Latina

La radicalizzazione del presidente e il ruolo dei militari

Il Brasile verso un governo autoritario

Il paese è ostaggio della disputa tra destra tradizionale e radicale
13 maggio 2020
David Lifodi

proteste contro Bolsonaro

La deriva autoritaria del bolsonarismo sembra inarrestabile. Dopo aver volutamente ignorato l’emergenza sanitaria legata al Corona virus e proseguito con i quasi quotidiani inviti ai governatori dei singoli stati a far ripartire l’economia, come se finora le multinazionali dedite alla costruzione di nuove dighe e miniere e i ruralistas non avessero già prosperato abbastanza, il futuro politico del Brasile resta molto incerto.

Il Movimento Sem Terra ha chiamato i brasiliani a sconfiggere prima il virus e poi il Messia nero nelle urne, si sono moltiplicati i cacerolazos dalle abitazioni all’insegna degli slogan “Bolsonaro vattene” e “Bolsonaro assassino”, tuttavia il paese sembra essere ostaggio, più che altro, di una disputa tra la destra tradizionale e la destra radicale, la quale sembra averla rimpiazzata all’insegna delle parole d’ordine che inneggiano all’utilizzo della mano dura, del fondamentalismo religioso, cattolico ed evangelico, e dei valori che si ispirano alla famiglia tradizionale.

I militari, che pure rappresentano, almeno apparentemente, un alleato insostituibile di Bolsonaro, per quanto possa risultare paradossale, rischiano di passare come i guardiani della democrazia e della Costituzione, il che la dice lunga sul dilagare del virus fascista all’interno delle istituzioni. La nomina alla Casa Civil del generale Walter Braga Netto, lo scorso febbraio, al posto del civile Onyx Lorenzoni, da un lato ha rappresentato un segnale chiarissimo dal Planalto, poiché per la prima volta, dalla dittatura del 1964, questo incarico è stato ricoperto di nuovo da un militare. Al tempo stesso, a Brecha, il giornalista André Ortega ha dichiarato che Bolsonaro si comporta in una maniera tale che i militari finiscono per essere rivalutati, nonostante gran parte di loro, a partire da Augusto Heleno e dal ministro della Difesa Fernando Azevedo e Silva, si sia macchiata delle peggiori atrocità all’epoca in cui il Brasile presiedeva la Minustah, la missione Onu ad Haiti.

In definitiva, di fronte a quella che il politologo André Singer, docente all’Università di San Paolo e portavoce del primo governo Lula, ha definito “la radicalizzazione permanente di Bolsonaro”, i militari potrebbero essere tentati dal sostituire Bolsonaro oppure dal consentirgli di proseguire il cammino scivolando ogni volta di più verso un governo autoritario.

Se il Partido dos Trabalhadores si augura di arrivare alle presidenziali del 2022 in una condizione democratica, le dimissioni di Sergio Moro dall’incarico di ministro della Giustizia fanno pensare ad una sua candidatura proprio in vista della prossima corsa al Planalto. Di certo, anche questa, non sarebbe una buona notizia per il fronte progressista. Moro è percepito da buona parte della popolazione come un eroe nazionale per aver promosso l’Operazione Lava Jato, da cui è iniziato il processo contro Lula, Dilma e il petismo, inoltre ha condotto, nel corso degli anni, una vera e propria guerra giudiziaria contro i Sem terra e le altre organizzazioni sociali del paese. Il motivo delle dimissioni di Moro è dovuto principalmente al tentativo del presidente Bolsonaro di interferire nelle indagini della polizia federale sui figli del Messia nero.

A seguito delle dimissioni di Moro, con un impeachment nei suoi confronti che sembra avvicinarsi, Bolsonaro cerca di negoziare con la destra tradizionale che fino a poco fa aveva provato ad estromettere dalla competizione elettorale.

In questo scenario, l’emergenza sanitaria legata al Covid-19 è tutt’altro che risolta. Solo pochi giorni fa, in Brasile i contagiati erano oltre 125.000 e i morti quasi 9.000. L’Argentina, uno dei paesi confinanti con il Brasile, ha espresso preoccupazione e inquietudine per la scellerata gestione relativa al diffondersi del virus. Il presidente Fernandez ha accusato pesantemente il Planalto, sostenendo che nessuno, in un paese di 210 milioni di abitanti, si sta occupando seriamente della pandemia. Maduro, dal Venezuela, ha imputato a Bolsonaro la responsabilità delle decine di migliaia di contagi dei brasiliani. Anche paesi ideologicamente vicini al Brasile bolsonarista sono rimasti sconcertati dalla gestione della crisi e stanno prendendo provvedimenti. Ad esempio Paraguay e Uruguay hanno rafforzato i controlli alla frontiera con il Brasile, lo stesso ha fatto la Colombia.

Eppure Bolsonaro ha insistito per la propria strada, ribadendo che l’economia è più importante della tutela delle vite umane. Il presidente vuol riaprire tutto: a chiudere sarà la democrazia.

Note: Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
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