Perù, Paraguay ed Ecuador hanno autorizzato l’ingresso di militari Usa nei rispettivi territori

I militari Usa soffocano l’America latina

Lo scopo della militarizzazione è duplice: ridurre il conflitto sociale e tutelarsi di fronte alla Cina
19 gennaio 2026
David Lifodi

I militari Usa soffocano l’America latina

Ormai in America latina le truppe statunitensi si sentono a casa. Oltre alla pressione costante esercitata sul Venezuela sfociata nell’aggressione contro Caracas, è sempre maggiore il numero di paesi che, in alcuni casi, concedono senza alcun problema nuove basi sul loro territorio, e, in altri, sono costretti loro malgrado. In ogni caso, il denominatore comune della militarizzazione è di natura geopolitica.

In Guatemala, la presidenza rosa di Bernardo Arévalo si è vista obbligata a promuovere i lavori per l’allargamento del porto di Quetzal, in posizione strategica sulla costa pacifica del paese, mentre in Ecuador, come riporta l’edizione di dicembre 2025 di Le monde diplomatique/il manifesto, le Isole Galápagos rappresentano per gli Usa il luogo ideale per ospitare delle infrastrutture militari con la benedizione dell’inquilino di Palacio Carondelet Daniel Noboa, il quale, di recente, ha annunciato con gioia un sostegno di circa venti milioni di dollari proveniente dalla Casa Bianca per modernizzare le forze armate ecuadoriane.

Lo scopo degli Stati Uniti, infatti, non è solo quello di tenere sotto controllo l’America latina, ma reggere l’urto della competizione con la Cina e, proprio per bloccare l’espansione del gigante asiatico nel continente, da pochi mesi il presidente panamense Mulino, noto per l’utilizzo del pugno duro al pari di Noboa, accomunati entrambi dall’ammirazione per le tecniche di repressione tipiche del bukelismo salvadoregno, ha accettato un imponente dispiegamento di militari Usa attorno al canale.

Purtroppo non è finita qui. Proprio durante le festività natalizie, sia il Perù sia il Paraguay hanno autorizzato l’ingresso di militari Usa nei rispettivi territori.

Per quanto riguarda il Perù, il presidente José Jerí, sfruttando un articolo della Costituzione peruviana che sancisce l’ingresso di truppe straniere nel paese senza compromettere la sovranità nazionale, ha autorizzato in quasi tutto lo stato esercitazioni congiunte tra militari Usa e statunitensi fino al 31 dicembre 2026 in una situazione di già forte conflitto sociale, basti pensare al progetto di legge presentato poco più di un mese fa dal presidente del Congresso, Fernando Rospigliosi, volto ad eliminare la responsabilità penale degli agenti delle Forze Armate e della Polizia in tutte le occasioni in cui utilizzino le armi per tenere in pugno l’ordine pubblico, compresi i casi in cui provochino lesioni o causino addirittura la morte di coloro che sono colpiti. Il progetto di legge non contempla nemmeno un risarcimento ai familiari delle vittime per gli eventuali abusi compiuti dai militari nell’esercizio delle loro funzioni.

Rospigliosi, appartenente alla bancada fujimorista, difende il suo progetto di legge argomentando che ad essere perseguiti penalmente, non possono essere coloro che difendono l’ordine costituzionale, criminalizzando così, a prescindere i movimenti sociali che hanno dato vita ad imponenti manifestazioni di piazza spesso represse violentemente dalla polizia anche grazie alle armi ed agli addestramenti Usa.

Quanto al Paraguay, è stato il segretario di Stato statunitense in persona, Marco Rubio, ad invitare a Washington il cancelliere di Asunción Rubén Ramírez Lezcano per sottoscrivere un accordo che rafforzi la cooperazione contro le “organizzazioni terroristiche internazionali, il narcotraffico e il crimine organizzato”.

Anche in questo caso, data la vicinanza del presidente paraguayano Santiago Peña a Washington, non è stato difficile per gli Stati Uniti far siglare un accordo che, in pratica, consegna le chiavi del paese al più potente vicino nell’ambito di un protocollo in cui, al pari dell’Ecuador, sono protetti i soldati statunitensi non sottoponendoli agli obblighi legali del paese ospitante.

Anche in Cile e in Argentina, dove sono al governo due presidenti quasi più trumpiani di Trump (in realtà Kast si insedierà ufficialmente alla Moneda dal prossimo 11 marzo), gli Stati Uniti sfruttano la loro influenza sia per rafforzare le istanze autoritarie nella regione, sia, anche in questo caso, per tutelarsi in chiave anti-cinese.

È in questo contesto che, riporta ilfattoquotidiano.it, in Cile “dietro la dicitura innocua di Esercizio di solidarietà“, è prevista l’integrazione dell’esercito con la dottrina di difesa degli Stati Uniti per un investimento di 5 miliardi e mezzo in materia di difesa. L’obiettivo, esplicitato dall’ammiraglio del SouthCom, Alvin Hosley, è quello di proteggere il litio dal predominio cinese, che ammonta a quasi 5 miliardi di dollari.

Anche in Argentina, lo scopo degli Stati Uniti è quello di evitare che la Cina si appropri del litio e, proprio per questo motivo, il presidente Milei, su ordine di Washington, ha autorizzato immediatamente la presenza di militari Usa nella Terra del Fuoco, con buona pace del proclama Celac (Comunità degli stati latinoamericani e caraibici) del 28 gennaio 2014 che definiva America latina e Caribi come “zone di pace”, già calpestato a seguito dell’aggressione al Venezuela dello scorso 3 gennaio.

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