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A Sarajevo 300 tombe: "Vittime dell'uranio"

Robert Fisk
Fonte: The Independent - 13 gennaio 2001

Il cimitero è avvolto nell'oscurità, mentre la pioggia della sera lava le pietre tombali di marmo nero. Ma quando Nikola Zelenovic dice con noncuranza, come se fosse la cosa più normale del mondo, che quasi tutte le tombe che sto vedendo, da un capo del cimitero fino alle case, all'estremità opposta, sono di vittime del cancro, provenienti dal quartiere di Hadjici, mi accorgo che su questa gente si è abbattuto un vero e proprio flagello.

Dei 5.000 profughi serbi che abitavano in questo quartiere di Sarajevo, pesantemente bombardato dai jet della Nato alla fine dell'estate 1995, circa 300 sono morti di cancro.

"Questo è mio nonno, Djoko" dice Nikola. "Lavorava nella fabbrica di manutenzione di apparecchiature militari, ed è morto l'anno scorso. Tutti abbiamo pensato che fossero state le bombe a fargli venire il cancro". Accanto alla tomba di Djoko, c'è quella di Slavica Korkotovic. Anche lei è morta di cancro l'anno scorso. Racchiusa sotto il vetro, sulla sua pietra tombale, c'è la foto di una bella ragazza: "aveva solo 35 anni, e due bambini", dice Nikola. E mentre passiamo tra le tombe, vediamo anche quella di Dejan Elcic, morto di cancro a 65 anni, e quelle dei giovani che lavoravano con Djoko nella fabbrica di Hadjici. Intanto, la pioggia scroscia sui mazzi di fiori di plastica posti accanto a ogni tomba, e un pensiero sorge spontaneo: questa volta sarà difficile per la NATO farla franca.

Tutti i profughi di Hadjici che sono sopravvissuti - la maggior parte dei quali erano fuggiti a Bratunac, sul fiume Drina, nei mesi successivi ai bombardamenti - pensano che i tumori e le leucemie che hanno colpito la popolazione siano dovuti al fatto che gli aerei statunitensi A-10 che hanno bombardato le fabbriche sparavano proiettili all'uranio impoverito.

La storia di Djoko Zelenovic, con i suoi orribili dettagli, la dice lunga. Suo figlio, Nedeljko, ricorda il giorno in cui suo padre andò a lavorare in fabbrica, neanche un'ora prima dell'arrivo degli aerei della NATO. "Quando sono cadute le prime bombe, una parte del muro è crollata addosso a mio padre" dice. "E tenete presente che, all'epoca, mio padre non aveva nessunissima malattia: ha iniziato ad ammalarsi l'anno scorso, all'inizio di gennaio. A marzo del 2000 l'abbiamo fatto ricoverare in una clinica di Belgrado, dove hanno scoperto che aveva un cancro di 15 cm al polmone sinistro. Ha fatto la chemioterapia, ma non è servita a niente: il cancro si è esteso al polmone destro e mio padre è morto il 30 maggio dell'anno scorso.

"Dovete sapere che mio padre era al corrente dell'uranio impoverito, e ne avevamo anche discusso con i medici".

"Ho parlato con mio padre subito prima che morisse. E mi ha detto, "Penso che tutto questo dipenda da quel che hanno fatto alla fabbrica nel 1995".

È proprio questo il punto. In quella stanza di ospedale, con Djoko, c'erano altri dodici uomini, e nove prima di lui sono morti di cancro. Nedeljko se li ricorda tutti.

"C'era Jovovic, che è morto di cancro alle ossa l'estate scorsa. Poi c'era Drago Vujovic, che è morto di cancro quattro mesi fa. E Vule Banduka: anche lui è morto la scorsa estate. Ecco perché mio padre mi diceva di essere l'ultimo rimasto, e che quindi era condannato a morire, com'era già successo a tutti gli altri".

A pochi isolati dalla famiglia Zelenovic abita Darko Radic. Anche lui, quell'estate, era nei pressi della fabbrica quando i primi jet americani hanno bombardato. "Mio padre e mia madre erano in casa con me. Mia moglie Diana aveva appena avuto la nostra prima bambina. Sono uscito e ho raccolto un frammento di proiettile: aveva un odore disgustoso, come un cadavere di animale. Era talmente rivoltante che ho vomitato per la strada: pensate, ho vomitato solo per l'odore di quel pezzetto di bomba. Per tutta la notte successiva al bombardamento, la fabbrica ha continuato a risplendere come se se qualcuno l'avesse cosparsa di fosforo".

Poi è iniziata la tragedia. Per prima è toccato a sua madre Liljana, di 46 anni, che non aveva mai avuto problemi di salute prima di allora: ma tre anni fa, improvvisamente, le hanno diagnosticato un tumore al cervello.

"Mio padre, Radko, aveva solo 57 anni e mia madre appena 46" dice Darko. "Mio padre gestiva un piccolo bar vicino alla fabbrica, e scoppiava di salute. Ma appena tre mesi fa, gli dissero che aveva un cancro, e tre settimane fa l'ho sepolto nel cimitero in fondo alla strada".

"Qui si fa un funerale tutte le settimane. Mio padre è stato uno degli ultimi a morire, ma il prossimo sarà Bozo Tomic, che ha due bambini piccoli. Sta morendo proprio qui, nella casa accanto".

E infatti non c'è bisogno di andare molto lontano per vedere altri esempi della tragedia di Hadjici. Sladjena Sarenac aveva sei anni, all'epoca dei bombardamenti, e suo padre Jobo la trovò che giocava con dei frammenti di munizioni in un cratere lasciato da una bomba, proprio accanto a casa. "Poi portò alcuni frammenti di proiettili in casa", mi ha detto un suo amico. "Dopo un po', è comparsa una strana sabbia gialla sotto le unghie di Sladjena, e ha iniziato a perderle. Le facevano male la schiena, le spalle e la testa, così l'hanno portata all'ospedale: prima a Hadjici, dove per due notti le hanno fatto delle trasfusioni. Ma alla fine del 1995 è arrivata la diagnosi, che diceva che Sladjena aveva subito gli effetti delle radiazioni. Due anni fa, è stata in coma per 30 ore".

I giornalisti del posto sostengono che dei circa 400 deceduti, tra uomini, donne e bambini di Hadjici, almeno 300 sono morti di cancro e leucemia. E il piccolo cimitero cittadino sembra offrirne una prova evidente. Così mi ha detto un medico locale, l'altra sera: "La popolazione di Hadjici, qui a Bratunac, diminuisce costantemente, le famiglie si spostano in altre zone della Bosnia, eppure il numero dei morti, tra questa popolazione sempre più scarsa, continua a crescere".

Note:

Pubblicato su Liberazione del 14 gennaio 2001
Traduzione dall'inglese di Sabrina Fusari

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