Argentina: repressione alla salvadoregna

In patria Patricia Bullrich è nota per attuare metodi repressivi. Lo ha dimostrato sia all’epoca del macrismo, a partire dall’operazione di polizia diretta contro i mapuche che provocò la morte dell’attivista Santiago Maldonado sia l’ondata di arresti che, in questi primi mesi di governo Milei, ha falcidiato i movimenti sociali scesi in piazza per protestare, tra le altre cose, contro lo smantellamento dello stato di diritto, i licenziamenti dei lavoratori, le provocazioni contro le famiglie dei desaparecidos, i tagli alla cultura, alla scuola e alla sanità pubblica promessi da uno dei peggiori presidenti della storia argentina.
Sono proprio le organizzazioni popolari ad essere finite nel mirino di Bullrich, e Milei, e dello stesso Bukele, che investe gran parte dei fondi del proprio stato per la costruzione di nuovi penitenziari e mantiene un infinito stato d’assedio ufficialmente per debellare le pandillas, ma anche, e soprattutto, per impedire qualsiasi forma di dissenso.
Lotta alla criminalità e al narcoterrorismo sono, dunque, le argomentazioni ufficiali che hanno spinto Bukele e Bullrich ad incontrarsi. Con l’omologo alla sicurezza salvadoregno, Gustavo Villatoro, Bullrich ha firmato un accordo congiunto che prevede la creazione di un Laboratorio de Seguridad Pública rivolto a prevenire la delinquenza organizzata, ma l’agenda della ministra è stata caratterizzata anche da una visita al Centro de Confinamiento del Terrorismo – Cecot (che ospita circa 40mila detenuti, principalmente pandilleros) e al quartier generale della Policía Nacional Civil.
Dopo essersi congratulata con Bukele per “aver restituito la pace ai salvadoregni”, il cui paese era, ed è (nonostante la repressione bukelista) noto per l’alto tasso di violenza e per una crescente insicurezza, Bullrich era desiderosa di visitare le carceri fatte costruire da Bukele e l’ Academia Nacional de Seguridad Pública, dove si formano gli agenti della Policía Nacional Civil.
La costruzione di penitenziari come il Cecot sono un’idea che stuzzica molto anche Milei, non a caso tra i primi a felicitarsi con Bukele per il nuovo insediamento. Durante la permanenza in El Salvador, Bullrich ha parlato più volte del cosiddetto “modello Bukele”, il cui piano di sicurezza, di recente, ha previsto il trasferimento di altri duemila pandilleros provenienti da altri penitenziari all’interno del Cecot di Tecoluca, una vera e propria città carcere.
Non si è trattato dell’unica novità del nuovo mandato bukelista. Sempre allo scopo di debellare le pandillas, nel municipio di San Salvador Oeste, distretto di Apopa, oltre duemila soldati e un migliaio di poliziotti hanno costretto gli abitanti del territorio a vivere in un perenne stato d’assedio. La pandilla 18 dovrebbe esser stata azzerata, ma ad un prezzo altissimo, tanto da sollevare le proteste delle associazioni per i diritti umani che hanno evidenziato come la sicurezza non si garantisca soltanto con le armi in pugno e inviando l’esercito, ma tramite politiche di impiego, istruzione, lavoro e salute.
All’epoca del primo mandato bukelista, nel luglio 2022, la polizia salvadoregna aveva fatto irruzione in casa di un diciassettenne di ritorno da una giornata di lavoro come cameriere in un ristorante. Incarcerato per venti mesi e minacciato di morte, il ragazzo è stato più volte derubato e tenuto più volte senza mangiare. Liberato lo scorso febbraio poiché nessuna prova testimoniava la sua appartenenza alle pandillas, ha raccontato al quotidiano salvadoregno El Faro le sue vicissitudini, frutto di un’applicazione del tutto distorta dello stato d’assedio. Pochi giorni dopo la sua liberazione, il ministro della Sicurezza e della Giustizia Villatoro, che ha accolto la sua omologa argentina Bullrich con tutti gli onori, senza scusarsi minimamente con il ragazzo per la detenzione del tutto ingiustificata, ha indetto una conferenza stampa per sbandierare l’arresto, dal marzo 2022, di 1.194 minori che saranno condannati a pene detentive intorno ai 20 anni.
Dall’asse Bullrich-Bukele può nascere una repressione ancora più dura. In El Salvador, purtroppo, sono abituati. L’Argentina è avvisata.
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