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Messico: le sfide che attendono Amlo

Per la prima volta milioni di messicani si sentono rappresentati
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Amlo presidente

Ha senz’altro ragione lo storico e sociologo Massimo Modonesi a sostenere che la conquista di Los Pinos da parte di Andrés Manuel López Obrador, avvenuta il 1° luglio scorso, rappresenta la prima sconfitta della destra messicana incarnata dal panismo e dal priismo. Il 20% di voti in più ottenuti rispetto al panista Ricardo Anaya, giunto secondo, rendono bene l’idea di quanto sia stato forte l’impatto di Amlo in qualità di candidato antisistema. Juntos Haremos la Historia, la coalizione che ha sostenuto Obrador e guidata principalmente da Morena (Movimento Regeneración Nacional), non si è rivelato solo uno slogan di buon auspicio, ma qualcosa di più. Impossibile, infatti, negare che il successo elettorale di Obrador costituisca un fatto storico.

Tuttavia, se il terremoto politico messicano ha rappresentato una boccata d’ossigeno per tutta la sinistra latinoamericana, il difficile verrà da ora in poi. Non che la campagna elettorale sia stata una passeggiata, anzi (come testimoniano le circa 145 persone assassinate dallo scorso settembre si è trattato della competizione elettorale più sanguinosa nella storia del paese), ma le sfide che attendono Obrador non sono delle più semplici, a partire da quella di sradicare dal paese corruzione e impunità in un contesto dove il crimine organizzato da tempo immemore la fa da padrone. Punto centrale della sua campagna elettorale e del suo progetto di nuovo stato, la battaglia contro le elites mafiose che infestano il paese e i suoi tre principali partiti, dal partito-dinosauro Pri al Pan passando per il Prd, rappresenta il primo ineludibile impegno assunto da Amlo con i messicani, soprattutto a livello etico.

La trasformazione politica, sociale e culturale a cui aspirano tutti coloro che hanno dato fiducia ad un presidente in prima fila nelle battaglie per la giustizia sociale, passa inevitabilmente dalla mobilitazione di un’ampia base sociale che lo ha sostenuto proprio per la sua volontà di rottura con il vecchio regime e il suo famigerato Pacto por México. Ancora Massimo Modonesi evidenzia che è proprio dall’esito del suo impegno contro la corruzione che si capirà se Amlo sarà in grado di moralizzare davvero la vita pubblica del paese, garantendo quella pace che in Messico è scomparsa da decenni ed è stata definitivamente sepolta negli ultimi sei anni si presidenza del priista Peña Nieto, sotto al quale è dilagata una violenza brutale soprattutto a livello repressivo, valga per tutti il massacro di Ayotzinapa del settembre 2014 per il quale si attende ancora giustizia.

Per quanto López  Obrador si dichiari ammiratore di Salvador Allende, le elites finanziarie sono pronte a scommettere che Amlo si dimostrerà assai prudente in ambito economico e per questo tendono a ridimensionare l’entusiasmo per il successo di Amlo. In effetti quest’ultimo scommette molto di più sulla questione morale che sulla battaglia antiliberista alla base dell’ondata rosa/rossa che aveva portato le sinistre al governo in molti paesi latinoamericani all’inizio degli anni Duemila. Del resto, non è un mistero che Obrador ha vinto anche grazie ai voti di una parte della classe media e di un’imprenditoriaalla quale ha comunque dedicato ascolto e attenzione.

 Eppure, l’elezione del nuovo presidente messicano assesta, almeno in politica estera, un primo schiaffo al cosiddetto Grupo de Lima, che oltre ad essere impegnato in una permanente campagna di destabilizzazione del Venezuela bolivariano, ha cercato in tutti i modi di metter bocca prima nelle presidenziali colombiane e poi in quelle messicane, con dichiarazioni e interventi pubblici di personaggi come Temer e Macri, questi ultimi amici di Peña Nieto, peraltro preso a calci quotidianamente da Trump sulla questione del muro al confine tra Messico e Stati uniti.

Amlo, che entrerà effettivamente in carica dal prossimo 1° dicembre, dovrà conciliare le aspirazioni della sinistra e quelle di una parte di liberal-conservatori che lo hanno votato, cercando al tempo stesso di  non cadere in tranelli come quelli che hanno permesso alle elites di far cadere Lugo in Paraguay e Zelaya in Honduras, seppur tramite colpi di stato e con lo zampino degli Usa e di una sempre più ambigua Osa (Organizzazione degli stati latinoamericani). Tra poco più di quattro mesi  nascerà un nuovo Messico all’insegna di un moderato progressismo in un momento storico in cui in gran parte del continente domina una destra aggressiva, guerrafondaia e in gran parte nostalgica di quegli anni Settanta dove fece sparire decine di migliaia di oppositori politici e anche nei paesi in cui la sinistra è rimasta al potere molte sono le contraddizioni e le difficoltà da affrontare quotidianamente.

Obrador ha il compito di farsi portavoce di milioni di messicani che per la prima volta si sentono rappresentati: si tratta di un’occasione che il Messico non può permettersi di perdere.Per alcun motivo.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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