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Chiamatemi Charlie, abito a La Spezia

Un documento "riservato" dell'esercito e 11 porti a rischio nucleare
Angelo Mastrandrea
Fonte: Il Manifesto - 09 gennaio 2000

A La Spezia è una rigida giornata di sole di metà inverno. Il mare si presenta calmo, affacciati sul lungomare all'altezza del centro culturale Salvador Allende. E una camionetta dell'esercito ci ricorda di essere quietamente adagiati su una polveriera che potrebbe non esplodere mai. La Spezia è una tranquilla città ligure in cui la presenza dei militari si tocca con mano ed è accettata con condiscendenza e talvolta con piacere. Perché le attività militari e quelle ad esse correlate danno da vivere tuttora a circa 12mila persone ("ma una volta erano tre volte di più"), una cosa non da poco in una città di 90mila abitanti. E la storia dell'ultimo secolo spezzino è spesso la storia delle sue strutture e servitù militari, da quando, il 17 gennaio del 1863, il colonnello Domenico Chiodo firmò il piano per la realizzazione di un cantiere per la costruzione di navi militari. Un anticipo della costruzione dell'Arsenale militare, attorno al quale si sono rette per un secolo le sorti della città. Al punto che il taglio previsto di 300 posti di lavoro, unito al ridimensionamento dell'intera industria militare spezzina, rappresenta una vera e propria mazzata per l'intera città (che, negli ultimi trent'anni, ha visto svanire ben 30mila abitanti) e per un colosso militare di 85 ettari di superficie, sei bacini in muratura, due galleggianti, tre chilometri di banchina, 13 chilometri di strade di collegamento, più officine e uffici.

La crisi della provincia spezzina oggi elenca cifre impietose: 25mila disoccupati, 10mila lavoratori precari o al nero, e chi lavora oggi lo fa quasi esclusivamente nel terziario. L'ex fabbrica di armi Oto Melara è passata, dal '90 a oggi e attraverso alcune ristrutturazioni, da 2200 dipendenti a 1580; i cantieri navali del Muggiano da 1060 a 780; l'Arsenale militare dai 2368 civili del '92 ai 1831 di oggi, la Termomeccanica da 770 a 490. Favorendo, così, il lavoro d'appalto e subappalto.

Dalla fine dell'800 a oggi, tutto l'apparato industriale, dai cantieri all'arsenale, al porto, alle servitù militari, al sistema dei trasporti, è stato funzionale agli interessi strategici dello stato. Così come la quasi totalità del territorio è stata "colonizzata" (come si legge in una lettera indirizzata da Rifondazione al Presidente del consiglio D'Alema in occasione di una manifestazione, venerdì scorso) per far posto alle aree militari, alle discariche, alla produzione bellica, alle zone interdette, al "mare in scatola". "E non ci sembra giusto che, dopo 150 anni, spetti a noi anche la bonifica delle aree che i militari lasciano", lamentano gli spezzini, governati dal '72 da giunte di sinistra. L'attuale sindaco è un diessino, Giorgio Pagano (eletto al primo turno con il 60 per cento dei voti su una destra divisa tra An e Forza Italia), sostenuto da una maggioranza di centrosinistra composta da Popolari, Rifondazione comunista, diniani, socialisti e un indipendente di sinistra, Marco Grondacci, che è anche assessore all'Ambiente.

Il piano "riservato"

Nella città più meridionale della Liguria, abbiamo scoperto che termini come "falce", "fievole", "fuga" e "fungo" possono assumere talvolta un significato che non riesci a trovare in alcun vocabolario d'italiano, legati come sono alle conseguenze, in ambito militare, di un eventuale incidente nucleare. Sì, nucleare, avete capito bene. Perché, in un paese che ha rigettato con un referendum qualsiasi ipotesi di produzione e utilizzo dell'energia nucleare, per una questione di buoni rapporti con paesi "amici", è ancora possibile che girino navi e sommergibili a propulsione nucleare o che trasportano armi nucleari.

Il "Piano di emergenza per le navi militari a propulsione nucleare in sosta nella base della Spezia", un documento militare segreto risalente all'ottobre scorso ed entrato in nostro possesso, è solo uno degli undici piani esistenti negli altrettanti porti in cui è previsto l'ormeggio di tali unità. Che sono (oltre a La Spezia) La Maddalena, Augusta, Taranto, Livorno, Brindisi, Gaeta, Venezia, Cagliari, Napoli e Trieste. Naturalmente, il dettagliato documento, che prospetta le misure di emergenza in caso di "massimo incidente possibile", cioè nell'ipotesi di "rottura del circuito primario del reattore con perdita di refrigerante, conseguente fusione del nocciolo e fuoruscita dei prodotti di fissione", è rivolto esclusivamente ai militari. Secondo L'Agenzia nazionale per la protezione ambientale (Anpa) e la Protezione civile, tutte le Prefetture interessate hanno piani d'emergenza contro gli incidenti nucleari. Possibile, visto che il piano risulta comunicato ai carabinieri, alla Prefettura e al Comune. Ci piacerebbe vederli, e comunque è plausibile che, se davvero esistono, non siano aggiornati, visto che il piano militare è datato ottobre '99 e va a sostituire quello vecchio, risalente al 1974.

Il piano di La Spezia disciplina le manovre di entrata e uscita dal porto e i posti di ormeggio per sommergibili e navi a propulsione nucleare. E le procedure da rispettare in caso di incidente, dove, molto singolarmente, gli ultimi a dover essere informati sono proprio le Prefetture e i Vigili del fuoco (proprio quelli che dovrebbero mobilitarsi per proteggere i civili). Gli incidenti possono essere di tre tipi: alfa, se comporti la contaminazione di un'area non abitata; bravo, se minacci un'area abitata; charlie, se comporti un pericolo immediato per la popolazione locale e "nel quale siano coinvolte persone in tale numero che le operazioni di bonifica o di salvataggio risultino seriamente ostacolate, o in cui dette persone corrano pericolo di contaminazione". Esiste poi un meccanismo cifrato per segnalare un eventuale incidente. Per cui un incendio con possibilità di danni al reattore nucleare sarà indicato con "calore", un sabotaggio con "congegno", la rottura del circuito primario con conseguente fusione del nocciolo con "caduto", un incidente di un altro tipo con "comune". E ancora, con "falce" saranno indicati i morti, con "fievole" i feriti, con "fulmine" il personale contaminato, con "fuga" il personale da sgomberare e con "fungo" la dispersione di sostanze radioattive. Ma, da dove proverrebbero queste unità a propulsione nucleare? Non dall'Italia, che non ne ha. Di navi nucleari, a parte due rompighiaccio russi e qualche portaerei, non si ha notizia. Ci sono poi i sommergibili russi, statunitensi e francesi, che usano uranio arricchito quasi al 90 per cento, per cui producono una notevole quantità di radiazioni e la cui vita media (proprio per questo motivo) è di circa trent'anni. Quelli che "bazzicano" i nostri porti, in particolare La Maddalena (dove viene effettuata la manutenzione), Napoli e Gaeta (sedi della VI flotta Usa), è inutile dirlo, sono soprattutto americani. Passano invece navi e sottomarini con armi nucleari che, a quanto pare, per "rispetto" nei confronti del nostro paese (non nuclearista), sarebbero "parcheggiati" con le armi disattivate. Anche se questo non evita i rischi di contaminazione in caso d'incidente.

In questo contesto, la placida La Spezia che incontriamo in questa mattina di metà inverno, riveste un'importanza strategica dal punto di vista militare. Così decidiamo di andare a vedere cosa si nasconde dietro l'apparente calma di una provinciale città di mare.

A San Bartolomeo

Andando verso Lerici, nella zona di San Bartolomeo, in una curva ci si imbatte in una sbarra guardata a vista dai carabinieri. Dietro ci sono tre strutture. Innanzitutto il Saclant, una filiale della Nato che non è indicata in nessuna mappa dell'Alleanza atlantica. Secondo quanto riusciamo a sapere, il Saclant svolgerebbe non meglio precisate ricerche marine, anche se in un dossier preparato dalla federazione provinciale di Rifondazione comunista si parla di "occupazione di aree dello specchio d'acqua per esigenze militari dello stato italiano e non (ricovero della VI flotta Usa)". Poi c'è Maricocesco, un ente che fornisce pezzi di ricambio alle navi. E infine Mariperman, la Commissione permanente per gli esperimenti sui materiali da guerra, composta da cinquecento persone e undici istituti (dall'artiglieria, munizioni e missili alle armi subacquee). Negli stessi locali che furono sede del quartier generale della decima Mas.

E non finisce qua. Arrivando dal prolungamento di quella via Aurelia che congiunge La Spezia con la capitale e con il Vaticano, balza agli occhi la ex fabbrica di carri armati Oto Melara, oggi divisa in tre settori: Oto Breda, Alenia Marconi systems (settore missilistico) e Alenia Marconi (divisione navale). Senza contare gli aeroporti militari di Cadimare e Luni, i poligoni, i depositi militari disseminati nelle zone costiere e nell'entroterra, i radar sulle colline. Nonché l'oleodotto della Nato che passa sotto la collina (e il paese) di Vezzano ligure. E la polveriera di Pitelli, una collina sulla zona orientale del golfo tristemente "famosa" per le vicende giudiziarie legate a una discarica, e sventrata per far posto a bunker militari inaccessibili, all'interno dei quali qualcuno vocifera che vi siano addirittura "dispositivi nucleari". Che farebbero il paio con le scorie radioattive che, si vocifera sempre, potrebbero essere sepolte da qualche parte, e le barre di uranio vendute dalla centrale nucleare di Caorso agli americani. Passeranno per il porto di La Spezia? Ma questa è un'altra storia.

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