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Presidenziali Brasile: le destre scommettono su Marina Silva per sconfiggere il lulismo

Nonostante le tante contraddizioni del governo, crescono gli appelli per il voto a Dilma Rousseff
24 settembre 2014 - David Lifodi

internet A pochi giorni dal 5 ottobre, la giornata del primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane incentrate sulla sfida tra l’attuale presidenta Dilma Rousseff e Marina Silva, è certo che sarà l’elettorato femminile e nero a decidere chi siederà per i prossimi anni al Planalto.

Il dato, evidenziato da uno studio dell’Instituto Patricia Galvão, che si occupa del monitoraggio della stampa sulle questioni di genere e di razza, evidenzia che le elettrici alle urne saranno sei milioni in più dei colleghi uomini. Non è l’unico aspetto significativo che emerge da questa analisi: per la prima volta dal 1989, l’anno in cui in Brasile cominciarono a tenersi le elezioni dirette del presidente dopo il ventennio della dittatura militare (1964-1985), i neri rappresentano il 55% dell’elettorato totale. Tuttavia, tra Marina e Dilma, ancora in molti non hanno deciso chi scegliere, mentre appare assai distaccato Aécio Neves: al candidato del Partido da Social Democracia Brasileira (Psdb), la destra e l’oligarchia latifondista sembrano aver preferito Marina Silva, ritenuta in grado di poter sparigliare le carte. La ex leader dei seringueiros insieme a Chico Mendes, che avrebbe dovuto essere la vicepresidente di Eduardo Campos, è divenuta la candidata al Planato più pericolosa per la Rousseff a seguito della morte dell’ex governatore del Pernambuco, avvenuta lo scorso agosto in un incidente aereo. Il Partido Socialista Brasileiro (Psb), a cui Marina Silva si era iscritta in tempi relativamente recenti, ha pescato il jolly in grado di battere Dilma e il lulismo, per la gioia delle lobby dell’agrobusiness, ma anche della Casa Bianca. La sfida tutta al femminile per il Planalto non è però l’unico motivo di interesse a pochi giorni dal voto. I primi dati divulgati a metà settembre dalla Coalizione per la Riforma politica, che ha promosso una forte mobilitazione in tutto il paese per una Costituente sovrana del sistema politico, sono significativi: già quasi 1,7 milioni di brasiliani si sono dichiarati a favore dei quattro punti sostenuti dalla campagna: blocco al finanziamento delle campagne elettorali da parte delle imprese, adozione di un sistema elettorale proporzionale a doppio turno, parità di genere nell’elaborazione delle liste elettorali dei partiti e rafforzamento della democrazia diretta. In più, le oltre 450 organizzazioni sociali e i circa 1800 comitati popolari che hanno promosso la campagna per la riforma politica, chiedono una riforma del diritto all’abitare, la riforma agraria e la democratizzazione dei mezzi di comunicazione e delle maggiori istituzioni del paese.

In una lunga intervista all’agenzia di notizie Adital, Leonardo Boff spiega quali sono i pericoli di un’eventuale vittoria di Marina Silva alle presidenziali. La Silva di adesso è molto diversa da quella che negli anni ’80 si batteva con il sindacalismo amazzonico a fianco dei movimenti sociali per  i diritti dei contadini e rivendicava i principi della Teologia della Liberazione, ma il suo programma volutamente vago e, sotto certi aspetti qualunquista, mira proprio a pescare voti non solo in quello che un tempo era il suo partito, il Partido dos Trabalhadores, ma anche a conquistare consensi nell’estrema sinistra. Se nel 2010, quando si era candidata al Planalto per  il Partido Verde, la Silva si dichiarava ancora rappresentante degli indigeni, dei contadini e dei piccoli agricoltori, adesso ha mostrato il suo vero volto: “pur di diventare presidente”, sostiene il teologo della liberazione Leonardo Boff, “Marina ha accettato in pieno i dogmi del neoliberismo”. Ex ministra dell’Ambiente sotto la presidenza Lula prima di abbandonare l’esecutivo, la Silva punta alla presidenza: nel 2010, senza disporre degli attuali mezzi economici per la campagna elettorale, raggiunse già il 20% dei voti. In campo economico, la candidata del Psb mira a far uscire il paese dal Mercosur, con l’intenzione di privare così il Brasile del ruolo di leader nell’integrazionismo latinoamericano. Samuel Pinheiro Guimaraes, ex segretario generale della Cancelleria in epoca lulista, in un’intervista al quotidiano argentino Página/12, evidenzia che Marina Silva rappresenta il cavallo di Troia non solo dei tucanos, ma soprattutto degli Stati Uniti, per privatizzare le grandi imprese statali brasiliane, a partire da Petrobras. Se la Silva cancellasse gli accordi di Asunción (che nel 1991 sancirono la nascita del Mercosur), gli Stati Uniti avrebbero la strada spianata per firmare accordi separati con il Brasile, come già fanno adesso con alcuni paesi dell’area centroamericana, con il Messico, con  la Colombia e il Perù: si tratta delle famose “alchine”, così definite dall’allora presidente venezuelano Hugo Chávez per evidenziare che, nonostante il rifiuto dell’Alca (il trattato di libero commercio) sancito nel 2005 a Mar del Plata da Venezuela, Bolivia, Argentina e lo stesso Brasile, gli Usa continuavano, per le loro possibilità, ad imporre trattati separati ai paesi loro alleati. In questo contesto, l’ex senatrice petista gode dell’appoggio di André Lara Resende e Eduardo Giannetti, uomini legati a Fernando Henrique Cardoso che, quando era presidente del paese, impose la sua ricetta privatizzatrice. Inoltre, Marina Silva è sostenuta dalla miliardaria Mary Alice Setubal, figlia del fondatore del Banco Itaù. “Chi controlla l’economia, controlla il paese”, riflette con disappunto Boff, che cita l’economista Karl Polaniy, il quale, già nel 1944 metteva in guardia dal rischio di passare da una società “con mercato” ad una società “solo di mercato”. Inoltre, Marina, che continua a presentarsi come alfiere dell’ecologismo radicale, è già stata battezzata come esponente del cosiddetto “capitalismo verde”. Da un lato, la Silva parla di sviluppo sostenibile, diritti dell’ecosistema e propugna politiche in grado di sconfiggere l’”ingiustizia ecologica”, ma dall’altro sposa il neoliberismo principale responsabile delle disuguaglianze sociali e ambientali. Sul voto del 5 ottobre peserà profondamente anche l’orientamento delle comunità evangeliche, molte delle quali assai vicine a Marina Silva che, da tempo, ha abbandonato la Teologia della Liberazione per legarsi ai settori più reazionari delle sette protestanti, tra cui quell’Assemblea di Dio guidata dal pastore Malafaia. Il futuro presidente del paese, osserva ancora Boff, di qualsiasi orientamento politico sia, dovrebbe dichiarare la sua obbedienza al popolo e alla Costituzione, non ad un’autorità religiosa esterna, in questo caso Malafaia, come ha dichiarato a più riprese, e pubblicamente, Marina Silva. L’estremismo religioso che ha pervaso la Silva è tale che, in caso di vittoria, il Brasile farebbe un enorme passo indietro nel campo dei diritti civili, soprattutto per quanto riguarda la criminalizzazione dell’omofobia. L’Assemblea di Dio e Malafaia si caratterizzano infatti per un’interpretazione del tutto decontestualizzata e letterale della Bibbia, e non è un caso che la Silva goda del sostegno dei cosiddetti “pastori evangelici deputati-impresari” come Marco Feliciano, noto per le sue sparate omofobe e anti-abortiste.

Se è vero, come ha scritto su La Jornada Raúl Zibechi, che la sinistra sopravvive solo nei movimenti anticapitalisti, e che la politica di Dilma Rousseff è stata caratterizzata da numerose esitazioni ed enormi contraddizioni (si pensi solo al paventato rischio di privatizzazione del servizio sanitario per i popoli indigeni), l’eventuale presidenza di Marina Silva rappresenterebbe un disastro non solo per il Brasile, ma per l’intera America Latina. Per questo motivo, in un appello intitolato 13 razões para reeleger, Frei Betto ha dichiarato pubblicamente il suo sostegno a Dilma Rousseff, in primo luogo per le politiche sociali che, negli ultimi 12 anni, hanno comunque sottratto 36 milioni di brasiliani dalla miseria. E ancora: il voto a Dilma permetterebbe al paese di rimanere libero e sovrano dalle ingerenze del Fondo Monetario, di implementare il programma Mais Médicos, di garantire al paese un futuro di pace rispetto al bellicismo statunitense (in America Latina come altrove) e di consentire alla presidenta un’altra opportunità (per quanto difficilmente realizzabile nel concerto) per varare la riforma agraria. Infine, conclude Frei Betto: “Voterei per Dilma nel segno di un Brasile migliore, pur sapendo che l’attuale governo è contraddittorio e incapace di promuovere riforme strutturali, a partire da quella in grado di punire i crimini della dittatura militare, ma nell’attuale congiuntura politica economica, não troco o conhecido pelo deschonecido”.  Nonostante tutto, se Dilma si confermasse al Planato, il Brasile si adopererebbe per il rafforzamento dei Brics, per l’ingresso del Venezuela nel Mercosur e la stampa golpista brasiliana verrebbe, almeno n parte, messa a tacere. O Globo scommette infatti su Marina Silva e, quando scrive che l’ex senatrice petista attrae il voto dei delusi dalla politica, non ha tutti i torti.

Di certo c’è che difficilmente la sfida per la presidenza si concluderà il 5 ottobre: il probabile ballottaggio è programmato per il 26 ottobre.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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