Latina

Dopo lo scippo elettorale, nuova manifestazione a Città del Messico

Lopez Obrador: è l'ora della resistenza passiva

16 luglio 2006
Gianni Proiettis
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

A due settimane dalle elezioni del 2 luglio, i messicani non sanno ancora chi sarà il prossimo presidente. Dopo una campagna durata sei mesi e costata centinaia di milioni di dollari, con una guerra suciain cui la destra, aiutata da esperti spagnoli e statunitensi, ha lanciato solo messaggi d'odio, dopo aver visto il presidente Fox trasgredire tutte le regole dell'imparzialità, non c'è ancora un «presidente eletto» che guiderà il paese per i prossimi sei anni. Solo un «virtuale vincitore»: il delfino di Fox, Felipe Calderón, che avrebbe ottenuto un misero 0.58% in più del candidato della sinistra Andrés Manuel Lopez Obrador.
Il condizionale è d'obbligo, perché sui 240mila voti in più di Calderón pesano gravi dubbi. Il Partido de la Revolución Democrática, di centro-sinistra, ha convocato per oggi una manifestazione allo Zocalo di Città del Messico. Ormai sarà il Trife, il supremo tribunale elettorale, a decidere entro il 6 settembre chi ha realmente conquistato la presidenza.
Il Messico sta vivendo in queste ore la più grave convulsione sociale dal 1988 ad oggi. Allora, il Partido Revolucionario Institucional, forte della sua condizione di partito-stato, riuscì a deviare la storia nazionale portandola sul binario morto della continuità. Per perpetuarsi, il Pri scelse la via della frode elettorale. Non che l'avesse disdegnata in precedenza, anzi. Decenni di elezioni vinte a carro completogli avevano fatto disegnare una complessa utensileria: la urna embarazada, l'urna già piena di schede prima della votazione; il rasuramiento del padrón, la misteriosa scomparsa di votanti dalle liste elettorali; il ratón loco, la corsa disperata degli elettori in cerca di un seggio introvabile; la compra de votos, a volte con viveri o regali, spesso in contanti. Ma quella volta l'ingegner Cuauhtemoc Cárdenas, candidato dell'opposizione di centro-sinistra, andava forte. Bisognava escogitare qualcosa di grande e nuovo. Si ricorse allora alla storica caída del sistema, un improvviso blackout che sospese il computo elettronico delle preferenze. Mentre prima dell'interruzione il conteggio favoriva Cárdenas, quando si riallacciarono i collegamenti Carlos Salinas de Gortari era ormai in testa e fu dichiarato vincitore. Anche allora, di fronte all'evidenza di brogli, Cardenas chiese un nuovo spoglio delle schede. Ma il Pan si associò al Pri, disponendone invece l'incinerazione in nome della «pacificazione nazionale».
Quella mossa servì comunque al Pari a mantenere la presidenza per i successivi 12 anni. Nel 1994 non ci fu neanche bisogno di mettere le mani nelle urne. Bastò il voto del miedo, il voto della paura, imperniato sull'insurrezione zapatista di gennaio e sull'omicidio di Donaldo Colosio, il candidato del Pri assassinato in marzo a Tijuana, che provocò un prevedibile «effetto simpatia». Quella di Ernesto Zedillo, un grigio burocrate educato alla scuola neoliberale, fu l'ultima presidenza (1994-2000) del Partido Revolucionario Institucional. Poi, nel 2000, arrivò Vicente Fox, rappresentante della destra bigotta e ultraliberista, che era più simpatico a Washington degli impresentabili dinosauri priisti.
Nell'elezione del 2 luglio scorso hanno prevalso nuovamente gli interessi dell'onnipotente vicino, preoccupato dalla presenza di un «pericoloso populista» nella sua backyarddi sempre. L'amministrazione Bush non ha lesinato aiuti alla candidatura di Felipe Calderón, espressione dell'estrema destra cattolica e degli imprenditori-finanzieri tanto ammirati dagli strateghi neoliberali. Non è un caso che Bush, che ha aiutato la campagna di Calderón con l'invio di consiglieri, sia stato il primo a felicitarsi con il nuovo «presidente».
Quello che appare più grave - e meno previsto - sono le congratulazioni dell'Unione europea e dello spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero, che rappresentano una presa di posizione prematura in un processo ancora in corso. Fortunatamente, la posizione del governo italiano è più cauta. Fonti istituzionali hanno dichiarato a il manifestoche il governo Prodi ha deciso di «rispettare le norme che regolano i procedimenti elettorali messicani e prevedono che sia il supremo tribunale elettorale ad avere l'ultima parola».
Le «irregolarità» elettorali, commesse prima, durante e dopo la giornata del 2 luglio, continuano ad affiorare come cadaveri mal zavorrati. Una campagna di odio senza precedenti, che dipingeva Lopez Obrador come «un pericolo per il Messico» ha bombardato i telespettatori con migliaia di spot pagati dai contribuenti.
Domenica 2 luglio, la parte più sofferente della società messicana sperava di voltare pagina recandosi alle urne. Li aspettava più di una brutta sorpresa. Migliaia di elettori che non hanno potuto votare per mancanza di schede o per un'inspiegabile cancellazione dalle liste, milioni di voti spariti e poi improvvisamente ricomparsi - ma non tutti - proprio negli stati con una forte preferenza per Amlo. La cosa incredibile è che il softwareper il conteggio dei voti era stato installato da una compagnia informatica di proprietà del cognato di Felipe Calderón, Diego Zavala, un imprenditore arrichitosi smodatamente all'ombra del foxismo. Poi l'ultima, impressionante rivelazione. Il Pri ha «venduto» milioni di suoi voti al Pan grazie alla mediazione della potentissima Elba Esther Gordillo, l'eterna dirigente sindacale soprannominata «la maestra assassina», e alla complicità di vari governatori.
Andrés Manuel Lopez Obrador ha riempito lo Zocalo per due domeniche consecutive, contestando l'intero processo elettorale e chiamando alla resistenza civile pacifica e di massa. Se Washington - e Enron, Halliburton, Walmart e la spagnola Repsol - pensavano di aver fatto un buon affare, avranno tempo per ricredersi. Intanto, la festa in borsa è rovinata. O quanto meno rimandata. Con un'elezione che puzza di scippo sarà difficile convincere i messicani a inghiottire quest'ultimo rospo.

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