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Che il governo debba finanziare i programmi solo per mantenere le aziende nel mondo degli affari non è realistico

"Stop the Clock": sale la pressione di industria e sindacato contro il taglio automatico alle spese militari

I prodotti militari, al contrario, escono dal mercato immediatamente dopo essere prodotti, e non aumentano affatto la ricchezza reale del paese. Aumentano solo il debito.
20 marzo 2012 - Rossana De Simone

Apocalypse Now

"Stop the Clock" è una campagna lobbistica organizzata dall’industria aerospaziale Aerospace Industry Association (AIA) e l’Associazione internazionale dei macchinisti e dei lavoratori aerospaziali (IAM), il più grande sindacato americano, per fare pressione sul Congresso con lo scopo di evitare il taglio alle spese militari che, dicono, potrebbe provocare la perdita di più di un milione di posti di lavoro diretti e indiretti.

Entrando nel sito http://www.aia-aerospace.org/newsroom/features/second_to_none/ si vede un orologio computerizzato che conta i giorni, ore, minuti e secondi, fino a quando ci sarà il taglio di 1,2 miliardi di dollari nella spesa pubblica, e in particolare nella sicurezza nazionale.

Ciò che vogliono ottenere è l'attenzione dei politici impegnati nella campagna elettorale, la loro arma principale è una relazione elaborata da Deloitte. Deloitte è una importante società finanziaria di analisi che mostra l’impatto economico creato, sia in termini di posti di lavoro sia di tasse pagate ad ogni Stato, dalle industrie aerospaziali e della difesa.
“I dati parlano da soli, l’industria aerospaziale e della difesa è un settore che incide più di quanto pesi", ha detto il Presidente dell’AIA e CEO di Marion C. Blakey "non sono solo i numeri a fare la differenza nella vita di tutti gli americani, ma il modo”.
Thomas R. Buffenbarger, Presidente dell'Associazione Internazionale dei macchinisti e dei lavoratori aerospaziali, ha sottolineato che se vi saranno tagli vi sarà più disoccupazione e il paese sarà meno sicuro.

Occupy Demonstrator The Austerians Attack!

Una mappa degli Stati condensa tutti i dati e mostra le minacce, occupazionali/geopolitiche, qualora vi fosse il taglio annunciato.
Il presidente dell’AIA ha inviato copie della relazione a tutti i membri del Congresso con la premessa che l'industria aerospaziale e della difesa "è un asset strategico nazionale che rappresenta il 2,23 per cento del PIL e occupa più di 3,5 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti”.
Il maggiore impatto di queste industrie (compresa la filiera) si ha in California, Washington, Texas e Florida, con un fatturato di decine di miliardi di dollari. I grafici mostrano gli effetti, in termini di caduta occupazionale, che i tagli apporterebbero. I calcoli effettuati prevedono un rischio disoccupazione per un milione di lavoratori.
Poiché il peso maggiore dei tagli dovrebbe subirlo l’attività di ricerca e sviluppo, non solo vi sarebbe un declino della tradizionale superiorità tecnologica degli Stati Uniti, ma di tutto il settore, sia militare sia civile. Si avrebbe un abbassamento della crescita prevista del PIL del 25%.

Stephen S. Fuller, professore e direttore del Center for Regional Analysis at George Mason University and Economic Modeling Specialists Inc. (EMSI), ha ha condotto l’analisi “The U.S. Economic Impact of Approved and Projected DOD Spending Reductions on Equipment in 2013” per conto della Aerospace Industries Association.
"La nostra analisi rivela esiti tristi sia per l'industria della difesa sia per l'economia nel suo complesso, se vi sarà il taglio nel bilancio”. Non si può aggiungere lo 0,6 per cento all'attuale 9,1 per cento del tasso di disoccupazione.
Questa è la cifra prevista in termini di caduta occupazionale, a fronte delle cifre plurimilionarie che le industrie belliche drenano ogni anno per i sistemi d’arma.
Commentando i risultati, il sindacalista Tom Buffenbarger, ha dichiarato: "i tagli di spesa mettono a rischio posti di lavoro altamente qualificati di lavoratori altamente motivati. Non possiamo permetterci di perdere questi uomini e donne, oltre le macchine, che operano a tempo indeterminato".
L’analisi Dr. Fuller si è basata su una riduzione annuale di 45,01 miliardi dollari per la modernizzazione militare, da cui l'industria aerospaziale e della difesa genera i propri ricavi. "L'impatto complessivo di un taglio di 45 miliardi dollari per anno, equivale al 25 per cento del previsto aumento annuo del PIL per il 2013. La sua perdita ridurrebbe la crescita attualmente prevista per il 2013 dal 2,3 per cento, all’ 1,7 per cento".

Budget della difesa

Inoltre, tenuto conto dei salari relativamente alti di questi lavoratori, la spesa dei consumatori delle varie comunità di ogni Stato, si ridurrebbe in modo significativo. L'impatto sarebbe gravissimo e ricadrebbe sui consumi di beni di consumo, case e così via. I posti di lavoro non riguardano solo la produzione di materiale militare, ma coinvolgono la produzione prodotta dai servizi alle imprese, uffici finanziari e di informazione, servizi amministrativi, vendita al dettaglio e servizi del commercio, tempo libero e ospitalità, servizi di educazione e salute, edilizia, oltre quella delle altre industrie manifatturiere.

In sintesi, ecco i principali risultati basati sul taglio 1000 miliardi dollari:

Totale perdite di posti di lavoro diretti, indiretti, comunità): 1,006,315
Totale nelle industrie aerospaziali/ difesa più i posti di lavoro della catena di fornitura: 352.000
Perdita dei salari e stipendi dei lavoratori: 59,4 miliardi dollari
Impatto sul tasso di disoccupazione nazionale: + 0,6%
Impatto sulla crescita prevista del 2013, prodotto interno lordo: - 25%

http://secondtonone.org/wp-content/uploads/2011/10/aia_impact_analysis.pdf

“L'industria della difesa degli Stati Uniti ha abilità uniche e le attività devono essere mantenute, ma la nozione che il governo debba finanziare i programmi solo per mantenere le aziende nel mondo degli affari non è realistico nel clima economico attuale” ha detto il generale Norton Schwartz, capo di stato maggiore dell’Air Force.
http://www.nationaldefensemagazine.org/blog/Lists/Posts/Post.aspx?ID=526

Anche l'ex membro dello staff del Congresso Lofgren Mike ha scritto di recente che i giorni di “Rosie the Riveter” sono ormai lontani, la maggior parte dei progetti di armi richiede ora poca manodopera. Invece, una quota sproporzionata viene travasata nella ricerca e sviluppo (che eroga pochi benefici nell’economia civile) e le spese di gestione sono esorbitanti. Un milione di dollari stanziati per la costruzione di autostrade creerebbe due a tre volte più posti di lavoro di un milione di dollari stanziati per gli appalti del Pentagono, così l'argomento in ultima analisi, che l’industria militare crea più posti di lavoro, è specioso. http://www.truth-out.org/goodbye-all-reflections-gop-operative-who-left-cult/1314907779

Rosie the Riveter

Tuttavia l'amministrazione Obama ha assicurato che i tagli alla spesa per la difesa devono contribuire a ridurre un deficit da record, ma rimangono reversibili se contingenze future lo richiedano.
Infatti la spesa militare non diminuisce ma aumenta tendenzialmente negli anni, così come il deficit federale (pari a 231,68 miliardi di dollari, febbraio 2012). I tagli, fra l’altro, interessano in buona parte finanziamenti per nuove armi ed equipaggiamenti che si stanno rivelando costosissimi per il contribuente americano (molto più di quanto preventivato).
La campagna "Stop the Clock" altera le indicazioni del bilancio affermando che i tagli creeranno lacune nel tessuto produttivo della difesa, e che queste lacune non potranno essere facilmente riempite in futuro.
La critica investe anche le spese previste per mantenere il personale militare, l’assistenza sanitaria ed altri benefici, spese che riguardano meno di un decimo delle riduzioni.
“Tutti vogliono vedere le truppe e le loro famiglie compensate e assistite, ma non vi è equilibrio nella formulazione del bilancio”.
Le spese per gli investimenti sono dunque solo rinviate, in particolare gli Stati Uniti intendono ancora acquistare più di 2.400 F-35 Joint Strike Fighter per tutta la durata del programma.
Allora il problema è un altro. Il problema è che se il tasso di produzione scende, le spese generali per il produttore, mantenimento delle fabbriche, laboratori e personale qualificato, rimangono relativamente costanti. Di conseguenza i costi unitari di questi programmi tendono a salire. Questa non è una previsione teorica, riflette la storia di quasi tutti i principali programmi militare di armi, o le semplici leggi dell'economia. Secondo il Center for International Policy solo l’1,5% del prezzo di un F-35 viene usato per pagare il costo del lavoro coinvolto nella produzione, fabbricazione e montaggio presso Fort Worth, l’85% va alle spese generali.
Military Spending: A Poor Job Creator
http://www.ciponline.org/images/uploads/publications/Milex_Jobs_Fact_Sheet_0212_Update.pdf

La lobby sindacale-industrale non ha interesse a svelare la natura parassitaria di queste aziende che contribuiscono, ovviamente, al flusso dei redditi, ma realizzano il declino degli investimenti per altre produzioni, drenando ingenti somme di denaro dal bilancio federale attraverso varie forme di finanziamento. In un giudizio d'appello l'Omc ha quantificato in 4,3 miliardi di dollari gli aiuti ricevuti dall'azienda Boeing, frutto di contributi del dipartimento della Difesa e della Nasa per la ricerca e lo sviluppo
http://online.wsj.com/article/SB10001424052702304450004577277461991427528.html?mod=WSJ_DefenseandAerospace_leftHeadlines#printMode

L’immagine opaca di queste aziende emerge prepotentemente quando chiamano in causa il decisivo vantaggio tecnologico dei militari americani nelle guerre. Così, affermano, con i tagli, piuttosto che investire nel futuro, il governo ipoteca il futuro.
Cosa dicono i dati riguardanti i soldati impegnati nelle guerre in Irak (secondo conflitto, 2003) e Afghanistan (2001)?
I soldati americani che hanno riportato gravi danni psicologici sono oltre 300mila.
Robert Fisk, in “Madness is not the reason for this massacre” scrive che il comandante dell'esercito in Afghanistan (generale Allen) parla di "soldati mentalmente disturbati" per esonerare il sistema e far cadere le colpe su soldati troppo deboli e disturbati.
Ogni massacro ricade sotto un errore tecnico o una manifestazione patologica individuale, mai si mette in discussione una guerra insensata e crudele.
http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/fisk/robert-fisk-madness-is-not-the-reason-for-this-massacre-7575737.html

Il “breakdown mentale” risulta essere, secondo gli studi attuali, la patologia più frequente. Si stima che in un conflitto condotto con armi non convenzionali o nucleari, questa patologia arriverebbe a comprendere una quota di militari pari a circa l’80%. Il breakdown mentale gioca un ruolo sempre più importante nelle guerre moderne, non a causa delle debolezze psicologiche del fattore umano, bensì al sempre crescente grado di distruttività e di stress psichico che le accompagna.
Il breakdown mentale è la voce più costosa di un bilancio di guerra. È un prezzo che non viene mai indicato perché non si può calcolare la sofferenza degli uomini in divisa e della popolazione civile (la più colpita).
Quale allora la soluzione per il Pentagono? Proteggere i propri uomini dovrebbe portare all’uso di robot combattenti. Dicono i generali americani "i robot non mangiano, non dormono e se distrutti nessuno li rimpiange, basta costruirne altri".

Sia nelle guerre, sia nelle aziende, gli uomini sono delle variabili dipendenti del profitto delle imprese. Le aziende devono monitorare l’andamento del proprio investimento e far fronte alle aspettative dei propri azionisti. Contabilità e finanza rappresentano la lingua con cui comunicano coi propri azionisti, l’unica che conoscono.
James Crotty, professore emerito di economia and Sheridan Scholar University of Massachusetts Amherst, scrive che il rapido aumento del deficit sia a livello di governo federale che statale e locale, insieme al problema dei programmi di Social Security e Medicare, ha innescato una austerità unilaterale che si potrebbe chiamare guerra di classe negli Stati Uniti. Conflitti di classe simili sono scoppiati in tutto il mondo. La coalizione dei segmenti più ricchi e più economicamente potenti della società, e i politici conservatori che rappresentano i propri interessi, ha chiesto che il deficit debba essere eliminato attraverso una austerità nel settore pubblico, con tagli drastici alle spese che supportano sia i poveri, sia la classe media che gli investimenti pubblici. Queste richieste costituiscono un tentativo deliberato di distruggere il progetto New Deal iniziato nel 1930, il cui obiettivo era quello di sottoporre il capitalismo al controllo democratico. La coalizione di destra cerca di sostituire quel progetto con una versione modernizzata del capitalismo del 'libero mercato' del 1920.
In questo articolo si sostiene che la crisi del deficit è il risultato di un passaggio dal New-Deal, basato su modello economico del primo dopoguerra, al neoliberismo attuale che ha come modello il libero mercato, un cambiamento iniziato sotto Ronald Reagan e proseguito con i presidenti che gli sono succeduti. Il nuovo modello ha generato una crescita lenta dell’aumento le disuguaglianze e del deficit. Il deficit, salito a sua volta, ha creato le richieste di austerità. Dopo aver tracciato l'evoluzione a lungo termine della crisi, il professore fa vedere che questa crisi può essere risolta aumentando le tasse sui redditi superiori delle famiglie e imprese di grandi dimensioni, tagliando le spese di guerra, e adottando il sistema sanitario canadese o europeo. Non vi è alcuna necessità di accettare l’austerità. L’austerità dovrebbe essere vista per quello che è, un attacco da parte dei ricchi e potenti contro gli interessi fondamentali del popolo americano.
The great austerity war: what caused the US deficit crisis and who should pay to fix it?
http://www.peri.umass.edu/fileadmin/pdf/other_publication_types/magazine___journal_articles/Crotty_CJE2012.PDF

L’University of Massachusetts rifà i conti e afferma che tagliare gli investimenti nella difesa non distrugge posti di lavoro americani ma li crea. "La nostra scoperta principale è che la spesa militare è scarsa di fronte ai nuovi posti di lavoro che si potrebbero creare nella green economy, assistenza sanitaria, istruzione, consumi delle famiglie o anche personale”, scrivono Robert Pollin e Heidi Garrett-Peltier, professori di economia politica alla UMass-Amherst.
La spesa in questi settori potrebbe generare tra il 50 per cento e il 140 per cento di posti di lavoro in più.
I due professori hanno esaminato il livello retributivo dei posti di lavoro creati attraverso spese alternative, e valutato gli impatti sociali complessivi. Hanno dimostrato che gli investimenti in energia pulita, assistenza sanitaria e istruzione creano un numero molto maggiore di posti di lavoro in tutte le fasce di retribuzione.
THE U.S. EMPLOYMENT EFFECTS OF MILITARY AND DOMESTIC SPENDING PRIORITIES:
2011 UPDATE
http://www.peri.umass.edu/fileadmin/pdf/published_study/PERI_military_spending_2011.pdf

Seymour Melman, professore emerito alla Columbia University di New York (scomparso il 16 dicembre 2004), ha descritto il funzionamento dell'economia di guerra negli Stati Uniti e il processo di deindustrializzazione che ha distrutto gran parte delle industrie manifatturiere americane.
Da: Seymour Melman - Economic Reconstruction: miti e realtà sulla difesa e riconversione economica http://globalmakeover.com/SeymourMelman

Spendere per migliorare le infrastrutture e l'industria, aumentando il debito pubblico, è sbagliato tanto quanto spendere per espandere il Pentagono?
Non è corretto, poiché gli investimenti per le infrastrutture e l’industria civile hanno un rendimento multiplo nella forma di flusso di prodotti (ponti, abitazioni, elettronica di consumo, ecc.), aumentano la ricchezza nazionale e i mezzi di produzione e quindi accrescono la capacità di cancellare il debito. I prodotti militari, al contrario, escono dal mercato immediatamente dopo essere prodotti, e non aumentano affatto la ricchezza reale del paese. Aumentano solo il debito.

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