Genova

Le nuove immagini su Piazza Alimonda

Le immagini agli atti del procedimento raccontano una storia diversa da quella a cui volle credere chi archiviò
19 luglio 2006
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

Le domande inquietanti cominciano dai primi fotogrammi del filmato preparato da Giuliano Giuliani con materiali agli atti del procedimento archiviato. Le foto e il testo mostrano la mattanza e l’euforia di agenti e carabinieri spesso travisati, quasi sempre con armi improprie brandite. Fin dalle 9 del 20 luglio, nel comando cc di Forte S. Giuliano, dove funzionò una sala operativa parallela, c’erano in visita il vicepremier Fini e un suo deputato, ex maresciallo, con l’ossessione per i centri sociali.
Mezz’ora prima degli scontri, piazza Alimonda vuota ce la mostra una telecamera fissata sul casco di un carabiniere “nero”. E’ della Ccir, compagnia di contenimento e intervento risolutivo. E’ costituita apposta per Genova e la comandano veterani delle missioni di guerra. C’è un solo manifestante che viene pestato e trascinato come un trofeo. La telecamera sulla testa del militare ha dei sussulti impressionanti.

Si vede arrivare la jeep di Truglio, il comandante della Ccir. Nei fotogrammi non c’è alcuna traccia delle centinaia di manifestanti minacciosi. I carabinieri da via Caffa attaccano il corteo ma devono ripiegare. 70 militari super-armati “inseguiti” da una trentina di manifestanti. C’è un vicequestore, Lauro, che si esibisce nel lancio di sassi. Sassi ed estintori non mancano in mano ai carabinieri o in terra. Ci sono le due jeep, i defender, che pasticciano ma non sono isolate. Una, quella di Truglio va via. Sull’altra, apparentemente bloccata da un cassonetto, arriva un estintore, raccolto da un ragazzino col casco giallo. Rimbalza tra il tettuccio e la ruota di scorta.

Una mano di carabiniere mette il colpo in canna.

Carlo la vede, ha la testa che guarda la jeep, si china mentre le mani cercano quell’estintore.

Carlo cercava di disarmare quella mano.

La foto di Marco D’Auria rende ragione della distanza reale, almeno quattro metri, tra il ventitreenne e pistola puntata ad altezza d’uomo. Il primo sparo. Il cittadino genovese che fotografa da un terrazzo in fondo alla piazza ha un sussulto. Sarà l’unica foto a venirgli mossa. Ma Truglio, a due passi, dice di non aver sentito la botta. Come lui il carabiniere che guidava il defender di Placanica. Un display conta i secondi che ci mette la jeep per schiacciare Carlo in retromarcia e filarsela per Via Caffa semi sgombra. Sei secondi. Il fiotto di sangue dice che Carlo era ancora vivo.

Perché hanno archiviato? Come è stato possibile? Sono state alterate distanze, tempi e traiettorie, sostiene il papà di Carlo. Ma poi ci sono anche altri misteri: i fori d’entrata e di uscita non sono compatibili con l’arma in dotazione. Nei frame del video rispunta con evidenza la presenza di un altro uomo. Il terzo uomo.

Una pioggia di lacrimogeni cade intorno a Carlo che agonizza. Poliziotti e carabinieri lo circondano. Qualcuno, in divisa, lo prende a calci. Un suo collega lo colpisce con un sasso che, nelle foto, passa da una parte all’altra della testa di Carlo. Un poliziotto e un carabiniere se le danno di santa ragione a pochi metri. Tutto sotto gli occhi di Cappello che non dice nulla al militare che traffica intorno al corpo e lo tocca. Arrivano Toni Capuozzo con una troupe di Mediaset e il vice di Feltri a Libero. Solo ora il vice questore Lauro, quello che aveva ordinato la prima carica senza ragione in Via Tolemaide, recita la sua scena madre fingendo di inseguire qualcuno, e ce n’erano, che gli urlava «Assassini!». «Sei stato tu col tuo sasso!», grida il funzionario a uso e consumo di una versione ufficiale fallita ma non meno paradossale e atroce dell’archiviazione.

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