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30 agosto 2004 - Giorgio Tinelli
Fonte: Il Manifesto


Il vecchio vizio da parte di giornalisti, politici, commentatori italiani di prendere sonore cantonate ostentando con massima sicumera l'infallibilità delle proprie geometrie politologiche, riaffiora ciclicamente senza sedimentare alcun timido distinguo. Tutti i fenomeni politici a livello mondiale sono relegati in schematismi politici che non considerano sufficientemente la complessità del contesto socio-economico in cui si sviluppano, gli elementi storico-strutturali da cui provengono, le matrici originarie della cultura politica dei paesi, regioni, aree oggetto di analisi. Le diversità nel linguaggio, nelle metodologie, nei comportamenti politici, non permettono nella maniera più assoluta di potersi accostare ad alcuni case studies, come ad esempio quelli latinoamericani, adottando tout court strumenti analitici che risultano poco utili alla comprensione. Per molti versi, la maniera con cui è stato trattato l'evento politico del recente referendum revocativo venezuelano, ha confermato quella spensierata tendenza alla definizione comoda nonché al maldestro giudizio di chi ha la convinta baldanza e presunzione di aver capito nei dettagli situazioni che necessitano invece di un'attenta e plurifacetica contestualizzazione. E' così che lo straordinario fenomeno politico della cosiddetta «Rivoluzione bolivariana» avviata da Chávez sul finire degli anni `90 assume, a seconda delle fonti, il carattere di un'impresa strampalata di un demagogo che riesce a far breccia in un paese dalle mille contraddizioni ma soprattutto dalla copiosa presenza nel sottosuolo di una risorsa strategica che fa sì che il nome del paese latinoamericano venga quasi sempre accompagnato dal termine «saudita». Oppure, dall'altra parte, il recentemente confermato presidente venezuelano viene assumendo una sorta di alone esotico-messianico per cui, con grande non chalance, viene investito del ruolo di unica speranza mondiale degli «ultimi» della terra, dei poveri diseredati del sud del mondo che, fino a domenica scorsa, non avrebbero avuto altra alternativa che non fosse rannicchiata su uno scoglio caraibico a poche miglia dal suo storico nemico. E' così che l'ex-ufficiale golpista venezuelano viene annoverato da un noto quotidiano italiano tra i «miti della sinistra» in compagnia di Che Guevara, Marcos, il presidente brasiliano Lula, mentre sulla prima pagina di un altro viene definito «il presidente dei poveri».

A questo punto credo che sia necessario per lo meno dare enfasi ad alcuni fattori che possano far luce su questo fenomeno politico, ma anche aiutare a trovare una chiave interpretativa per altri ancora. Innanzitutto risulta imprescindibile la considerazione di alcuni elementi della cultura politica latinoamericana che hanno la propria origine nell'embrione della società latinoamericana, la hacienda, e che sono andati sedimentando quella cosmovisione che costituirà uno dei principali ostacoli allo sviluppo della democrazia nel sub-continente americano. Questo fattore genetico della cultura politica latinoamericana ha forgiato una teoria che i latinoamericanisti conoscono molto bene, quella del cosiddetto movimientismo, che per l'appunto non può in nessuna misura permettere una definizione delle transizioni politiche con i criteri «destra-sinistra» a cui siamo abituati, e che reca in seno una lista di ingredienti che, con le dovute differenze, si ripresentano costantemente: la presenza di un leader carismatico che accentra su di sé il potere; un intenso spirito nazionalista; l'additamento di un nemico interno ed uno esterno; la logica amico/nemico nel gioco a somma zero che il movimiento propone; il carattere includente nei confronti dei settori sociali precedentemente esclusi dall'arena politica o dalla ridistribuzione delle risorse economiche.

Ora, il cosiddetto chavismo risponde perfettamente a questa descrizione e risulta essere in perfetta coerenza con l'immagine tradizionale del leader movimientista. Chávez ha saputo perfettamente cogliere la possibilità che gli offriva il vuoto di potere frutto di crisi politiche, nel caso venezuelano generato dalla profonda crisi del corrottissimo sistema dei partiti politici tradizionali, i cui esponenti principali non hanno esitato a riciclarsi in un'opposizione antigovernativa belligerante - quando non golpista - e senza credibili prospettive di coesione. Il leader carismatico, nel movimiento bolivariano, viene considerato una sorta di divinità ultraterrena dai propri partidarios, ammantato da una coltre di invincibilità che contribuisce in maniera decisiva a rafforzare la sua popolarità. Se il nemico esterno è l'imperialismo statunitense e l'Alca, quello interno è rappresentato dai cosiddetti escuálidos, che sono tali esclusivamente perché non sono nel movimento: nella logica amico/nemico, l'avversario è colui che no se suma al movimento. Per quanto riguarda l'allargamento della partecipazione, il movimento bolivariano ha effettivamente dato voce ad alcuni settori popolari che sono da sempre stati tagliati fuori da un blocco dominante avaro e geloso dei propri privilegi.

Le colline di Caracas, i cosiddetti cerros, sconcertanti vulcani sociali che eruttano enormi quartieri di baraccopoli e quotidiani fiumi di informalità urbana che si riversano nella capitale con la loro disperata frenesia della vendita finalizzata alla sopravvivenza, rappresentano l'immagine speculare di una società cresciuta nella più ampia disparità sociale: terreno ideale per piantare il seme della rivalsa popolare contro la continuità e a favore del cambiamento radicale, a costo però di una totale fedeltà al leader.

Un altro tratto distintivo del movimiento in questione è la terminologia militarista che trasuda da ogni sillaba della retorica dialettica chavista. D'altronde la forte presenza delle forze armate nell'esperienza della «Rivoluzione bolivariana» ha fatto sì che essa stessa acquisisse una generalizzata impronta militarista: l'amministrazione pubblica è piena di ufficiali dell'esercito, come se fosse relativizzato l'aspetto del merito professionale e sostituito con la dovuta subordinazione e obbedienza verso il leader, il quale accentra su di sé tutto ciò che fa parte della dimensione decisionale, dai piani macroeconomici ai piccoli provvedimenti locali.

Indubbiamente la questione risulta troppo articolata e complessa per avvicinarsi in queste poche righe all'esaustività, ma tenere anche solo minimamente in conto la fondamentale lente interpretativa della cultura politica significa aggiungere importanti tasselli al mosaico politico venezuelano e soprattutto evidenziare la vera natura del «fenomeno Chávez». E' evidente che non è sufficiente avere una maggioranza frutto di un'inclusione politico-sociale (sommamente necessaria) per poi ostentare una atteggiamento di rancorosa esclusione nei confronti di un'opposizione che, privata degli elementi golpisti, dei prepotenti magnati dell'informazione privata, delle isterie di un'alta borghesia biliosa e razzista, presenta anche settori più che ragionevoli e - possibilmente - utili allo sviluppo democratico del paese. Per quanto mi riguarda, il relegare tutto ciò a definizioni semplicistiche come ad esempio quella che vedrebbe Chávez come uno sceicco no global, sinceramente credo che contribuisca solamente a confondere la realtà, obnubilare la vista e, fors'anche, ottundere le intelligenze.

Note:

http://www.ilmanifesto.it/oggi/art60.html

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