Processi di globalizzazione e politiche di produzione bellica in rapporto con le piccole e medie imprese
Oggi il 90% della produzione mondiale di armamenti è concentrato in soli 10 paesi, ed il 50% si svolge negli Stati Uniti. Le 100 maggiori aziende del settore operano nei paesi dell’OCSE e hanno fatturato, nel 1997, 156 miliardi di dollari, una cifra pari ai tre quarti della produzione mondiale. La situazione odierna è il frutto di una strategia, adottata dalle grandi industrie e sostenuta finanziariamente e politicamente dagli stati, basata su di una girandola di fusioni ed incorporazioni che hanno portato alla nascita di colossi di livello mondiale: Lockheed Martin, Boeing, Raytheon, British Aerospace, Aerospatiale-DASA-AleniaFinmeccanica. Le grandi aziende del settore militare sono direttamente interessate alla strategia complessiva della globalizzazione proprio perché il loro futuro è sempre più legato ad una dimensione transnazionale. Si tratta di società che controllano una quota rilevante della produzione di armi a livello mondiale, adottando una strategia che integra l’internazionalizzazione delle attività col rilancio delle esportazioni di armi e coll’espansione delle attività di natura duale civile/militare. Tali evoluzioni accompagnano sempre la conclusione della fase di concentrazione finanziaria ed industriale, di inserimento nelle dinamiche speculative dei mercati borsistici e di ‘stabilizzazione’ delle strutture aziendali. Quest’ultima viene ottenuta ricorrendo ai licenziamenti, alla diminuzione dei salari, al decentramento produttivo in piccole e medie aziende – nelle quali si realizza una parcellizzazione estremamente mirata delle lavorazioni – ed al lavoro precario. Un tessuto di piccole e medie imprese quale quello esistente in Emilia-Romagna costituisce un terreno assai fertile per sostenere queste dinamiche ed è in grado di integrarsi nei cicli produttivi assai complessi della produzione ad uso duale. Per comprendere gli aspetti concreti di questa tendenza si può far ricorso ad una efficace analogia. Negli anni Ottanta i grandi gruppi automobilistici misero a punti il progetto di world car, realizzando autovetture tramite l’assemblaggio di componenti fabbricati in diversi paesi del mondo seguendo il criterio del massimo contenimento dei costi di produzione e della assoluta libertà per l’azienda; a partire dai primi anni Novanta le grandi imprese del settore aeronautico militare stanno realizzando il progetto di world fighter plane. Ad esempio, le linee di montaggio del caccia F-16, prodotto dalla statunitense Lockheed Martin, sono attive in Israele, Corea del Sud, Turchia e Taiwan, paesi nei quali il costo della manodopera è basso, il controllo sui movimenti di opposizione e sui sindacati ferreo, le agevolazioni fiscali notevoli, ed è garantita la libertà di esportare il prodotto finito anche verso paesi ‘politicamente’ scomodi o in guerra. La Boeing e la Textron hanno realizzato notevoli investimenti nel settore militare industriale in Ungheria, Polonia, Romania e Repubblica Ceca – sfruttando condizioni locali favorevoli dal punto di vista politico, finanziario e fiscale – con l’obbiettivo di conquistare i mercati dell’Europa orientale sulla scia dell’espansione ad Est della Nato. Progetti simili stanno moltiplicandosi in tutto il mondo sotto la spinta delle potenti associazioni industriali di settore quali la Aerospace Industries Association (AIA), strenue sostenitrici della assoluta libertà di investimento e commercio. Si assiste così non solo alla proliferazione su scala mondiale della produzione bellica ma anche alla militarizzazione di interi comparti industriali e commerciali, ovvero ad un processo di internazionalizzazione del complesso militare-indusriale – ormai allargato a tutti i settori tecnologici di punta, le cui produzioni civili vengono con sempre maggiore frequenza impiegate anche in campo militare e viceversa – che, paradossalmente, sta creando crescenti difficoltà persino agli apparati statali coinvolti nel controllo della fabbricazione di armamenti. In questo particolare campo d’attività gli accordi WTO concedono agli stati una notevole libertà d’azione, fatto che sta stimolando un flusso di investimenti pubblici indirizzato verso il comparto militare-industriale e sottratto ai settori civili. Allo stesso modo, per evitare che gli accordi industriali nel settore civile cadano sotto la scure liberista del WTO, molti governi stanno rafforzando la strategia della compensazione. Così gli scambi e le collaborazioni nei settori dell’economia civile vengono frequentemente inseriti nei contratti militari, non sottoposti alle norme WTO, quali contropartite per le acquisizioni di armi. In Europa la ristrutturazione dell’industria a produzione militare si realizzerà nell’ottica della partecipazione alla competizione sui mercati mondiali, intesa quale condizione indispensabile per la costruzione di una base militare-industriale capace di sostenere le scelte collettive di politica estera e di sicurezza. Il processo verrà gestito nell’ambito di una strategia comune adottata da sei paesi – Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e Regno Unito –, la cui concretizzazione potrebbe smantellare ciò che resta delle politiche di controllo delle esportazioni di armi applicate in questi anni. Siamo inoltre al cospetto di paesi – Egitto, Turchia, Israele, India, Taiwan, Corea del Sud, Brasile, Indonesia, Singapore – che hanno avviato recentemente, con l’acquisizione di licenze di produzione e del know-how tecnologico e produttivo dai paesi occidentali e della Russia, la costruzione di una moderna base militare-industriale. L’intento è quello di sostituire l’acquisizione dei sistemi d’arma finiti con la fabbricazione in loco, partecipando autonomamente – con costi economici e sociali elevatissimi volti a conseguire una illusoria indipendenza– alla competizione tecnologica nel settore militare per aumentare il proprio prestigio politico e militare. La corsa a questo tipo di sostituzione caratterizza gran parte della domanda nei principali mercati mondiali, e si intreccia in maniera armonica con il processo di globalizzazione degli investimenti e della produzione messo in atto dall’industria negli Stati Uniti, in Europa e per certi aspetti in Russia e Cina. L’obbiettivo, per i grandi produttori di armi non è solo quello di sostenere, incentivando le esportazioni, i nuovi programmi di armamento adottati dopo la fine della Guerra Fredda; a ben vedere, sin dai primi anni Novanta, il conseguimento del successo nella competizione tecnologica e nel processo di innovazione, associato al controllo dei mercati, è divenuto uno degli obiettivi fondamentali per la ricerca ed il mantenimento dell’egemonia a livello mondiale. Il settore militare-industriale riveste un’importanza notevole tra i campi strategici sui quali si combatte questa lotta, definita new trade economy o ‘mercantilismo aggressivo’, che vede impegnati senza esclusione di colpi tutti i principali protagonisti della scena mondiale: Usa, Europa, Giappone, Russia e Cina. Le armi d’europa Nei primi anni Novanta, di riflesso a quanto stava già accadendo negli USA, ha preso avvio in Europa il processo di razionalizzazione dell’industria aerospaziale e degli armamenti basato sull’integrazione verticale del comparto. Con la fine della Guerra Fredda e la ridefinizione dei criteri di allocazione delle risorse dedicate dagli stati ai bilanci militari le maggiori aziende del settore, afflitte da una cronica eccedenza di capacità produttive e da una continua crescita dei costi associati alla ricerca ed allo sviluppo di muovi sistemi d’arma, hanno imboccato la strada della razionalizzazione. Si è proceduto alla dismissione delle attività estranee ai settori nei quali le singole aziende ritenevano di disporre delle carte migliori per poter competere in un mercato non più in grado di sostenere il sistema industriale cresciuto nel dopoguerra. Sono uscite di scena molte aziende, parte cessate, parte inglobate in grandi poli industriali e finanziari e solo in percentuale minima convertite alla produzione civile, mentre la carta della diversificazione delle produzioni è stata giocata solo quando ha consentito di mantenere una presenza decisiva nel core business assicurando vantaggi finanziari, contrattuali e tecnologici. Nei maggiori paesi europei, quale risultato di questa iniziale ristrutturazione costata centinaia di migliaia di posti di lavoro, sono emerse grandi aggregazioni industriali, tecnologiche e finanziarie, capaci di divenire gli unici referenti dei governi per quel che concerne la definizione delle strategie nazionali volte alla produzione, ricerca e sviluppo ed acquisizione di sistemi nel settore degli armamenti e della logistica militare. Negli USA tale processo di integrazione verticale ha fatto sì che le prime 3 aziende del paese per fatturato assorbano il 70% delle commesse del Pentagono, pari a 53 miliardi di dollari annui. In Italia a ‘consolidamento’ completato l’intero comparto è dominato da quattro gruppi: Finmeccanica (settori aeronautico, sistemi terrestri e navali, spaziale ed elicotteristico) e Fincantieri (cantieristica), entrambe aziende con prevalenza del capitale pubblico. Fiat (veicoli per il trasporto terrestre, mezzi corazzati, spazio, motoristica aeronautica e navale, munizionamento) e Marconi Group (elettronica e comunicazioni). In Inghilterra la scena è dominata dal colosso British Aerospace (Bae), rafforzatosi enormemente con l’acquisizione della Marconi, in Francia si sono creati due grandi poli: Aérospatiale-Matra e Thomson-Csf. In Germania è emersa la grande potenza industriale, tecnologica e finanziaria del gruppo tedesco-statunitense DaimlerChrysler Aerospace AG (DASA). Oggi il 90% della produzione mondiale di armamenti è concentrato in soli 10 paesi, ed il 50% si svolge negli Stati Uniti. Le 100 maggiori aziende del settore operano nei paesi dell’OCSE e hanno fatturato, nel 1997, 156 miliardi di dollari, una cifra pari ai tre quarti della produzione mondiale. La frenetica corsa al gigantismo, che si è sperimentato non essere sinonimo di efficienza, ha in seguito imboccato la strada dell’integrazione orizzontale di tipo transnazionale, volta alla ridefinizione dei settori d’intervento e delle dimensioni del mercato in cui si opera, di conseguenza le grandi aziende del settore militare sono direttamente interessate alla strategia complessiva della globalizzazione. Si tratta di società che controllano una quota rilevante della produzione di armi a livello mondiale mediante una strategia che integra l’internazionalizzazione delle attività col rilancio delle esportazioni di armi e coll’espansione delle attività di natura duale civile/militare. Tali evoluzioni accompagnano sempre la conclusione della fase di concentrazione finanziaria ed industriale, di inserimento nelle dinamiche speculative dei mercati borsistici e di ‘stabilizzazione’ delle strutture aziendali. Quest’ultima viene ottenuta ricorrendo ai licenziamenti, alla diminuzione dei salari, al decentramento produttivo in piccole e medie aziende — nelle quali si realizza una parcellizzazione estremamente mirata delle lavorazioni — ed al lavoro precario. Al solo programma EFA, che pure — come si dirà più avanti — risponde ad una logica industriale, commerciale e finanziaria risalente agli anni Ottanta, partecipano circa 400 aziende in tutta Europa, molte delle quali non operano esclusivamente nel settore militare. Ad esempio la Fiat Avio e la tedesca MTU, responsabili assieme alla spagnola ITP ed alla britannica Rolls Royce della produzione dei motori che equipaggiano l’EFA ed il Tornado, sono presenti come aziende motoristiche anche nel settore aereonautico civile e si avvalgono di una estesa rete di aziende subfornitrici di piccole e medie dimensioni (PMI). Il ricorso al decentramento di parte dei processi produttivi consente di realizzare alcune economie di scala sfruttando le capacità di adattamento alle richieste della committenza delle PMI. La diffusione delle tecnologie informatiche applicate agli impianti ed ai cicli di produzione e l’elevata flessibilità della forza lavoro consentono di coniugare un discreto — ed in alcuni casi buono — livello di specializzazione tecnologica con costi contenuti della manodopera. Il mondo della subfornitura si sta progressivamente evolvendo in questa direzione, collocandosi al centro delle politiche industriali nel settore militare quale base produttiva diffusa ed estremamente malleabile, capace di sostenere in parte la realizzazione dei programmi d’armamento anche a livello multinazionale. Non a caso, nel corso degli anni Novanta, le revisioni delle politiche del procurement di armamenti e servizi elaborate dai ministeri della Difesa europei e degli Stati Uniti hanno inserito le PMI tra i soggetti principali della nuova strategia di acquisizione. In Gran Bretagna ed in Germania, ad esempio, nell’ambito dello Smart Procurement e della Entwicklung und Beschaffung von Wehrmaterial, gli uffici ministeriali preposti alla programmazione degli acquisti di armamenti, beni e servizi destinati alle forze armate seguono, analizzando costantemente il rapporto requisiti operativi/costi d’intesa con le aziende fornitrici, ogni passaggio dei programmi d’acquisizione, dalla progettazione, alla produzione, alla manutenzione. Si costruisce così un sistema integrato tra enti ed uffici dei ministeri della Difesa e complesso industriale formato da reti di aziende capo-commessa e imprese subfornitrici. Le relazioni industriali e la contrattualistica che governano questa struttura produttiva non sono esenti da contraddizioni: come hanno dimostrato le recenti polemiche tra il mondo delle PMI e dell’artigianato e le associazioni della grande industria, l’integrazione industriale oggi è in misura sempre maggiore un processo di consolidamento del predominio politico, finanziario e tecnico delle imprese maggiori a scapito dell’autonomia e della stessa sopravvivenza delle PMI. Le stesse dinamiche si riscontrano anche nel settore militare-industriale nel quale, semmai, la dipendenza delle aziende di modeste dimensioni nei confronti dei grandi gruppi viene accentuata dalle particolari dinamiche del rapporto tra committenza e grandi cartelli industriali del settore. Un tessuto di piccole e medie imprese quale quello esistente in Emilia-Romagna costituisce un terreno assai fertile per sostenere queste dinamiche ed è in grado di integrarsi nei cicli produttivi assai complessi della produzione ad uso duale civile/militare. Per le PMI le commesse militari sono sovente sinonimo di introiti garantiti o dell’opportunità di realizzare investimenti in impianti e macchinari tecnologicamente avanzati che, teoricamente, possono migliorare la posizione dell’azienda sui mercati civili. Tuttavia tali contratti assoggettano completamente le PMI ai piani produttivi e d’investimento dei grandi gruppi, nelle cui mani restano saldamente sia la possibilità di pianificare la produzione sulla base degli accordi raggiunti in sede politica, che la conoscenza complessiva tecnica ed ingegneristica. Ovviamente tale ciclo si interrompe quando viene a mancare la sicurezza dell’investimento pubblico in programmi d’armamento e d’acquisizione di beni e servizi militari, o in presenza di una contrazione del portafoglio ordini estero delle grandi aziende. In una simile evenienza sono le PMI, soprattutto quelle che hanno investito risorse notevoli nell’adeguamento degli impianti e dei macchinari, a pagare i costi maggiori. Per comprendere gli aspetti concreti della tendenza alla globalizzazione della produzione d’armi si può far ricorso ad una efficace analogia: negli anni Ottanta i grandi gruppi automobilistici misero a punto il progetto di world car, realizzando autovetture tramite l’assemblaggio di componenti fabbricati in diversi paesi del mondo seguendo il criterio del massimo contenimento dei costi di produzione e della assoluta libertà per l’azienda. Allo stesso modo, a partire dai primi anni Novanta, le grandi imprese del settore aeronautico militare stanno realizzando il progetto di world fighter plane. Ad esempio, le linee di montaggio del caccia F-16, prodotto dalla statunitense Lockheed Martin, sono attive in Israele, Corea del Sud, Turchia e Taiwan, paesi nei quali il costo della manodopera è basso, il controllo sui movimenti di opposizione e sui sindacati ferreo, le agevolazioni fiscali notevoli, ed è garantita la libertà di esportare il prodotto finito anche verso paesi ‘politicamente’ scomodi o in guerra. La Boeing e la Textron hanno realizzato notevoli investimenti nel settore militare industriale in Ungheria, Polonia, Romania e Repubblica Ceca — sfruttando condizioni locali favorevoli dal punto di vista politico, finanziario e fiscale — con l’obbiettivo di conquistare i mercati dell’Europa orientale sulla scia dell’espansione ad Est della Nato. Progetti simili stanno moltiplicandosi in tutto il mondo sotto la spinta delle potenti associazioni industriali di settore quali la Aerospace Industries Association (AIA), strenue sostenitrici della assoluta libertà di investimento e commercio contro qualsiasi sanzione o norma che limiti o semplicemente renda più trasparenti le transazioni nel settore militare-industriale e dell’aerospazio. Si assiste così non solo alla proliferazione su scala mondiale della produzione bellica ma anche alla militarizzazione di interi comparti industriali e commerciali, ovvero ad un processo di internazionalizzazione del complesso militare-indusriale — ormai allargato a tutti i settori tecnologici di punta, le cui produzioni civili vengono con sempre maggiore frequenza impiegate anche in campo militare e viceversa — che, paradossalmente, sta creando crescenti difficoltà persino agli apparati statali coinvolti nel controllo della fabbricazione di armamenti. In questo particolare campo d’attività gli accordi WTO concedono agli stati una notevole libertà d’azione, l’articolo XXI del General Agreement on Tarriffs and Trade stabilisce che non si può impedire ad uno stato di intraprendere azioni e adottare provvedimenti che ritenga necessari "per la protezione degli interessi essenziali connessi alla sicurezza in materia di commercio di armi, munizioni, e mezzi da guerra ed in tutti quei settori di scambio di beni e materiali direttamente legati al rifornimento delle strutture militari o necessari in caso di guerra o di stati di emergenza nelle relazioni internazionali". L’eccezione ‘sulla sicurezza’ rispetto alla normativa liberista del WTO sta stimolando un flusso di investimenti pubblici indirizzato verso il comparto militare-industriale e sottratto ai settori civili. Per comprendere la dimensione delle risorse in gioco occorre considerare il fattore dell’inflazione militare, ossia dell’aumento dei costi associati alla ricerca ed allo sviluppo dei sistemi d’arma notevolmente superiore al tasso d’inflazione che si registra per le merci civili. Questo fattore farà si che, nonostante la caratteristica multinazionale dei nuovi programmi, sarà necessario un ammontare sempre maggiore di risorse finanziarie per realizzare la nuova generazione di armamenti. Ferma restando la politica di contenimento della spesa pubblica il reperimento di ingenti quantità di capitali avverrà: 1. mediante il dirottamento di finanziamenti pubblici previsti per piani di investimento in ricerca e sviluppo in campo industriale civile verso il settore militare, l’aumento degli investimenti per i programmi d’acquisizione d’armamenti nel bilancio dei ministeri della difesa, il finanziamento attraverso il rilascio di garanzie e crediti delle esportazioni di armamenti, la riduzione ancora più marcata delle spese previdenziali, sociali, per la pubblica istruzione e la cultura, per gli enti locali; 2. attraverso il mercato azionario; 3. rilanciando le esportazioni di armamenti.
| Aerei militari (UK, Usa) | ||
| Costi unitari di produzione milioni di sterline costanti 1990 | ||
| Aereo | Data entrata in servizio | milioni di £ cost. 1990 |
| Meteor | 1944 | 0,36 |
| F-86 | 1950 | 1,18 |
| Hunter | 1955 | 1,2 |
| Lightning | 1960 | 3,55 |
| F-15 A Eagle | 1974 | 15,6 |
| Tornado F2 | 1983 | 26,3 |
| EFA | 2001 | >45 |
| F-22 Raptor | 2005 | >65 |
| Il processo di globalizzazione dell'industria degli armamenti | ||
| Accordi di collaborazione di alcune grandi aziende europee | ||
| Azienda | Partners | Programmi |
| DASA (Ger-Usa) | Aerostar (Romania) | Ammodernamento Mig 29 |
| Aerospatiale/Matra (Francia) | Airbus Military Company progetto A 400 M | |
| FLABEL (Belgio) | A 400 M | |
| TUSAS (Turchia) | A 400 M | |
| Alenia Aerospazio (Italia) | Tornado, EFA, Marittime Patrol Aircraft, A 400 M | |
| Boeing (Usa) | Aereo NATO E-3A AWACS, VECTOR | |
| British Aerospace Systems (UK) | Tornado, EFA, A 400 M | |
| CASA (Spagna) | EFA, Mako, A 400 M | |
| Danubian Aircraft Company (Ungheria) | Ammodernamento Mig 29 | |
| Dassault (Francia) | velivolo Breguet Atlantic | |
| Hellenic Aircraft Industry (Grecia) | velivolo F-4E, EFA | |
| MAPO (Russia) | Ammodernamento Mig 29 | |
| Northrop Grumman (Usa) | NATO Airborne Ground Surveillance | |
| Roswoorushenije (Russia) | Ammodernamento e commercializzazione Mig 29 | |
| Terem (Bulgaria) | Ammodernamento Mig 29 | |
| Emirati Arabi Uniti (Aviazione militare) | Mako | |
| Aerospatiale-Matra | Thomson CSF (Francia) | consorzio missilistico Eurosam |
| British Aerospace (UK) | A 400 M | |
| DASA (Ger-Usa) | A 400 M, consorzio Eurocopter | |
| Alenia-Finmeccanica (Italia) | consorzio missilistico Eurosam, A 400 M, programma missilistico PAAMS | |
| FLABEL (Belgio) | A 400 M | |
| TUSAS (Turchia) | A 400 M | |
| CASA (Spgana) | A 400 M | |
| Dassault (Francia) | velivoli militari | |
| British Aerospace Systems | DASA (Ger-Usa) | Tornado, EFA, A 400 M |
| Alenia -Finmeccanica (Italia) | Tornado, EFA, programma missilistico PAAMS, programma Trigat missile anticarro, Alenia Marconi Systems, elettronica militare, radar, A 400 M | |
| CASA (Spagna) | EFA, A 400 M | |
| FLABEL (Belgio) | A 400 M | |
| TUSAS (Turchia) | A 400 M | |
| SAAB (Svezia) | velivolo GRIPEN | |
| Boeing (Usa) | velivolo a decollo verticale Harrier e Joint Strike Fighter | |
| Lockheed Martin (Usa) | velivolo Joint Strike Fighter, programma TRACER, sistema di sorveglianza e ricognizione terrestre | |
| Thomson (Francia) | TMS, produzione sonar sottomarini e di superficie | |
| Matra (Francia) | programma missilistico PAAMS | |
| STN ATLAS (Germania) | elettronica militare | |
| Aerospatiale-Matra (Francia) | attività spaziali militari, programma Trigat, missile anticarro, A 400 M | |
| Alenia Finmeccanica | DASA (Ger-Usa) | Tornado, EFA, A 400 M |
| British Aerospace Systems (UK) | Tornado, EFA, A 400 M, programma missilistico PAAMS, programma Trigat missile anticarro, Alenia Marconi Systems, elettronica, radar | |
| CASA (Spagna) | EFA, A 400 M | |
| Lockheed Martin (Usa) | LMATTS aereo militare da trasporto | |
| Westland (UK) | settore elicotteristico joint venture con Agusta | |
| Bell (Usa) | settore elicotteristico joint venture con Agusta programmi AB 139 e BA 609 | |
| Aerospatiale-Matra (Francia) | programma missilistico PAAMS | |
| TUSAS (Turchia) | A 400 M | |
| FLABEL (Belgio) | A 400 M | |
| Elaborazione Achille Lodovisi su fonti aziendali, Fortune, 2 agosto 1999 e dati forniti da Alenia Difesa | |||||||
| Società | Fatturato 1998 | variazione | incidenza % | Incidenza % | principali clienti all'estero | addetti | addetti |
| milioni US $ | rispetto 1997 | fatturato militare | export su fatturato | 1998 | 1997 | ||
| Boeing (USA) | 56.154 | 22,60% | 30% | 60% | Cina, Arabia Saudita | 227.000 | 231.000 |
| Lockheed-Martin (USA) | 26.266 | -6,4% | 66% | n.d. | paesi NATO, Israele, Corea del Sud, Arabia Saudita | 170.000 | 175.500 |
| British Aerospace-Marconi (UK) | 22.000 | n.d. | 80% | 89% | n.d. | 88.000 | 88.300 |
| Raytheon-Hughes (USA) | 19.530 | 42,80% | 60% | n.d. | Israele, Turchia, Grecia, Taiwan, Arabia Saudita, Egitto, Corea del Sud | 108.200 | 119.200 |
| Aerospatiale-Matra (F) | 9.510 | -2.6% | 25% | n.d. | Europa, USA, Asia | 44000** | 36.647* |
| Northrop-Grumman (USA) | 8.902 | -2,7% | 90% | n.d. | Taiwan, Israele, Colombia, Corea del Sud, Argentina, Arabia Saudita, Turchia | 49.600 | 54.000 |
| DASA (D) | 10.290 | 12,20% | 33% | n.d. | Europa | 45.858 | 43.521 |
| Thomson CSF (F) | 8.400 | -11,6% | 57% | 70% | Europa | 48.800 | 46.500 |
| Finmeccanica (I) (aerospazio e difesa) | 3.900 | 0,50% | 60% | 65% | NATO | | |
| *dato precedente la fusione con Matra **stima | |||||||
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