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Gli Stati Uniti d'Europa - La visione di Altiero Spinelli

Il ricordo di Altiero Spinelli, padre dell'Europa unita e fondatore del Movimento federalista europeo, a 25 anni dalla sua scomparsa.
20 maggio 2011 - Pier Virgilio Dastoli (Presidente del CIME)

Sono trascorsi 25 anni dalla morte di Altiero Spinelli, la mattina del 23 maggio 1986.

Altiero Spinelli al Parlamento europeo Era l’Italia di Cossiga al Quirinale, Craxi a Palazzo Chigi, Andreotti alla Farnesina, Natta a Botteghe Oscure e De Mita a Piazza del Gesù ed era l’Europa comunitaria a Dodici di Jacques Delors che, illudendosi di frenare la deriva verso il sottosviluppo, si era data l’obiettivo di una grande mercato entro il 31 dicembre 1992. A Washington regnava Ronald Reagan ed a Mosca Gorbaciov. Con l’eccezione rilevante del Capo dello Stato Napolitano, il mondo politico italiano ignora l’eredità culturale e politica di Spinelli, giovane comunista che potremmo definire gramsciano fino agli inizi degli anni ’30 poi libero pensatore seppure nella prigionia e nel confino fascista ed infine uomo politico puro della sola causa degli Stati Uniti d’Europa. Un paio di volte Spinelli è arrivato sulla soglia della stanza dei bottoni, prima in Italia quando Andreotti aveva pensato a lui come ministro degli Esteri in un governo sostenuto esternamente dal PCI e poi in Europa nel 1984 quando si illuse di poter presiedere l’Assemblea di Strasburgo ma fu sconfitto dall’ordine perentorio della signora Thatcher ai suoi deputati conservatori di votare il DC francese Pflimlin.

Al contrario di molti federalisti che si sono ispirati al fumoso pensiero di Proudhon o che sognano di uno Stato hegeliano europeo, Spinelli era un visionario pragmatico e concepiva l’evoluzione dell’integrazione europea verso gli Stati Uniti d’Europa come un sistema di poteri limitati ma reali fondato su una vera democrazia europea in contrapposizione a Monnet che sognava una burocrazia europea capace di prevalere sui governi nazionali.

Da membro della Commissione europea (1970-1976), Spinelli aveva lavorato con tenacia e successo per costruire quella politica della società europea immaginata da Willy Brandt agli inizi degli anni ’70: ricerca, cultura, ambiente, innovazione, industria dotandola anche di risorse finanziarie adeguate. Di Spinelli deputato europeo è la prima proposta di Eurobonds rilanciata dieci anni dopo da Delors e venti anni dopo da Tremonti. Da deputato europeo (1976-1986), Spinelli ha aperto il cantiere delle riforme europee che ci hanno portato dal “suo” progetto del 1984 al Trattato di Lisbona del 2009.

Come ha ricordato Delors, molte delle riforme proposte da Spinelli nel 1984 sono state gradualmente inserite nei trattati: il principio di sussidiarietà, la ripartizione delle competenze fra Stati ed Unione, la cittadinanza europea, la pari dignità fra Parlamento e Consiglio, la Carta dei diritti fondamentali, la personalità giuridica dell’Unione, la sospensione di un paese che viola valori e principi comuni…. Di Spinelli non è stato accettato invece il principio secondo cui la costruzione di un’Europa democratica può essere realizzata solo con un metodo democratico e cioè affidando ad un’assemblea di eletti dai cittadini il compito di elaborare la Legge Fondamentale dell’Unione sottoponendola poi ad un referendum pan-europeo e non alla somma di ratifiche nazionali. Il Trattato di Lisbona è figlio di una parte della storia dell’Europa e del mondo che appartiene al passato, concepito, elaborato e firmato fra il 2002 ed il 2007 ed appare già obsoleto di fronte alle sfide della globalizzazione, del mutamento della governance mondiale che è passata dal G8 al G20, dei fenomeni dell’immigrazione e del cambiamento climatico, della rarefazione dei beni comuni ed infine della primavera araba.

Rilanciare oggi l’eredità culturale e politica di Spinelli significa rilanciare il suo progetto di una politica per la società europea fatta di capacità di governo di beni comuni, di mezzi finanziari per garantirli in una dimensione continentale, di strumenti politici ed istituzionali per le relazioni internazionali a cominciare dal mondo arabo che si rivolta. Ma significa anche rinunciare al metodo inefficace degli accordi fra apparenti sovranità nazionale e rifondare l’Europa politica nella sua dimensione sovranazionale

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