Latina

Il Messico al voto, tra accuse e veleni

Oggi alle urne il paese nord-americano. Favorito il candidato di sinistra Lopez Obrador. La destra già grida alla frode preventiva
2 luglio 2006
Roberto Zanini
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Il personaggio Paco dice al poliziotto Celso: «Bisogna votare per il presidente dei posti di lavoro». Celso annuisce. Titoli di coda. Con lo slogan del candidato della destra Felipe Calderon, la telenovela più popolare del paese entra nella campagna elettorale. Benvenuti in Messico, oggi si vota e prende posizione anche «La fea mas bella» («La bella bruttina», più o meno), la soap opera con il più alto indice d'ascolto del paese. Mica è un caso. Le televisioni messicane hanno appena finito di guadagnare circa duecento milioni di dollari in spot elettorali, in ottima parte versati dalla destra. E il principale canale del paese, Televisa, decide che il gioco vale la candela: spot infrattati anche nelle telenovelas, avanti che c'è posto, qualsiasi cosa purché la sinistra non vinca.
Invece sta per vincere. Dopo tre quarti di secolo un governo di izquierda sta per sistemarsi proprio al confine con gli Stati uniti, ultimo di una serie di sinistre latinoamericane che si sono inventate di tutto per invertire il corso della storia: militari di sinistra, indigeni socialisti, peronisti dal volto umano, sindacalisti di lunga durata. Chavez, Morales, Kirchner, Lula. Confidando nella provvidenziale disattenzione di Washington, tanto protesa a combattere il lontano nemico arabo da scordarsi per un attimo il suo vecchio cortile di casa. Una disattenzione fatale. «Povero Messico, così lontano da dio e così vicino agli Stati uniti», disse nel XIX secolo il dittatore messicano Porfirio Diaz. E adesso poveri Stati uniti, così vicini al Messico.
Andres Manuel Lopez Obrador è l'uomo chiamato a fare il miracolo. Lo chiamano el peje, il pesce, e del resto anche Lula vuol dire calamaro, si vede che il soprannome ittico porta bene. Lopez Obrador viene da uno stato che si chiama come una salsa e nelle acque di quello stato - il Tabasco - vive una bruttissima creatura metà pesce e metà anfibio che si chiama peje lagarto, pesce coccodrillo, da cui il nome. Gli danno il 38%. Guida una coalizione che comprende il Prd (Partito della rivoluzione democratica), il Pt (partito del lavoro) e Convergencia (un cartello di centrosinistra). Si dice di sinistra, ma con giudizio. Ed è è veramente facile, in Messico, essere a sinistra del Pan, il Partito di azione nazionale. Il suo candidato è Felipe Calderon, che invece chiamano Calderron con riferimento al ron, denominazione spagnola del rum. È accreditato del 33%.
Soprannomi a parte, questa è una vera elezione, cosa rara in Messico. Incerta, con sbocchi politici differenti, con acrimonia gli uni verso gli altri. Comunque vada ne uscirà un paese diviso. Il presidente uscente, Vicente Fox del Pan (destra), era quello del cambio. Avrebbe dovuto imprimere al paese la decisiva svolta liberista e di mercato, ma ha fallito su tutta la linea. Doveva privatizzare il petrolio, nazionalizzato dal generale di sinistra Cardenas negli anni '50: non ce l'ha fatta. Doveva varare la riforma fiscale: niente da fare. Doveva varare la riforma elettorale: zero. Doveva fare la riforma del mercato del lavoro: meno di zero, nel senso che i lavoratori messicani sono messi come prima e gli emigranti sono aumentati a dismisura. Doveva essere il miglior amico degli Stati uniti: ci sono le truppe anti-immigrati alla frontiera. Doveva innestare nel Messico la trasparenza dell'impresa: i figli di sua moglie Martha, suo cognato Diego Ildebrando e un bel po' di amici - compreso il presidente della grande banca Banamex - sono i più grandi evasori fiscali del paese, roba da migliaia di milioni di dollari. Nel 2000 Fox battè il candidato del Partito rivoluzionario istituzionale Labastida mettendo fine a 72 anni ininterrotti di potere - record mondiale. Doveva essere la svolta purificatrice, la virata liberista. È stata un'incazzatura collettiva lunga sei anni.
La principale partita della destra si chiama Pemex, Petroleos mexicanos. Il candidato della destra mercantile Felipe Calderon vuole privatizzare l'azienda petrolifera pubblica, quello di sinistra Lopez Obrador no. Il Messico produce petrolio, tanto e buono, che viene venduto a 58 dollari al barile. Ma come spesso accade quando comanda il mercato, importa benzina (si indovini da quale vicino paese anglofono). Era solo una stravaganza, una delle tante, ma da quando Chavez domina il petrolio del Venezuela e Evo Morales il gas della Bolivia, gli idrocarburi sono diventati questione di stato. Un'altra stravaganza è che il Messico dal 2008 dovrà importare fagioli e mais dagli Stati uniti, dove questi prodotti sono assistiti dallo stato e costano meno. Come se l'Italia importasse mozzarella esentasse dall'Austria. La destra è per l'applicazione dei trattati commerciali e il via libera ai prodotti nordamericani, la sinistra è per difendere tre milioni e mezzo di famiglie campesine povere.
In ogni modo i registri elettorali sono pronti. Oddìo, pronti... . Il presidente dell'Istituto federale elettorale ammette che ci sono un milione di morti tra gli elettori registrati, ma che ciò non danneggerà il voto. In fondo siamo in Messico, il paese di Juan Rulfo e del suo Pedro Paramo. Il capolavoro della letteratura messicana narra appunto di un paese fatto di morti. Magari non è un caso.
Le sudicerie elettorali si sprecano. Nell'ultima notte un hacker ha preso possesso del sito ufficiale di Lopez Obrador, trasmettendo una finta chiamata alla resistencia. Balle, naturalmente, ma tutto fa brodo. Giorni prima la polizia era andata a far visita a un amministratore locale in carcere per malversazione, chiedendogli di «rivelare» che Lopez Obrador era il nome dietro alle sue tangenti. Ha ricevuto un vaffa, ma un telegiornale era già pronto a dare la «notizia». E un certo numero di governatori statali del Pri e del Pan, avversari di Lopez Obrador, sarebbero pronti a un putsch televisivo: alle otto di sera, quando la legge permette di mandare in onda il primo exit poll, si congratuleranno in massa con il suo avversario Calderon. Il piano è questo, chissà se sarà possibile.
Altre frodi sono dietro l'angolo. Il nuovo confine è il telefono cellulare con macchina fotografica incorporata, ultimo traguardo della tecnologizzazione di massa. Chi vuole comprare voti offre 1.000 pesos per una foto della scheda elettorale segnata come si deve. Chi vuole sventare imbrogli si prepara a fotografare i risultati quando verranno affissi ai seggi, e metterli immediatamente su internet. L'idea è venuta allo stratega di Lopez Obrador, Manuel Camacho Solis. Se diventa una cosa di massa, potrebbe essere la prima elezione a controllo pubblico telematico.
Ultima annotazione, il subcomandante Marcos, da sempre molto critico contro la moderazione di Lopez Obrador. Al termine di una lunga riunione, gli zapatisti hanno deciso che non chiederanno esplicitamente ai loro sostenitori di astenersi, ma marceranno domenica mattina fino al Zocalo, la grande piazza dove in Messico tutto succede. Hanno scelto il giorno delle elezioni che è una specie di giorno sacro, c'è la ley seca cioè non si vendono alcolici, polizia ed esercito stanno all'erta, i nervi sono tesi. Non sarà facile perturbare la quiete elettorale, ma Marcos è abituato alle scommesse. Anche quando rischia di perderle.

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