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Le radici di Genova

15 dicembre 2004 - Vittorio Agnoletto
Fonte: Il Manifesto

La decisione presa lunedì dal tribunale di Genova è solo un primo passo verso la ricostruzione della verità degli eventi della notte del 21 luglio 2001 alla scuola Armando Diaz. Una verità subito inseguita dal movimento e documentata con coraggio da decine di giornalisti e media attivisti che con la forza delle immagini distrussero in pochi minuti le veline di regime diffuse dal governo e dalla forze dell'ordine. Una verità alla quale si è giunti grazie a una incessante mobilitazione del movimento e di tanta parte della pubblica opinione democratica che non era e non è disposta ad archiviare una delle pagine peggiori della storia del nostro dopoguerra. Ma anche grazie a una magistratura che, per ora, può ancora preservare la propria autonomia dal potere esecutivo e che non si è fermata di fronte alle immense difficoltà, politiche e investigative, che pure le sono state opposte in questi tre anni. Daltra parte non ci si poteva certo aspettare nulla di diverso da un capo della polizia, il dottor De Gennaro, che in unambigua lettera aperta al Secolo XIX del dicembre 2002 rivendicava il corretto comportamento delle forze dell'ordine e poneva la sua persona a scudo difensivo degli indagati, dichiarandosi pronto ad assumersi direttamente ogni responsabilità. Un gesto che denotava l'intoccabilità dell'uomo - nominato dal precedente esecutivo di centrosinistra - che nel tempo ha resistito al suo posto mentre cambiavano governi e ministri.

Il processo per i fatti della Diaz, così come quello per le violenze di Bolzaneto, non condurranno, purtroppo, alla riapertura del processo per la morte di Carlo Giuliani, la cui vergognosa archiviazione ha impedito di far emergere tutta la verita; ma potranno comunque rappresentare un'opportunità per ricostruire non solo i fatti perseguibili penalmente, ma la stessa catena di comando di quei giorni, ovvero per chiamare a rispondere davanti ai giudici coloro che ricoprivano i ruoli apicali sul piano politico e nella gestione dell'ordine pubblico: De Gennaro, l'ex ministro degli interni Scajola e l'allora vice premier Gianfranco Fini, dal quale attendiamo ancora di sapere per quale motivo in quei giorni si trovasse nella centrale operativa dei Cc di Genova.

D'altra parte il governo non si è fatto certo scrupolo di nascondere le proprie responsabilità, anzi ha dispensato ampi riconoscimenti a coloro che meglio lo avevano servito in quelle giornate, promuovendoli ai vertici dei servizi segreti e della polizia.

I funzionari rinviati a giudizio devono essere sospesi dal servizio in attesa del verdetto. In uno stato di diritto è inammissibile che a garantire il rispetto della legge sia chiamato chi è accusato di aver costruito prove false e di aver massacrato decine di giovani inermi colti nel sonno.

Genova continua a rappresentare un punto di riferimento politico ineludibile: lì hanno guardato milioni di persone di tutto il mondo, da ogni continente, scorgendo una speranza concreta di poter arrestare quella che sembrava una marcia inarrestabile del neoliberismo. «Noi 6 miliardi, voi G8» : a Genova le ingiustizie del mondo sono emerse in tutta la loro gravità, lì abbiamo riconosciuto gli interessi comuni tra il giovane precario dell'emisfero nord-occidentale, il campesino brasiliano, la donna sieropositiva sudafricana e la famiglia indiana che si oppone alla scomparsa del proprio villaggio sotto la acque di una diga appaltata a una multinazionale.

Genova non è passata, irrompe oggi sulla scena della politica domestica e internazionale per ricordarci che quelle ragioni non possono essere dimenticate perché sono le radici stesse della nostra storia recente, della nostra esistenza.

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