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In Argentina ci sono decine di conflitti ambientali in corso, tra questi quelli per scongiurare l'estrazione mineraria a cielo aperto di oro e rame. Come in quasi tutta l'America Latina, la costruzione delle miniere per ricavarne royalties e profitti è ormai divenuta una pericolosa consuetudine da perseguire a qualsiasi costo.

Lo sanno bene, per averlo sperimentato sulla propria pelle in questo fine settimana, i cittadini di Tinogasta, città della provincia di Catamarca, Argentina nord-orientale. Da giorni ambientalisti, movimenti e semplici abitanti della città, riuniti nella Asamblea Ciudadana, avevano dato vita a dei cortes de ruta per fermare i camion carichi di esplosivo e materiali tossici diretti alla miniera Bajo la Alumbrera su indicazione della ben nota multinazionale canadese Barrick Gold. Nonostante l'ordine di sospensione immediata dei blocchi stradali, la gente non si è fatta intimidire ed è rimasta in piazza, respingendo per quanto possibile anche l'attacco violento della polizia, che ha utilizzato lacrimogeni e pallottole di gomma. La miniera Bajo la Alumbrera è ritenuta necessaria dalle istituzioni della provincia per l'estrazione di oro e rame, ma la scusa per giustificare l'attacco immotivato verso i manifestanti è davvero poco credibile: la polizia avrebbe agito per tutelare l'incolumità della stessa popolazione poiché i camion trasportavano esplosivi. I fatti di Tinogasta hanno superato velocemente la dimensione provinciale per assumere un carattere nazionale: in molti si sono chiesti il motivo del silenzio da parte della presidenta Cristina Fernandez Kirchner. La gobernadora della provincia, Lucía Corpacci, appartiene al Frente para la Victoria, la coalizione kirchnerista e, quanto a politiche ambientali, la stessa Cristina da tempo ha fatto capire da che parte sta, ostacolando in ogni modo anche la legge volta alla tutela dei ghiacciai. L'intervento dei militari, che nei giorni scorsi avevano provveduto all'arresto preventivo di ventisei attivisti legati al movimento anti-miniera, non è servito a fermare la mobilitazione. Da oggi è ripresa la protesta, seppur limitata ad un corte informativo, con la distribuzione di volantini che spiegano i motivi dell'opposizione alla miniera.

Tinogasta non è, purtroppo, l'unica città dell'Argentina dove si vuole imporre una miniera a cielo aperto. Famatina e Chilecito sono due paesi situati nella provincia di La Rioja, nord-ovest del paese. Anche in questo caso le Asembleas Ciudadanas por la Vida lottano contro una multinazionale canadese, la Osisko Mining Corp, ed il governatore della provincia Louis Beder Herrera (di nuovo legato al kirchnerista Frente para la Victoria): a loro non importa niente né dell'inquinamento ambientale né degli effetti negativi sulla vita della popolazione. Se a Tinogasta è giunta la polizia in assetto antisommossa, qui la repressione viaggia su binari più sottili che sono stati smascherati casualmente. Un dirigente della Osisko Mining Corp ha dimenticato in un'osteria un'agenda che conteneva una vera e propria lista nera in cui erano elencati i nomi degli oppositori alla miniera. Per ognuno di loro figuravano nome e cognome, la professione ed il livello di partecipazione alle iniziative per scongiurare la costruzione della miniera a cielo aperto nel cerro Fátima. Non solo: ad ogni attivista corrispondeva un determinato grado di aggressività in occasione delle proteste di piazza e, per alcuni di loro, si ipotizzava un risarcimento economico (leggi corruzione) nel tentativo di ammorbidirli e portarli tra i sostenitori della causa mineraria. Gustavo Zullieger, il dirigente smemorato, si è subito giustificato garantendo che non si trattava di una lista di proscrizione, bensì di una semplice annotazione su quali fossero gli attori sociali in gioco per avviare con loro un negoziato. La scusa di Zullieger è talmente incredibile da fare il paio con quella escogitata a Tinogasta, secondo la quale la polizia sarebbe intervenuta per tutelare l'incolumità dei manifestanti.

A 35 anni dalla dittatura militare la pratica di schedare le persone è ripresa, ma stavolta non per volere dei generali golpisti, ma su indicazione di uomini d'affari in giacca e cravatta pronti a tutto pur di fare affari e strappare contratti vantaggiosi senza guardare in faccia a nessuno. 

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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