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A due settimane dalle elezioni presidenziali in Venezuela, previste per il 20 maggio, sono in molti a chiedersi in che modo potrebbe evolvere una situazione già in se stessa assai complessa. Di certo, non ha aiutato a rasserenare il clima la Cumbre di Lima dello scorso aprile, un vertice più simile ad una farsa dove gli Stati uniti hanno cercato di far approvare sanzioni contro il Venezuela tramite i paesi latinoamericani loro alleati, dal Perù alla Colombia passando per Brasile e Argentina.

A Washington partono dal presupposto che ogni ipotesi di dialogo con Caracas sia subordinata alla salida di Maduro, anche se in occasione della Cumbre di Lima Trump ha preferito inviare il suo vice Mike Pence con la scusa che il presidente doveva occuparsi della questione siriana (leggi bombardamenti). La scarsa affidabilità dell'opposizione, frammentata e poco credibile, non rappresenta alcun problema non solo per gli Stati uniti, ma nemmeno per i presidenti latinoamericani filo-Usa, a loro volta screditati in patria, a partire dal brasiliano Temer. Negoziare con Maduro, per Trump significherebbe giocarsi il voto dei cubano-americani in Florida in vista delle prossime presidenziali, e allora ben venga il sostegno alla semismantellata Mesa de Unidad Democrática (Mud), che lo scorso anno premeva per le elezioni anticipate, ma che adesso sembra intenzionata a proclamare l'astensione confidando in un intervento straniero.

Tra i candidati che sfideranno Maduro il più conosciuto è Henri Falcón, sostenuto da una coalizione composta da gruppi assai diversi tra loro (Avanzada Progresista, Movimiento al Socialismo e il vecchio Comité de Organización Política Electoral Independiente – Copei, protagonista del puntofijismo), Reinaldo Quijada (Unidad Política Popular), l'indipendente Alejandro Ratti e l'impresario e pastore evangelico Javier Bertucci. In realtà, i due reali pericoli per Maduro sono Falcón e Bertucci, in un contesto assai confuso e in cui una parte dell'opposizione già parla da mesi di frode annunciata e un'altra scommette sull'intervento militare statunitense, sul quale si vocifera da anni.

Tuttavia, di fronte al clamore che suscita il Venezuela ogni volta che il paese vota, nessuno ha evdienziato che il prossimo ministro dell'Economia, nel caso in cui la presidenza del paese vada a Falcón, sarà Francisco Rodríguez, seguace di un programma politico incentrato su quella dollarizzazione che ha già costretto al default l'Argentina agli inizi degli anni Duemila. La dollarizzazione non implica soltanto la sparizione della moneta nazionale, ma comprende un pacchetto di misure che finirà per compromettere inevitabilmente l'indipendenza, lo sviluppo e il sogno di uguaglianza sociale di un paese costretto ad ingoiare il boccone amaro della privatizzazione delle principali industrie nazionali. In questo contesto la governabilità democratica, il tema al centro della Cumbre di Lima, avrebbe dovuto in realtà rappresentare un aspetto vincolante per l'opposizione, considerando le violenze di strada e le guarimbas promosse a più riprese per spodestare Maduro.

La presidenza di Maduro e l'attuale fase storica del proceso bolivariano stanno vivendo molteplici contraddizioni, ma le presidenziali del prossimo 20 maggio rappresentano un passaggio di innegabile importanza per tutto il continente latinoamericano. Rispetto alla IV Cumbre, quella del 2005, a Mar del Plata, dove Lula, Néstor Kirchner, Hugo Chávez e Tabaré Vázquez affossarono l'Alca, l'area di libero commercio che voleva imporre George W. Bush, la situazione è profondamente cambiata. Se alla V Cumbre, nel 2009, a Trinidad&Tobago, erano presenti ben undici presidenti di orientamento progressista (pur con tutte le sfumature e le differenze del caso), oggi il quadro è profondamente mutato e quella che una volta rappresentava l'occasione per rafforzare l'integrazionismo latinoamericano oggi si è trasformata in un'alleanza tra le destre più aggressive e minacciose per l'intero continente, basti pensare al presidente argentino Mauricio Macri o al colombiano Juan Manuel Santos.

Inoltre, preoccupa il sostegno del conservatore spagnolo Mariano Rajoy ai tentativi per spodestare Maduro, oltre alla massiccia presenza militare statunitense nelle basi presenti in Colombia e nel Caribe. Tra le voci più insistenti circola quella che sostiene la possibilità di un intervento militare dell'esercito colombiano, anche se un'azione del genere potrebbe provocare solo ulteriore caos in un paese soggetto ad una costante destabilizzazione proveniente dall'esterno e dall'interno, pur mascherata da intervento umanitario.

Nuestra democracia es proteger, ha scritto il presidente Maduro in un lungo e appassionato intervento pubblicato sul sito web Rebelión, ma il paradosso è che il Venezuela oggi è costretto a difendersi da coloro che si sono autoproclamati come portatori delle democrazia e intendono riportare il paese al periodo pre-chavista, costringendo a fare un enorme passo indietro a livello di diritti civili, sociali e politici.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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