Quella maledetta terra boliviana
Le comunità indios Quechua hanno eretto blocchi stradali contro l'impegno disatteso da parte del governo riguardo la costruzione di infrastrutture in quella zona: ponti e strade come opere strategiche alla necessaria pacificazione di una regione teatro di scontri per il possesso della terra. Al momento il blocco ha tagliato le comunicazioni fra Potosì, Tarija e Sucre. A questa delicata situazione va ad aggiungersi o, meglio, a sovrapporsi lo scontro politico tra Jorge Quiroga ed Evo Morales: entrambi candidati alle presidenziali, il primo è leader del partito di destra Podemos mentre il secondo è capo del Movimiento al Socialismo (MAS) e appoggiato da quasi tutti i movimenti popolari boliviani. Evo Morales - indio aymara ed anche per questo temuto dalle forze politiche conservatrici («Non si deve permettere che un indio vinca le elezioni», ha professato Jorge Quiroga) - nel recente passato è stato oggetto di pesanti accuse, non ultima quella di essere un "narcotrafficante" per il suo impegno in difesa dei cocaleros. La forza politica di Morales, nata come spontanea reazione dei movimenti indigeni e contadini al predominio dei mercati e alle privatizzazioni di acqua e gas, ha da sempre sostenuto le lotte sociali dei coltivatori di coca (i cocaleros appunto) contro i piani di eradicazione totale della pianta. Al lettore chiedo la cortesia di evitare i facili tranelli e le poco intelligenti uguaglianze. Primo: la coca è un arbusto (Erytroxylon Coca) e non è sinonimo di droga. Secondo: la foglia di coca - mi ripeto: non è droga - è il simbolo delle comunità contadine boliviane e viene storicamente masticata senza provacare alcun effetto allucinogeno. Il cloridrato di cocaina (questa, sì, una droga) può essere ricavato solo da una considerevole quantità di foglie: a questo servono le piantagioni clandestine di coca su larga scala dei narcotrafficanti, non certo coincidenti con i campi da 50 metri quadrati dei cocaleros. Terzo: i cocaleros hanno sempre richiesto al governo la legalizzazione della coltura di coca per l'uso in bevande, alimenti, farmaci e prodotti di bellezza tanto cari alla nostra società piena di brutture. Cosa un po' diversa dall'uguaglianza contadini-uguale-narcotrafficanti, cavalcata dagli stolti sulla base della legge boliviana del 1988: una uguaglianza che significa 200 cocaleros uccisi e 1.500 feriti durante manifestazioni di protesta. La guerra contro le droghe, voluta da quel paese con il vizietto dell'invasione in tutte le forme, in quasi vent'anni ha prodotto la crescita del narcotraffico ed un giro d'affari che coinvolge spesso (parlano le cronache) governi e banche internazionali quali punti di riferimento per il riciclaggio di danaro sporco, quando non per il finanzimento: la riedizione del tanto caro proibizionismo anni '20 che alimentò il commercio di bevande alcoliche da parte della Mafia esportata. Nel reportage di Danilo de Marco per Carta si legge un'evocativa citazione di Basilio, cocalero: «[...] Mi domando perchè invece di venire qui a sradicare la coca che esiste da millenni i nordamericani non si sradicano le loro narici? Sono loro che hanno bisogno della cocaina». Ben inteso, la lotta al narcotraffico è sacrosanta quanto necessaria. Gli scontri armati nelle zone calde dell'America Latina tra gruppi paramilitari governativi e forze armate divise per sigla ma unite dal sangue, indicano una contesa tra i narcos delle grandi e clandestine coltivazioni di coca. Le piantagioni in mano ai narcotrafficanti, il vero problema. La lotta arbitraria ai cocaleros boliviani (fatta di pallottole negli arti come in fronte, pestaggi e abusi sessuali) non può che essere il velo necessario ad alimentare un odioso traffico che fa gola a molti.
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