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A Nassiryia usato l'uranio impoverito

Un video dal Giappone testimonia l'utilizzo dei proiettili. 15 soldati italiani malati
25 febbraio 2006 - Carlo Lania
Fonte: Il Manifesto

Nassiriya, marzo 2004. Il soldato risponde senza incertezze alla domanda. «Rischi legati all'uranio impoverito? Nella zone non c'è uranio impoverito, mai avuti problemi». La telecamera allarga il campo fino a inquadrare una colonna di carri armati iracheni distrutti e distante non più di un centinaio di metri dalla base dei nostri soldati. Poco prima, proprio tra quelle lamiere mezze bruciate e perforate dalle pallottole, un contatore geiger aveva rilevato una presenza di radiazioni pari a 10 microsiver. Un'altra sequenza è girata all'interno dell'ospedale pediatrico di Baghdad e documenta gli effetti della radiazioni sui bambini: fotogrammi terribili che mostrano corpi deformi o privi di arti, visi sfigurati di neonati con gli occhi pieni di terrore. Le immagini fanno parte di un video di 23 minuti realizzato tra il 2003 e il 2004 da una troupe giapponese in Iraq e smentiscono drammaticamente quanto affermato fino a oggi dal ministro della Difesa Antonio Martino, che ha sempre negato l'uso nella guerra del Golfo di pallottole e missili contenenti Depleted uranium, uranio impoverito. Il documentario (in possesso dell'Osservatorio Militare che nei prossimi giorni lo pubblicherà sul sito www.osservatorio militare.it) è stato girato dalla televisione giapponese, ma il video è ancora inedito in Italia, dove intanto cresce il numero dei soldati che hanno fatto ritorno dall'Iraq gravemente ammalati. Gli ultimi sarebbero almeno quindici, secondo l'Osservatorio Militare, numero che fa salire il totale dei militari ammalati dal 1998 a oltre 300, 44 dei quali sono morti. E intanto sono attese per martedì prossimo le conclusioni della Commissione d'inchiesta parlamentare istituita proprio per far luce sui possibili legami tra le malattie riscontrate nei soldati e l'uso di munizioni all'uranio impoverito.

Il video. In tutto si tratta di 23 minuti girati tra Giappone, Iraq, Italia e Stati uniti e legati da un unico filo conduttore: documentare i danni provocati dall'utilizzo dell'uranio impoverito. L'operatore gira tra le abitazioni colpite dai missili, si ferma presso le carcasse di mezzi militari distrutti, interroga civili e soldati. E ogni volta misura, contatore geiger alla mano, la quantità di radiazioni presenti nelle zona. Il risultato è sempre lo stesso: la lancetta dello strumento comincia a muoversi fino a impennarsi. Una scena che si ripete nei pressi della base italiana a Nassiriya, in cui la presenza di uranio impoverito viene smentita dal portavoce della base, ma che diventa paradossale quando a negare l'uso del «metallo del disonore» è un soldato giapponese con il bossolo di un proiettile all'uranio impoverito a poca distanza dai piedi. Più drammatiche di tutte sono però le immagini che documentano gli affetti delle pallottole sui civili. Nel filmato si vedono bambini iracheni deformati dalla radiazioni, ma anche i figli dei reduci americani.

I soldati malati. Parlando l'anno scorso davanti alla Commissione di inchiesta del senato, il ministro Martino ha sempre smentito l'uso di munizioni radioattive: «I nostri militari impegnati all'estero - disse - non corrono alcun pericolo per l'uranio impoverito: non lo usano loro e neanche i militari di altri paesi che collaborano con loro». Eppure i soldati che ammalano di tumore una volta tornati a casa aumentano. Degli ultimi 15 denunciati dall'Osservatorio Militare, tre hanno compiuto missioni in Afghanistan e Iraq, uno soltanto in Iraq, mentre tutti gli altri hanno avuto esperienze nei Balcani prima di essere inviati a Nassiriya. Tra le patologie riscontrate, ci sarebbero almeno tre casi di tumore ai testicoli e un caso di tumore allo stomaco. In Iraq, denuncia Domenico Leggiero, dell'Osservatorio Militare, «oltre al fosforo bianco è stato usato anche l'uranio impoverito e l'esperienza dei Balcani non è servita a maturare le coscienze dei vertici militari: tumori ai testicoli, alla tiroide e linfomi di ogni tipo sono l'eredità che l'impiego in Iraq ci sta lasciando».

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