Cronologia della repressione online
PeaceLink nasce nel 1992 a Taranto come rete telematica amatoriale per il pacifismo, la cooperazione internazionale, l'ecologia. Nell’autunno di quello stesso anno, sulla rete di BBS FidoNet (dove si svolgeva la comunicazione online quando Internet era ancora lontana dal pubblico di massa) l'area messaggi CYBER_PUNK, animata da persone vicine alla cultura antagonista dei centri sociali, è oggetto di un "monitoraggio" e viene chiusa d’autorità per iniziativa dei dirigenti della sezione italiana di Fidonet. Per molti si tratta di un vero e proprio abuso di potere, contrario a tutti i regolamenti nazionali della rete. Il materiale scritto dai "cyberpunk" viene consegnato al coordinatore della Criminalpol.
L'11 maggio 1994, la magistratura italiana avvia quello che sarebbe passato alla storia come l'"Italian Crackdown": 173 mandati di perquisizione emessi in tutta Italia, ufficialmente contro la pirateria informatica, che colpiscono decine di BBS amatoriali, molte delle quali non avevano nulla a che fare con software piratato.
Il 3 giugno 1994 tocca al nodo centrale della rete PeaceLink, Taras Communication, gestito da Giovanni Pugliese: il computer viene sequestrato dalla Guardia di Finanza di Taranto con l'accusa, infondata, di pirateria informatica. La rete PeaceLink, che a quel tempo collegava circa sessanta BBS su tutto il territorio nazionale, va in blocco. Pugliese resterà sotto processo per anni: sarà assolto definitivamente solo nel 2000.
Il 2 agosto '94 la relazione semestrale dei servizi segreti punta i propri sospetti sulle reti telematiche, accomunate ai settori dell'"oltranzismo ideologico" e della criminalità organizzata. Nella relazione si legge che "si registra il perdurare di tentativi di destabilizzazione strisciante attuati in maniera ambigua attraverso la disinformazione, la minaccia e l'intossicazione della pubblica opinione. C'è il rischio che le reti informatiche vengano usate non solo per trasmettere notizie, ma anche per acquisire informazioni riservate, tali da mettere in pericolo la sicurezza nazionale".
Questi e altri episodi spingono i responsabili di PeaceLink a scrivere, in data 25 settembre 1995, una lettera al sen. Massimo Brutti in qualità di presidente del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi di sicurezza, un messaggio che resta attuale a più di trent’anni di distanza, nel quale l’associazione chiedeva di "effettuare un'indagine che chiarisca il tipo di attività che i Servizi svolgono effettivamente verso le reti telematiche" e osservava che "la comunicazione telematica rientra in quei diritti di libera espressione del pensiero che la Repubblica riconosce all'art. 21 della sua Costituzione e che pertanto un'azione di controllo che divenisse azione di schedatura orientata alle opinioni politiche sarebbe una riedizione dei fascicoli illegali accumulati dal SIFAR negli anni Sessanta, abitudine che – da quanto Lei stesso ha dichiarato pubblicamente di recente – sembra non essere ancora scomparsa". Questa richiesta – la prima di questo genere avanzata in Italia – aveva avuto un precedente negli USA, dove l'associazione Computer Professionals for Social Responsibility, sulla base di documenti acquisiti tramite il FOIA (Freedom of Information Act), ha potuto condurre una propria indagine sui metodi con cui l'FBI ha monitorato i BBS e le reti telematiche.
Il 28 febbraio '95, alle sette del mattino, squadre dei Carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale Anticrimine perquisiscono a Rovereto e Trento le abitazioni di alcuni frequentatori del Centro Sociale Autogestito "Clinamen". Il mandato di perquisizione emesso dalla Procura della Repubblica di Rovereto ipotizza l'"associazione con finalità di eversione dell'ordine democratico" (art. 270 bis CP), reato pesantissimo per il quale sono previste pene dai 7 ai 15 anni di carcere.
Durante le perquisizioni, oltre a giornali, riviste, volantini, agende, appunti e videocassette, viene sequestrata anche una grande quantità di materiale elettronico e informatico, tra cui il personal computer dedicato all'attività di BITs Against The Empire BBS, nodo telematico delle reti CyberNet e FidoNet, che contiene al suo interno una vasta documentazione relativa all'uso sociale delle nuove tecnologie, al circuito dei Centri Sociali Autogestiti italiani e a centinaia di riviste elettroniche pubblicamente disponibili sulle reti telematiche di tutto il mondo. Per esplicita scelta dei suoi fondatori, il BBS non ospita nessun tipo di software, tranne quello strettamente necessario al funzionamento della bacheca elettronica; le attività di BITs Against The Empire sono dedicate interamente alla messaggistica e alla consultazione del suo archivio di testi. Cade quindi alla radice ogni possibile accusa di pirateria informatica o di duplicazione abusiva di software.
In un comunicato stampa diffuso da Luc Pac, il “sysop” (amministratore) di BITs, viene denunciata "un'attenzione morbosa della magistratura e delle forze di polizia italiane verso luoghi come CyberNet ed ECN, in cui si sperimentano nuove forme di socialità e nuove forme di contaminazione delle culture e delle conoscenze alla luce dei media digitali, dei loro rischi e delle loro possibilità".
È il primo caso di repressione informatica attinente ai cosiddetti "reati d'opinione". Poco importa se all'interno del Bulletin Board di Luc Pac sono presenti riviste autoprodotte in formato elettronico e posta elettronica privata di svariate decine di utenti: a BITs Against The Empire non viene garantita né la libertà di stampa né la segretezza della corrispondenza, entrambe sancite dalla costituzione. Purtroppo le violazioni dei diritti fondamentali "fanno notizia" solo fuori dalla rete: le cose sarebbero state molto diverse se fosse stato chiuso forzatamente e senza alcuna prova un ufficio postale pubblico anziché un ufficio postale telematico gestito privatamente a titolo volontario.
Il 27 giugno 1998 gli ufficiali di Polizia Postale del Compartimento di Bologna, su ordine della Procura di Vicenza, pongono sotto sequestro il computer dell'associazione per la libertà telematica Isole nella Rete, interrompendo il servizio internet svolto dalla stessa, utilizzato ogni giorno da migliaia di persone in Italia e all'estero. Il reato ipotizzato è la "diffamazione continuata" ai danni dell'agenzia di viaggi Turban Italia.
Con il sequestro del server www.ecn.org vengono oscurati gli spazi web di oltre un centinaio di associazioni, centri sociali, radio autogestite tra le quali la Lila, ASIcuba, il Telefono Viola, ADL (Associazione di Difesa dei Lavoratori), Ya basta, USI (Unione Sindacale Italiana), CNT spagnola, il Coordinamento nazione delle RSU; centri sociali (circa 40 centri sociali in tutta Italia); emittenti radiofoniche (Radio Onda d'Urto di Brescia e Milano, Radio Black Out di Torino, Radio Sherwood di Padova); riviste online (.Zip e Necron di Torino, BandieraRossa di Milano, Freedom Press di Londra), gruppi musicali (99 posse, Sunscape, Electra, Petra Mescal) e molti altri ancora.
Oltre alla chiusura delle pagine web, il provvedimento di sequestro interrompe lo scambio di posta di numerose mailing list, tra le quali la lista in solidarietà con il Chiapas, la lista CYBER-RIGHTS di informazione e discussione sui nuovi diritti telematici, quella delle comunità gay italiane. Vengono disattivate oltre trecento caselle postali di tutti i centri sociali, le radio libere, le associazioni, i gruppi e le persone che aderiscono al progetto Isole nella Rete. Una enorme mole di dati sensibili, messaggi privati di posta elettronica, informazioni personali viene sottratta ai legittimi proprietari in seguito al provvedimento di sequestro.
Il sequestro viene disposto in seguito alla denuncia dell'agenzia di viaggi Turban Italia Srl, con sede a Milano, ritenutasi vilipesa da un messaggio inserito da un collettivo di Vicenza su una delle mailing list di Isole nella Rete, nel quale si leggeva la fedele trascrizione di un volantino stampato su carta e normalmente distribuito in pubblico: “SOLIDARIETA' AL POPOLO KURDO . BOICOTTIAMO IL TURISMO IN TURCHIA”.
All'epoca, come oggi, la solidarietà arrivò da chi aveva gli strumenti e le conoscenze necessarie per capire cosa fosse davvero in gioco: ci furono interrogazioni parlamentari, messaggi di sostegno da esponenti politici come l'eurodeputato Alex Langer, e un movimento di reazione che portò alla nascita di ALCEI, entrambe fondate per tutelare i diritti telematici dei cittadini richiamandosi all'articolo 21 della Costituzione.
Il crackdown del 1994 non colpì solo PeaceLink. Cybernet, i centri sociali collegati a Isole nella Rete, il Centro Sociale Clinamen: la rete underground e quella pacifista finirono sotto lo stesso pretesto giudiziario, la stessa retorica emergenziale (pirateria, poi negli anni successivi pedofilia, satanismo, diffamazione).
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