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Nazionalismi dal fiato corto

Franco Praussello
Fonte: Il Secolo XIX - 28 febbraio 2006

Di fronte alla crisi scatenata dal comportamento del governo di Parigi che vuol sottrarre le imprese francesi del comparto del gas e dell’energia a una possibile OPA ostile da parte dell’ENEL, le risposte nazionali non bastano, ma le soluzioni europee per ora non si intravedono.

Le proposte per far fronte a questa situazione di grave difficoltà nei rapporti fra i due governi e di tensioni generalizzate nell’ambito dell’Unione sono state sinora sostanzialmente due. C’è chi invita il governo italiano a non cedere alla tentazione della rappresaglia, giocando la carta del liberismo a oltranza, e c’è chi invece chiede a gran voce non solo di contrastare le misure decise a Parigi con misure protezionistiche dello stesso segno, ma anche di far ricorso alla protezione generalizzata delle industrie nazionali, mediante i dazi. La pericolosità di questa seconda soluzione non ha bisogno di essere sottolineata. Se si desse retta a richieste così estreme, con l’introduzione dei dazi a livello nazionale, dopo che la competenza delle politica commerciale è stata trasferita al livello dell’Unione già dal 1968, si imboccherebbe una strada in discesa che porterebbe alla catastrofe. Ciò varrebbe per l’Italia, ma anche per l’Europa. Dopo i dazi nazionali, seguirebbe la richiesta di uscire dall’euro, con la reintroduzione della lira, un cambio con l’euro e con il dollaro a 4-6mila lire, l’esplosione del debito pubblico denominato in moneta nazionale e l’inevitabile finale in salsa argentina: il ripudio del debito stesso. Sul fronte europeo si assisterebbe probabilmente, con la dissoluzione del mercato unico, al ritorno della lotta commerciale di tutti contro tutti, come nell’Europa fra le due guerre. Nessuno osa pensare ai possibili contraccolpi politici di una catastrofe del genere, che è bene però non trascurare.

Ma anche la soluzione del liberismo assoluto solleva molti interrogativi. Si argomenta che tutto sommato il governo francese ci ha fatto un favore, mettendoci in condizione di seguire una politica di liberalizzazioni a trecentosessanta gradi, che dovrebbe produrre risultati analoghi a quelli ottenuti dalla Gran Bretagna, il paese campione del liberismo in Europa. Dal punto di vista strettamente economico la tesi è fondata. E’ sufficiente rammentare che in passato, per un periodo di circa dieci anni, tra il 1986 e il 1993-1996, l’Italia sopravanzò nelle classifiche del PIL la Gran Bretagna, ma che dopo di allora il paese della Thatcher e di Blair ci ha superato di un paio di lunghezze. Non solo oggi la ricchezza prodotta annualmente in quel paese è superiore in valore alla nostra, ma lo sono anche i suoi tassi di crescita. Da oltre un decennio la Gran Bretagna cresce a ritmi superiori ai nostri.

Se la strada e gli obiettivi dettati dal realismo economico sono chiari, non lo sono però le tappe intermedie. In particolare occorre fornire una risposta in tempi brevi alla ripresa del nazionalismo economico, che caratterizza questa fase della politica europea, dopo la bocciatura del progetto di Costituzione da parte dell’elettorato in Francia e nei Paesi Bassi. Messi di fronte agli sviluppi delle loro scelte precedenti in materia di integrazione, molti governi reagiscono arroccandosi nella difesa dei campioni nazionali. Questo vale non solo per il governo francese, ma anche per quello spagnolo e per le nostre autorità, che hanno perso il risiko bancario perché si sono ostinate a difendere un’italianità del sistema creditizio, dietro la quale si nascondevano corposi interessi su cui sta ancora indagando la magistratura. Il moltiplicarsi delle fusioni fra imprese appartenenti ai diversi paesi dell’Unione costituisce il logico sviluppo della creazione del mercato unico e della nascita della zona euro.

In questa tempesta, però, l’Europa latita, forse perché il nocchiero presidente della Commissione non ha abbastanza il senso della sua missione. Eppure una politica industriale a livello dell’Unione è possibile. Basterebbe sostituire al concetto dei campioni nazionali quello dei campioni europei, di cui oggi vi è un gran bisogno per affrontare la vera concorrenza: quella che riguarda i rapporti con gli USA e il Giappone e con le potenze emergenti della Cina e dell’India.

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