza disponibile: distribuire risorse, competenze tecniche, infrastrutture di backup, canali di comunicazione ridondanti.

Per reagire all'oscuramento e informare gli utenti, A/I ha attivato una campagna su keepitfree.ai, dominio nominalmente assegnato ad Anguilla e svincolato dal controllo diretto dei registri statunitensi. Il sito spiega che l'infrastruttura dei server non è mai stata sequestrata né spenta: il problema riguarda solo la raggiungibilità dei vecchi indirizzi, e attraverso il nuovo portale il collettivo fornisce istruzioni per continuare a usare i servizi tramite domini alternativi non soggetti al blocco americano.

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