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    Noi e gli altri. L'immagine dell'immigrazione e degli immigrati sui mass-media italiani

    13 marzo 2003 - Maurizio Corte
    Fonte: Dall'agenzia di stampa all'inchiesta. Come viene filtrata in Italia l'informazione sull'immigrazione? Autore di Stranieri e mass media: stampa, immigrazione e pedagogia interculturale (Cedam 2002), Corte insegna alla facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Verona e collabora con il Centro studi interculturali dello stesso ateneo.

    I mezzi di comunicazione di massa sono parte attiva della società e possono ricoprire, in alcune occasioni, la funzione di agenzia educativa. La loro incidenza, già consistente, si è andata amplificando con l'avvento dei "nuovi media", molto utilizzati dai giovani: Internet con i siti Web, i newsgroup e le chat; i cellulari con l'accesso alle informazioni, lo scambio di dati e di immagini; le tv satellitari. E' pertanto importante conoscere i modi di operare che adottano, i processi che li governano, i valori che veicolano. La ragione è data dal fatto che essi si pongono talvolta in concorrenza con la famiglia e con la scuola.
    L'importanza dei mass media si rileva ancor più in una società tendenzialmente multiculturale e multietnica: l'incalzare degli avvenimenti, le figure dell'immigrazione, la presenza dello "straniero" trovano sui giornali e nella televisione un primo veicolo di ampio impatto cognitivo ed emotivo. A tal proposito, Secco [1] afferma: "La situazione interculturale, in cui si trovano soggetti di diversa provenienza, non può essere risolta dalla scuola da sola. La scuola è sempre un istituto entro la collettività. Lo scolaro passa a scuola un certo numero di ore della giornata; il resto del tempo lo passa in famiglia, nei club di vario genere, sulla strada, ecc. Entra allora urgente e cogente il tema della società educante nel senso più ampio del termine".
    In questo quadro è stata avviata, nell'ambito del Centro studi interculturali dell'Università di Verona una ricerca condotta fra il 1998 e il 1999. Tre i campi d'indagine affrontati da quella ricerca: l'atteggiamento della stampa italiana di fronte al “fenomeno immigrazione”; i fatti legati all'ingresso in Italia di immigrati giudicati di particolare rilievo dalla stampa; l'immagine dell'”Altro” (lo straniero, l'immigrato, la persona di una diversa cultura o religione) che scaturisce dai giornali italiani. I risultati di quella ricerca si mantengono tuttora validi, come dimostra una serie di verifiche condotte nell'autunno del 2001 e all'inizio del 2002. La stampa italiana, infatti, non ha cambiato modo di rapportarsi rispetto all'"Altro" immigrato. E' vero che ,tranne qualche eccezione, i giornali non associano più l'immigrazione alla criminalità, com'era accaduto agli inizi del 1999; tuttavia, sui giornali e in Tv resistono alcuni stereotipi e pregiudizi nei confronti dell'"Altro" immigrato, specie quand'egli è di religione diversa.

    1. Le ricerche sull'atteggiamento della stampa verso gli immigrati
    In passato altri studi hanno analizzato il modo in cui i giornali italiani trattano il fenomeno immigrazione e le altre culture che vi si accompagnano: Mansoubi nel 1990, Grossi-Belluati-Viglongo nel 1995 e Lodigiani nel 1996. Mansoubi, studiando a campione gli articoli di cronaca locale del quotidiano fiorentino La Nazione dal 1978 al 1987, conclude che di fronte agli immigrati “l'approccio del giornale rivela una mentalità complessivamente provincialistica, una pigrizia intellettuale che alle incertezze di una visione critica e sensibile ai mutamenti della società preferisce l'illusoria sicurezza di un'ottica angusta e manicheistica” [2]. Al di fuori della figura-modello dello straniero “turista spendaccione”, fonte di lavoro e di ricchezza - tutto il resto sarebbe puramente parassitario, fonte di disturbo e di insicurezza per la comunità.
    Grossi [3] sottolinea che “quando la presenza dell'immigrato o del diverso assumono i caratteri della minaccia globale - un flusso di popolazione straniera che vuole riversarsi sul nostro Paese, un'intera comunità etnico-religiosa che, anche da lontano, riafferma la sua diversità, la sua alterità, rispetto al nostro mondo e al nostro sistema di vita -, i mezzi d'informazione si mobilitano in primo luogo per esorcizzarla, per neutralizzarla sul piano simbolico e ideologico. Ma poiché non è accettabile né sostenibile una presa di posizione meramente xenofoba o un rilancio di atteggiamenti neorazzisti, i mass media usano, per così dire, due pesi e due misure nella trattazione giornalistica. Si avanza così una distinzione tra immigrati buoni e cattivi, tra diversi che credono nei valori dell'Occidente e fanatici che non ci credono. In tal modo l'antirazzismo di principio è salvo, e nel contempo si possono legittimare gli interventi repressivi o le stigmatizzazioni ideologiche nei confronti dell'Altro”.
    Sulle modalità di trattazione del fenomeno immigrazione, Lodigiani [4] rileva che nei quotidiani Corriere della sera e Giornale di Brescia - studiati nel quinquennio 1990-'94 - “la maggior parte degli articoli è costituita dai servizi di cronaca. Complessivamente molto poche sono le inchieste di approfondimento e ancor più rari gli articoli di commento e le interviste ai soggetti direttamente coinvolti. (...) Emerge una scarsa tendenza alla tematizzazione e alla contestualizzazione critica degli eventi, aspetti cruciali per promuovere un'adeguata comprensione del fenomeno. Particolarmente significativa è l'assenza della voce diretta degli immigrati; (...) molto raramente si fa ricorso alla loro diretta testimonianza. Ciò evidentemente ostacola la diffusione di un punto di vista differente, o quantomeno la costruzione di una rappresentazione del fenomeno non univoca. Sporadico risulta anche il ricorso a testimoni privilegiati che intrattenendo rapporti continuativi con gli immigrati potrebbero gettare luce sul loro complesso mondo”.

    2. Ricerca sull'immagine dell'immigrazione sulla stampa italiana
    La ricerca condotta fra il 1998 e il 1999 prosegue sul cammino tracciato dall'indagine di Mansoubi e degli altri studiosi. Essa ha come obiettivo di cogliere l'immagine che la stampa italiana trasmette dell'immigrazione e degli immigrati provenienti dai paesi non appartenenti all'Unione europea. Lo studio si colloca nell'ambito di una serie di indagini promossi dal Centro Studi Interculturali (Cis) dell'Università di Verona, il quale ha lo scopo di promuovere e costituire supporti scientifici, culturali e strumenti metodologico-didattici nel campo dell'educazione e dell'istruzione in una società pluralistica e multiculturale. Fra gli obiettivi fondanti del Centro vi sono quelli dell'educazione, dell'istruzione, della consulenza, della ricerca e della formazione interculturale, in ambito scolastico e della extrascuola. Delle ricerche del Cis, va ricordato lo studio sui libri di testo adottati nella scuola elementare [5].
    Lo studio sui mass media condotto negli anni 1998 e 1999 apporta due contributi ulteriori rispetto alle indagini di Mansoubi e degli altri ricercatori. Il primo contributo è di aggiornare l'indagine, considerato che gli studi più importanti sul piano scientifico si riferiscono al periodo 1978-'87 (Mansoubi, pubblicato nel 1990): in quell'arco di tempo l'immigrazione si sviluppò fino a diventare un elemento ben visibile e strutturale della società italiana. Un altro studio è dell'anno 1991 (Grossi, pubblicato nel 1995): allora l'esodo di cittadini originari dell'Albania, inizialmente accolti come "fratelli", mise l'Italia davanti alla "emergenza immigrati". Quanto all'analisi di Lodigiani, essa è più vicina a noi (dal 1990 al 1994), ma studia soltanto gli articoli di cronaca locale comparsi su due giornali lombardi.
    Il secondo contributo della ricerca condotta nel 1998-1999 attiene al diverso campo d'indagine trattato rispetto al passato. Essa studia il rapporto immigrati-stampa italiana analizzando la principale fonte di notizie dei giornali italiani: l'agenzia di informazioni Ansa, alla quale attingono tutti i mezzi di comunicazione italiani (Tv, radio, giornali, nuovi media elettronici). L'agenzia viene letta in tutte le cancellerie internazionali e nei palazzi italiani e stranieri sedi delle maggiori istituzioni.
    Studiare l'agenzia Ansa vuol dire andare alla fonte dell'informazione italiana. L'agenzia fissa per i giornalisti di radio, Tv, stampa su carta e stampa "on line" l'agenda degli avvenimenti su cui scrivere. Essa presenta le notizie da offrire ai lettori e agli ascoltatori. L'Ansa produce la gran parte delle informazioni diffuse dai giornali; e costituisce un riferimento da cui nessuna testata giornalistica può prescindere.
    Le risposte risultanti dalla ricerca possono essere estese alla maggior parte dei mass media italiani, proprio in virtù del ruolo che l'agenzia italiana di informazioni riveste. Secondo Sergio Lepri, ex-direttore dell'agenzia Ansa e studioso di giornalismo, “la metà delle notizie che appaiono sui quotidiani sono tratte dall'Ansa” [6]. L'influenza sulla stampa italiana non si ferma comunque a questo. Le altre notizie e i servizi giornalistici che compaiono sui quotidiani, i settimanali e in televisione sono influenzati dai dispacci (chiamati dai redattori "lanci") dell'agenzia di stampa: ad essa fanno sempre riferimento i responsabili editoriali dei giornali italiani. L'Ansa svolge la funzione di agenda setting delle testate giornalistiche [7].
    Il ruolo dell'Ansa si è andato ampliando con l'avvento dei "nuovi media": giornali sul Web, siti Web di informazione non legata ad aziende editoriali, televisioni satellitari tematiche, notizie diffuse attraverso i display dei telefoni cellulari. Le "testate on-line" e i siti di informazione riprendono i dispacci diffusi dall'Ansa e li adattano ai nuovi media, a dimostrazione dell'incidenza che questa fonte di notizie esercita anche nel giornalismo elettronico.

    2.1. Il campo d'indagine: l'agenzia Ansa
    Sono stati analizzati i 1489 dispacci d'agenzia diffusi dall'Ansa nel periodo 22 luglio-19 settembre 1998; l'analisi è stata poi ripetuta in altri due periodi, distanziati di alcuni mesi dalla Prima Fase della ricerca: 18-31 dicembre 1998 (Seconda Fase, 169 dispacci) e 11-19 gennaio 1999 (Terza Fase, 198 dispacci). Nel complesso sono stati classificati e studiati 1856 documenti Ansa. L'analisi è stata condotta giorno per giorno su tutti i dispacci inviati per via telematica ai giornali abbonati ed etichettati con il titolo "immigrazione". Con questo titolo l'agenzia ha collocato la pubblicazione di notizie, servizi, inchieste riferiti all'immigrazione, sia essa regolare o clandestina.
    Si è scelto di avviare la Prima Fase della ricerca (22 luglio-19 settembre 1998) a causa dell'esplodere dell'"emergenza immigrazione", come venne definita dai giornali, dalle radio e dalle Tv. L'emergenza fu determinata da una serie di sbarchi di clandestini sulle coste del Sud d'Italia, nell'estate del 1998. Un fenomeno che nel prosieguo di quel 1998, nel 1999 e negli anni successivi è andato ripetendosi.
    Lo studio della comunicazione e della routine giornalistica mostra come nei momenti delle emergenze e di fronte ai grandi avvenimenti, i mezzi d'informazione si prestino più facilmente a rivelare il loro impianto ideologico, professionale e il modo di operare. L'approfondimento sereno, pacato, di un fenomeno o di un avvenimento può mascherare la vera posizione di un giornale: molti quotidiani, ad esempio, hanno l'abitudine di mettere a confronto sulla stessa pagina le opinioni di editorialisti di diverso orientamento. La fretta, l'ansia di essere sulla notizia, la necessità di non sfigurare di fronte alla concorrenza sono invece le condizioni ideali per rivelare la trama culturale, ideologica, professionale di cui è sostanziato il lavoro quotidiano di una redazione.
    L'estate del 1998 fu soprannominata dai giornali "la calda estate dei clandestini". Essa, vista dalla prospettiva dell'agenzia Ansa, ha offerto il materiale per analizzare l'immagine dell'”Altro” proposta dai mass media e ha sollecitato alcuni spunti di riflessione. Il clima di quella "calda estate" si presta poi ad essere rivissuto ogni altra volta che i mari e il clima consentono nuovi sbarchi: è accaduto nell'ottobre del 1998, nel dicembre successivo e nel gennaio 1999. Quel clima torna ogni volta che gli avvenimenti, sempre presentati sotto la voce “emergenza”, catalizzano sugli immigrati l'attenzione dei mass media. Lo stanno a dimostrare i casi di terrorismo e di criminalità che vedono coinvolti cittadini di origine straniera.
    La scelta di avviare una Seconda Fase della ricerca (18-31 dicembre 1998) è stata determinata da una ripresa dell'interesse dei mass media verso il fenomeno immigrazione. Il primo periodo della ricerca si era infatti concluso con pochi dispacci di agenzia; e il fenomeno della clandestinità era scomparso dagli articoli di giornale.
    L'apertura di una Terza Fase della ricerca (11-19 gennaio 1999) è nata dall'osservazione di un'ulteriore punta elevata di attenzione dell'Ansa e dei giornali verso il fenomeno immigrazione. In concomitanza con quella ripresa dell'interesse dei mass media, veniva poi affermata l'equazione “immigrati uguale criminalità”. Si trattava di un'equazione dichiarata senza specificare se gli immigrati citati fossero clandestini o regolari, senza approfondimenti sulle ragioni della devianza e senza confronti con la criminalità italiana.
    Oggi nessuno più afferma l'equazione "immigrazione uguale a criminalità", anche in considerazione delle reiterate smentite giunte dalle più alte cariche dello Stato. Tuttavia quell'equazione si ripresenta sotto altre vesti: "immigrazione clandestina uguale a criminalità" oppure nella formulazione “fedele islamico uguale a terrorista”.

    2.2. Aspetti metodologici della ricerca
    Nella ricerca si è fatto uso sia del metodo di valutazione quantitativo che di quello qualitativo. Per quanto riguarda la definizione di quei metodi, si è rinviato a quanto scritto da Bailey [8]: “Definiremo la misurazione come il processo attraverso cui si determina il valore o il livello, sia qualitativo che quantitativo, di un particolare attributo per una particolare unità d'analisi. La misurazione non si limita pertanto ad una specificazione numerica o quantitativa, ma può essere anche qualitativa. Alle rispettive categorie degli attributi qualitativi vengono assegnate denominazioni e non numeri. Qualsiasi attributo che misuriamo con numeri sarà denominato attributo o variabile quantitativa. (...) Le categorie delle variabili qualitative possono essere anche etichette con numeri piuttosto che con nomi, ma i numeri non hanno le proprietà del sistema numerico e non potranno pertanto essere sommati, sottratti, divisi o moltiplicati. (...) La sola operazione numerica che può essere effettuata su variabili qualitative è il calcolo delle frequenze, ossia della percentuale di casi che cadono in ciascuna categoria”.
    Inoltre si è tenuto conto delle esperienze di Portera [9]: “Pur riconoscendo l'importanza o la necessità di ricerche di tipo statistico-matematico per determinati settori d'indagine, (...) per potere far emergere nel modo più esatto e differenziato possibile i vissuti, i conflitti e le risorse dei singoli soggetti con esperienza migratoria, al meno fino ad oggi, a mio avviso, è da ritenere più appropriato un metodo di ricerca di tipo qualitativo”.
    Nell'analisi dei documenti dell'Ansa, il metodo quantitativo è stato usato per verificare la curva di attenzione, ovvero l'interesse verso il fenomeno immigrazione, misurabile in numero di dispacci di agenzia per ogni giorno analizzato. Il metodo quantitativo ha consentito di trarre alcune conclusioni su quanto la stampa sia sensibile al mutare della società di cui dovrebbe essere brava narratrice e indagatrice [10].
    Nella ricerca, la misurazione della curva di attenzione è stata applicata ai 1489 documenti dell'Ansa della Prima Fase (22 luglio-19 settembre 1998), sulla base del fatto che l'agenzia di stampa riflette con ampia attendibilità l'attenzione prestata anche dagli altri mezzi d'informazione. Non si è ritenuto di misurare la curva di attenzione durante gli altri due periodi: l'obiettivo della ricerca nella Seconda e Terza Fase è stato infatti di misurare la tipologia e l'argomento dei documenti informativi di agenzia, più che il loro andamento sul piano quantitativo.
    La misurazione quantitativa dei documenti dell'agenzia Ansa è avvenuta nei seguenti modi: a) calcolando il numero dei dispacci per ognuno dei giorni considerati; b) calcolando, sempre per ogni giorno, il numero dei dispacci relativi agli immigrati irregolari e agli immigrati regolari; c) calcolando, ogni giorno, i dispacci relativi a notizie provenienti dall'estero; d) calcolando dei sub-totali ogni sei giorni di ricerca e registrando un totale generale alla fine dell'indagine, per poi trasformare i numeri in dati percentuali.
    Il metodo qualitativo è stato applicato ai dispacci dell'agenzia Ansa per analizzarne il contenuto. L'analisi è avvenuta con l'ausilio di una griglia di lettura, "necessaria per evidenziare le principali aree tematiche affrontate e sistematizzare le informazioni raccolte" [11]. La griglia di lettura è stata il frutto di un'originale elaborazione sulla base delle griglie di lettura adottate negli studi di Grossi [12] e di Lodigiani [13]. L'elaborazione è stata fatta sia in funzione delle finalità di questa ricerca, che in relazione alle classificazioni tradizionali del giornalismo. L'analisi del contenuto è stata quindi applicata a tutte e tre le fasi della ricerca, in modo da verificare l'evoluzione della tipologia giornalistica e degli argomenti dei documenti dell'Ansa.
    Con la griglia di lettura i dispacci dell'Ansa sono stati divisi in due sezioni: quelli relativi agli immigrati regolari e quelli relativi agli immigrati irregolari (o clandestini). La griglia di lettura ha poi classificato la tipologia dei documenti pubblicati: notizia breve di cronaca (racconto di un certo avvenimento che si esaurisce in poche righe e in uno o due brevi documenti), servizio o reportage (approfondimento condotto su più documenti), comunicato e dichiarazione ufficiale (le posizioni di un ente, un'associazione, un'istituzione, un uomo politico o un personaggio istituzionale, rese per iscritto o a voce), inchiesta (un'indagine accurata su un certo fenomeno o complesso di fenomeni, corredata da dati, statistiche e testimonianze autorevoli).
    Infine la griglia di lettura è stata applicata agli argomenti dei dispacci di agenzia. Oltre alla suddivisione fra immigrati regolari e irregolari (i clandestini), si è applicata una classificazione dei documenti così articolata: la parola ai protagonisti, storie di immigrazione (dichiarazioni dalla viva voce degli immigrati, che hanno avuto modo di far sentire le loro avventure e le loro idee); eventi di cronaca bianca (lavoro, sanità, economia, sociale, scuola, integrazione, religione, famiglia, rapporto Nord-Sud del mondo), progetti di intervento (di accoglienza degli immigrati, di “difesa” dell'Italia, di aiuti e accordi con gli Stati di origine degli immigrati, di modifica delle normative, polemiche e proposte di soluzioni), sanità e salute degli immigrati (situazione, problemi), eventi di cronaca nera (droga, risse, furti scippi e rapine, violenza sessuale, prostituzione, sfruttamento di lavoro minorile e riduzione in schiavitù, arresti e processi, ordine pubblico), proteste degli immigrati (manifestazioni pacifiche e non), reazioni dei cittadini (di rifiuto o di accoglienza), commenti sull'informazione (fatti, dichiarazioni, polemiche sul rapporto mass media e immigrazione).

    3. I risultati della ricerca
    La misurazione quantitativa dei dispacci di agenzia porta a concludere che l'Ansa offre il quadro di un'immigrazione quasi tutta clandestina. Il 92% dei dispacci ha come protagonisti gli immigrati irregolari: sbarcati sulle nostre coste, arrivati dai confini con la Francia o con la Slovenia, protagonisti di fatti di cronaca spesso violenta. L'attenzione è concentrata sui clandestini anche nelle notizie provenienti dall'estero: il 98% riguarda gli irregolari (i sans papier francesi, ad esempio, o le notizie di sbarchi in Spagna o di ingressi di clandestini in Inghilterra e Austria). Gli immigrati regolari, con permesso di soggiorno, con un lavoro e/o con famiglia al seguito, sono poco presenti nei dispacci dell'agenzia. Essi, secondo le valutazioni dei giornali, “non fanno notizia”; la "notiziabilità" [14] di simili figure è considerata molto bassa.
    Dall'osservazione del periodo 22 luglio-14 agosto 1998 della Prima Fase della ricerca emerge che esso raccoglie la maggior parte dei documenti dell'Ansa riguardanti gli immigrati "irregolari": 1015 documenti, il 68% dei 1489 dispacci trasmessi complessivamente ai giornali. In quel periodo 22 luglio-14 agosto si registra l'emissione del 58% di tutti i dispacci pubblicati sugli sbarchi dei clandestini sulle nostre coste; e il 68% di tutti i dispacci su fatti di cronaca nera che vedono coinvolti gli immigrati. Dalla tipologia dei documenti (notizia breve di cronaca, comunicato o dichiarazione ufficiale, servizio o reportage, inchiesta), risulta infine che il periodo 22 luglio-14 agosto 1998 raccoglie il 61% delle notizie brevi di cronaca.

    Alla luce di questi dati è possibile formulare una prima conclusione: l'informazione dell'Ansa sugli immigrati è concentrata quasi esclusivamente sugli “irregolari” (i clandestini) e sui loro comportamenti illegali: ingresso irregolare in Italia o coinvolgimento in fatti delittuosi. L'informazione si esprime soprattutto attraverso brevi notizie di cronaca, senza concedere spazio all'approfondimento attraverso servizi o inchieste. Va fatto osservare che nel fornire un'informazione orientata soprattutto verso i clandestini, le fasce povere, i soggetti devianti, l'Ansa presenta i più poveri fra poveri, i più devianti fra i devianti. In questo modo essa accresce la connotazione negativa del fenomeno.
    Sui 1015 dispacci di agenzia relativi agli immigrati irregolari, il 46% è di notizie brevi di cronaca e il 21% è di servizi. Secondo i dati sulla tipologia dei documenti informativi pubblicati dall'Ansa e relativi ai clandestini, nella Prima Fase della ricerca solo il 14% è formato da servizi o reportage e solo il 2% dei lanci è costituito da inchieste; il quadro migliora di poco nella Seconda Fase della ricerca (18-31 dicembre 1998) portando i servizi salgono al 22% dei dispacci di agenzia mentre le inchieste si riducono all'1%. Infine, nella Terza Fase della ricerca (11-21 gennaio 1999) i servizi o reportage sono il 15% dei dispacci dell'Ansa e non vi sono inchieste.
    Quanto alla tipologia dei dispacci pubblicati sugli immigrati irregolari, in tutti i casi osservati i comunicati e le dichiarazioni ufficiali (29% nella Prima Fase, 29% nella seconda e 33% nella terza) costituiscono circa un terzo dell'informazione veicolata dall'agenzia. Questo significa che tre documenti informativi su 10 riportano pareri, proposte, critiche, progetti, osservazioni di partiti, istituzioni, governanti, associazioni. E' la voce di ha già voce e potere rispetto ai diretti interessati, gli immigrati, che non hanno né potere né voce. Gli immigrati parlano nell'1% dei dispacci della Prima Fase della ricerca, nel 2% della Seconda Fase, e nell'1 per cento della Terza Fase della ricerca.
    Nei dispacci sugli immigrati “regolari”, trasmessi durante le tre fasi studiate, vi è ancora una netta prevalenza delle notizie di cronaca breve: nella Prima Fase costituiscono il 38% dei dispacci; nella Seconda Fase il 45%; mentre nella Terza Fase della ricerca prevalgono (67%) i comunicati e le dichiarazioni ufficiali. Servizi e inchieste calano progressivamente nelle tre fasi dal 34% al 22%, all'8% dei documenti dell'Ansa. Per quanto riguarda gli argomenti dei dispacci d'agenzia, essi sono concentrati sui progetti d'intervento, sugli eventi di cronaca bianca e su quelli di cronaca nera.

    La seconda conclusione della ricerca integra la prima: l'informazione dell'Ansa - e quindi dei mass media italiani - non fa mai parlare i diretti interessati, i cittadini immigrati di origine straniera. Essa non si occupa dei problemi, della cultura, dell'ambiente di vita e delle richieste dei soggetti della migrazione (irregolari o regolari che siano). Il risultato è che dai giornali italiani poco sappiamo di quei cittadini, che rappresentano il 3 per cento della popolazione italiana e sono destinati a crescere. Questa conclusione coincide con quanto scrive Grossi [15]: “Gli immigrati sono presenti soprattutto in notizie di cronaca nera e di cronaca bianca oppure in articoli focalizzati sulle polemiche politiche (tra i partiti) o sulle risposte istituzionali (in termini di accoglienza o repressione); mentre solo in pochi casi si parla direttamente della loro identità culturale, etnica o religiosa o anche delle loro semplici manifestazioni pubbliche, siano esse sociali o politiche”.
    Nella ricerca sull'Ansa, su 1856 documenti analizzati vi sono due soli dispacci (concentrati nella Terza Fase) che parlano di fatti inerenti alla cultura degli immigrati, e segnatamente di quella religiosa: in un dispaccio si parla dell'inizio del Ramadan, dando notizia di una preghiera in piazza a Torino; nell'altro di una fabbrica che cambia i turni di lavoro per consentire ai lavoratori musulmani di osservare il digiuno. La cultura, le abilità, i problemi di inserimento e di accoglienza non sono trattati dai dispacci di agenzia. La figura dell'immigrato emerge, in alcuni casi, sotto una luce positiva solo quando si tratta di soggetti che rispondono alle necessità dell'economia italiana; che sono funzionali agli interessi degli autoctoni.
    Come afferma ancora Grossi [16], “ci troviamo dunque di fronte a un'informazione molto schiacciata sugli eventi contingenti - e su quelli più sensazionali ed emotivi connotati in termini di conflitto, emarginazione eccetera - e poco propensa non solo all'inchiesta e all'approfondimento del fenomeno immigratorio ma anche alla sua semplice problematizzazione secondo diversi punti di vista. L'immigrato infatti fa notizia soprattutto se è coinvolto in episodi di cronaca nera o è oggetto dell'azione istituzionale; raramente diventa protagonista del reportage giornalistico in quanto espressione di un mondo, di una cultura, di un vissuto diverso che viene a contatto con la nostra realtà”.
    Nei dispacci dell'Ansa non figurano in modo significativo neppure le reazioni dei cittadini verso l'immigrazione, sia essa intesa come risorsa o come problema. La voce degli autoctoni trova poco spazio sui giornali; quando lo trova è solo in risposta ad eventi legati alla delinquenza o a problemi di sicurezza. I mass media non si occupano delle relazioni fra autoctoni e immigrati; dei problemi di convivenza e di interazione; dei progetti e degli sforzi di accoglienza e di integrazione fra culture.
    Dalla ricerca sull'agenzia di stampa italiana sono emersi soltanto 15 dispacci (di cui 14 nella Prima Fase) relativi alle reazioni dei cittadini verso i cittadini stranieri: lo 0,008% dei 1856 documenti informativi complessivamente esaminati. Tutti quei 15 dispacci hanno trattato fatti riguardanti immigrati “irregolari”: dichiarazioni estemporanee, sfoghi, ansie e sogni espressi in occasione degli sbarchi di clandestini.
    Se si passa poi al ruolo e al “valore economico” dell'immigrato, l'Ansa ne tratta in qualche dispaccio e soltanto quando il lavoratore svolge mansioni rifiutate dagli italiani. Un modo per fornire un'immagine con tratti squalificanti il ruolo dell'immigrazione nel panorama produttivo nazionale. Questo a conferma di quanto scrive Mansoubi [17]: “L'immagine (funzionale) di immigrato come lavoratore stenta ad affermarsi; tendono a prevalere le sub-immagini di povero, affamato, diseredato, ecc. per un verso; di dedito ad attività illecite, e comunque di potenziale recluta della criminalità comune o organizzata, per l'altro”.
    Ci si chiede allora cosa dovranno fare gli immigrati per far sentire la loro voce, la loro cultura, le loro esigenze. Mansoubi [18] a conclusione della sua ricerca sulle pagine della Nazione, quotidiano di Firenze, avanza una proposta: “La vera posta in gioco è la creazione e crescita di una soggettività senza mediazione alcuna di lavoratori immigrati e delle popolazioni allogene in genere; di un protagonismo autonomo in grado cioè di contrattare collettivamente le condizioni dell'inserimento nella società ricevente, erigendosi in interlocutore credibile delle istituzioni dello Stato-nazione da un lato, e delle forze sociali e politiche autoctone dall'altro. In assenza di una vera protezione da parte dei governanti degli Stati di origine, e dovendo subire un trattamento discriminatorio nel paese di accoglimento, soltanto una forza organizzata e di massa dell'immigrazione terzomondiale sarà in grado di opporsi alla perenne delegittimazione e al ricatto istituzionalizzato, ritagliandosi, al contempo, un ruolo da protagonista nell'epocale processo di denazionalizzazione che investe le vecchie società nazionali”.

    Ecco quindi la terza conclusione della ricerca: l'informazione dell'Ansa sugli immigrati ignora l'identità culturale e la valenza economica dell'immigrazione; non considera meritevole di attenzione il rapporto fra immigrati e autoctoni, e trascura il problema dell'accoglienza. Essa non considera il dialogo e l'accoglienza meritevoli di attenzione: lo conferma il fatto che l'informazione sull'immigrazione “regolare” varia in quantità (lo testimonia la “curva dell'attenzione”) in diretta proporzione con il variare del numero dei dispacci sugli immigrati “irregolari”. Quando s'intensificano i dispacci dell'Ansa sui clandestini, allora salgono anche i dispacci sugli immigrati con permesso di soggiorno; quando cala l'attenzione verso i clandestini, allora cala anche l'attenzione (peraltro già ridotta) verso i regolari. Dall'altro lato, a conferma di quanto osservato, va fatto notare che la curva dell'attenzione verso gli immigrati irregolari sale quando vi sono più notizie di cronaca nera e soprattutto quando le notizie riguardano sbarchi o arrivi illegali. Sono infatti gli sbarchi dei clandestini a far scattare quella che i giornali (e l'Ansa) chiamano l'emergenza immigrazione.

    Dopo due di mesi di scarsa attenzione verso il fenomeno immigratorio, il 20 dicembre (Seconda Fase della ricerca) il numero dei dispacci diffusi dall'Ansa riprende a salire. Anche in questo caso, grazie ai nuovi arrivi di clandestini. Titola l'Ansa da Lecce “Immigrazione: sbarchi in massa, di nuovo emergenza in Salento”. Cosa vuol dire emergenza? Il sostantivo “emergenza” deriva dal verbo “emergere”, la cui origine latina suona, per una curiosa coincidenza con gli sbarchi dal mare, così: ex- (fuori) e mergere (tuffare). Quanto ai significati: “1) affiorare da un liquido, venire in superficie; 2) venir fuori, mostrarsi al di sopra, apparire; 3) risultare, manifestarsi con chiarezza, con evidenza”. Marletti [19] sottolinea che giornali e Tv, “finiscono per concentrare i riflettori soltanto su alcuni casi, magari scelti occasionalmente e non rappresentativi, mentre trascurano l'approfondimento e la tematizzazione degli aspetti strutturali del fenomeno. E poiché è molto difficile mantenere un tema in agenda soltanto a forza di casi sensazionali ed eventi emblematici, la curva di attenzione del pubblico finisce per svilupparsi attraverso una continua alternanza di 'su' e 'giù', di momenti di drammatizzazione eccessiva e di momenti di quasi completa rimozione dei problemi e del modo di affrontarli”.

    Possiamo allora arrivare alla quarta conclusione: l'immigrazione acquista evidenza sulla stampa italiana solo quando si fa “emergenza”. Se non costituisce un problema, una minaccia, un pericolo di invasione e di attentato alla nostra sicurezza, l'immigrazione è passata sotto silenzio. Il comportamento dei mass media italiani rivela la tendenza al sensazionalismo, alla spettacolarizzazione e alla drammatizzazione dell'informazione più volte denunciata da esponenti delle istituzioni e dagli addetti ai lavori. “La sensazione è che i giornali siano diventati così tanto autoreferenziali da poter fare a meno anche della realtà che invece dovrebbero descrivere. Il racconto non parte più dai fatti, ma da quello che si vuole raccontare e i fatti devono adeguarsi. L'accuratezza, la corretta rappresentazione, la completezza, la serietà, la forma, l'onestà sono vissute ormai come nemiche. Trionfano, invece, la superficialità, la sciatteria, l'ignoranza, l'arroganza, la faziosità”, scrive Gian Maria Fara, presidente di Eurispes, in un articolo pubblicato il 27 gennaio 2002 sul sito del “Barbiere della Sera” (www.barbieredellasera.com), rivista on-line dedicata al mondo dei giornali.

    Sensazionalismo, spettacolarismo, dramma hanno maggior presa sul pubblico per varie ragioni. Innanzi tutto perché tendono a divertire, con la loro componente di spettacolo che avvicina radio, Tv e giornali più a dei teatrini che a mezzi di comunicazione di massa adulti. In secondo luogo perché influenzano un pubblico che non ha una conoscenza diretta degli avvenimenti e quindi soggiace alle influenze e alle manipolazioni dei mass media. L'influenza si esercita soprattutto verso talune fasce della popolazione: quelle meno istruite e/o più avanti con l'età, che non hanno gli strumenti concettuali e la cultura per filtrare le notizie. Si tratta di lettori, ascoltatori, telespettatori che non hanno neppure modo di diversificare le fonti di informazione, di cercare canali informativi diversi da confrontare. Quei lettori, quegli ascoltatori non si possono permettere di leggere differenti giornali, di ascoltare Tv tematiche satellitari di approfondimento e di avere a disposizione testate giornalistiche on-line. E non hanno neppure la possibilità di attingere a conoscenze dirette e a letture documentate sui temi affrontati dai mass media.

    La quarta conclusione può essere considerata la risposta ai primi due temi della ricerca: come si pone la stampa quotidiana italiana di fronte al fenomeno immigrazione; e quali sono i fatti legati all'ingresso di immigrati in Italia, cui la stampa dà rilievo. Mansoubi [20] spiega perché questo accada: “L'effetto immediato di una simile rappresentazione sarebbe una costante rimozione del dato fondamentale per cui anche l'Italia, alla pari con il resto dell'Occidente industrializzato, è divenuta un paese importatore di manodopera. Se ciò mostra, da una parte, in quale misura l'autoimmagine di un paese terra di emigranti sia tutt'ora profondamente radicata e che condizioni l'immaginario nazionalitario in modo tale da impedirgli di accettare spontaneamente e senza traumi una svolta carica di un rilevante significato, anzitutto simbolico, nella storia d'Italia; d'altra parte, questa rimozione equivarrebbe al rifiuto implicito dell'apertura sociale e culturale verso il mondo esterno (specie il Terzo Mondo) e le sue contraddizioni, apparsa ai più come inaspettata, fulminea e massiccia. Di qui la tendenza (...) a privilegiare l'idea di un'Italia costretta a subire/accogliere l'esodo del cosiddetto Sud del mondo, di un'Italia esposta all'invasione dell'esercito di affamati e perseguitati, di un'Italia in qualche modo vittima, insomma”.

    4. L'immagine dell'immigrato “extracomunitario”
    La lettura critica dei 1856 dispacci dell'Ansa diffusi dall'agenzia nelle diverse fasi della ricerca fornisce la risposta all'altro interrogativo posto dalla ricerca: quale immagine i mass media veicolino dell'”Altro”, dello straniero, dell'immigrato, della persona portatore di una diversa cultura o di una differente religione.
    Dai dispacci dell'Ansa emergono più figure d'immigrato. Nella Prima Fase della ricerca l'invasione dell'Italia da parte degli immigrati pare imminente: l'"Altro" immigrato è considerato (si citano testualmente le valutazioni emerse) “sporco, povero, bugiardo, incline alla violenza e all'illegalità”. Egli ha “qualcosa di minaccioso ed è fonte di disagi e di disturbi”: non solo per l'industria turistica di Lampedusa (uno dei luoghi di sbarco), che rischia di veder compromessa la sua immagine, ma per tutto il sistema italiano. L'immigrato è esclusivamente clandestino; ed è qualcosa di ”nero, di malato: è contagioso e pericoloso come la peste”. E' una minaccia anche per la nostra salute? si chiede la ricerca, stante alcuni allarmi lanciati su questo punto dai mass-media. La domanda resta sospesa in un paio di dispacci della Prima Fase dello studio, e non sarà più riproposta.
    L'immigrato – emerge ancora dalla lettura critica dei documenti dell'Ansa - è “invadente, viene a sporcare qualcosa di nostro; colpevole della sua miseria tenta di toglierci la sicurezza che ci siamo duramente conquistati”. Il quadro che si presenta è questo: “Si muove sempre in gruppo. Non ha ritegno: entra nel nostro spazio senza bussare e siamo anche costretti a spendere danaro per rifocillarlo. Se poi riesce a scappare dai centri di accoglienza e ad entrare nelle nostre città, di sicuro ci porta nuovi problemi. C'è qualcuno che pensa che l'immigrato abbia “anche” dei diritti; ma è poi vero e giusto?”.
    “Vuoti di analisi, assenza di approfondimento, copertura spesso di routine, scarsa attitudine alla descrizione del contesto, sono tutti elementi della trattazione giornalistica che ricorrono stabilmente, quando non convivono anche con strategie simboliche che penalizzano (vedi Islam) quelle stesse realtà socioculturali che sarebbe nell'interesse di tutti conoscere bene per poter dialogare e interagire con esse” [21].
    La lettura critica dei dispacci d'agenzia rivela che “quando è solo, quando è inoffensivo, quando è morto l'immigrato ci fa commuovere. Poveraccio, ne deve aver passate delle belle per farsi un viaggio di quel genere su un gommone e morire in terra straniera”. L'immigrato ci commuove anche quando è assieme alla sua famiglia: “I suoi bambini, poi, non hanno colpa di essere nati in una famiglia povera e stracciona. I bambini, anche se immigrati, sono degli angioletti: hanno negli occhi orrori e miserie, poverini; del resto non è colpa loro se gli adulti della loro nazione vivono nella povertà e nella miseria”.
    Si coglie in questi esempi quella che Belluati [22] definisce “un'eccessiva personalizzazione dell'argomento a scapito di un inquadramento più universalistico del fenomeno; il discorso sull'argomento rimane prevalentemente incentrato sulla singola storia o il singolo episodio di cronaca mentre il tema nel suo inquadramento generale viene affrontato solo eccezionalmente, rimanendo sostanzialmente sullo sfondo. Questa tendenza produce come effetto perverso quello di far percepire la dimensione immigratoria esclusivamente come individualistica, mentre rimane poco conosciuto un riferimento alla globalità e alla strutturalità del fenomeno”.
    Quest'osservazione coglie uno degli aspetti della routine giornalistica. Per fronteggiare la concorrenza della Tv, i giornali quotidiani si sono avvicinati, nello stile giornalistico, alle riviste settimanali. Hanno scelto di arricchire i propri contenuti di articoli e argomenti che un tempo erano propri dei rotocalchi. Nel fare questo i quotidiani hanno acquisito soprattutto il taglio tipico dei rotocalchi popolari: le storie personali, curiose, cariche di emozioni e capaci di far leva sui sentimenti più elementari (e talvolta meno nobili) dei lettori; le vicende accattivanti per la loro singolarità, perché “si fanno leggere”. Si tratta di un giornalismo paraletterario che non porta alla conoscenza ma alle romanzate.
    Non si è invece seguita la strada dei migliori settimanali, quella dell'inchiesta, dell'approfondimento, dell'indagine sui temi che pure interessano i lettori: economia, politica, cronaca sociale, cronaca giudiziaria, cronaca sociale e di costume legate in maniera diretta o indiretta alle migrazioni. Settori di indagine che andrebbero affrontati con una solida preparazione e con la volontà di smascherare i retroscena, gli intrighi; di sviscerare i problemi e di individuare le possibili soluzioni.
    Quando i dispacci di agenzia (e i giornali) si occupano della figura del singolo immigrato, l'atteggiamento va in una sola direzione: se egli con la sua famiglia si ferma in una nostra città, va a lavorare in fabbrica o nei campi; se non crea problemi, non viola le leggi, allora può meritare di stare nel nostro territorio. Di quell'emigrato non conosciamo la cultura, l'identità, non sappiamo chi sia, ma sappiamo che può essere utile. Citando le valutazioni emerse dalla ricerca, egli (o ella) ”fa i lavori che noi non facciamo più, i più umili. Ed è anche giusto, perché è lui ad essere venuto qui, non siamo stati noi a chiamarlo”. L'immigrato viene considerato in alcuni casi funzionale alla criminalità: “Sa essere violento, delinquente, e quindi naturalmente portato a violare le nostre leggi e la nostra sicurezza. Del resto è nato nella miseria, riesce a vivere con altre decine di suoi simili in poche stanzette senz'acqua: cosa ci si può aspettare da gente che vive così? Solo che sia preda della malavita”.
    Dalla lettura critica dei dispacci di agenzia della Seconda Fase della ricerca (18-31 dicembre 1998), emerge che l'immigrato fa ancora tenerezza quando ha le sembianze di un bambino, di un vecchio, di una donna incinta, o quando è morto. Ma è già qualcosa di più pericoloso di quanto si credeva solo pochi mesi prima: “E' veicolo di criminalità, di traffici illegali, di violenza, visto che adesso vi sono sbarchi di gente che viene dalla zona della guerra civile, il Kosovo. E' sempre più minaccioso, invadente, pericoloso, clandestino. Non ha voce e non può averne”. Alcune cariche istituzionali - come il governatore di Bankitalia, Fazio, come l'allora presidente della Repubblica, Scalfaro - affermano che “l'immigrato è una ricchezza, che va accolto”. Tuttavia i mass media lo considerano una ricchezza, un "Altro" da accogliere e con cui dialogare “solo se fa il suo lavoro, è integrato, è a posto, come nell'esempio degli immigrati del Friuli. Il fatto che sia musulmano crea qualche problema per via del Ramadan, ma tutto sommato lo si può anche sopportare, visto che la sua presenza è funzionale alla produzione industriale”.
    Nella Terza Fase della ricerca (11-21 gennaio 1999), avviene un mutamento importante nell'atteggiamento dei mass media. Milano registra una serie di omicidi addebitati a bande di criminali immigrati, alla violenza che viene da fuori. “L'immigrazione porta inevitabilmente criminalità”, sostengono alcuni dispacci dell'Ansa e molti giornali quotidiani. Si sostiene sui mass-media di quel periodo che “l'immigrato è fonte di atti delittuosi, di comportamenti devianti, di insicurezza per le nostre città; attenta all'ordine pubblico ed è il colpevole di quasi tutti i furti, le rapine, le violenze delle nostre città. Immigrazione vuol dire ormai solo criminalità, problemi, pericoli, insicurezza. Sono immigrati i piccoli delinquenti, responsabili dell'aumento della microcriminalità; e sono immigrati i grandi delinquenti (le persone originarie dell'Albania ed etichettate come “Albanesi” e quelle del Nord-Africa)”.
    Questo appena tracciato è il quadro dell'immigrazione offerto dall'agenzia Ansa e dai mass media italiani durante l'arco di tempo occupato dalla ricerca. L'immigrato è un ”Altro” estraneo, diverso, incomprensibile, non meritevole di attenzione, di conoscenza, di accoglienza e di dialogo. L'Altro non ha niente di buono, di positivo con sé; è una minaccia alla nostra sicurezza; ha caratteristiche che possono portarci a compiangerlo; e ha i connotati della delinquenza.
    In queste conclusioni della ricerca vi sono motivi di riflessione per gli studiosi di Pedagogia interculturale; per chi è impegnato nella scuola e nelle agenzie educative ad insegnare il valore del dialogo, dell'incontro, del rispetto fra le culture e fra le persone di diversa origine. Fa riflettere anche il fatto che dal 1998 ad oggi non vi siano state modifiche significative nell'atteggiamento della stampa verso l'"Altro", segnale questo di una persistente scarsa sensibilità nei confronti del fenomeno migratorio. Lo dimostra una verifica condotta sui 65 dispacci dell'agenzia Ansa trasmessi ai giornali, e classificati sotto la voce “immigrazione”, nel periodo che va dal 3 al 17 novembre 2001; e il costante monitoraggio dei documenti informativi trasmessi durante il mese di febbraio del 2002. Tipologia delle notizie trasmesse, curva di attenzione, immagine dell'immigrato corrispondono a quanto è emerso nella ricerca condotta due anni e mezzo prima. L'immigrazione "regolare" ha semmai perduto ancora qualcosa della poca attenzione prestata dai media e i riflettori sono puntati soprattutto sulla clandestinità e sull'irregolarità.

    5. Stampa, immigrazione e Pedagogia interculturale
    I mass media italiani non hanno fatto molta strada verso una cultura della differenza e del confronto con l'"Altro". Sono molteplici i fattori che dimostrano questa affermazione: le campagne di allarmismo in occasione degli sbarchi di immigrati clandestini sulle nostre coste; la distorsione nella presentazione di avvenimenti in cui sono implicati cittadini stranieri provenienti da Paesi non appartenenti all'Unione europea; l'associazione fra Islam e terrorismo; l'equazione "immigrazione uguale a criminalità" teorizzata nel 1999; l'imperativo della “tolleranza zero” nei confronti del "diverso"; il fatto che i problemi e le risorse di una società multiculturale non siano oggetto di attenzione. Sui mass media italiani quasi mai la presenza dell'”Altro” immigrato è considerata una risorsa; in molte occasioni è considerata una minaccia, un'interferenza nel tessuto sociale, culturale e nella convivenza degli autoctoni. L'immigrato, l'”Altro” acquistano evidenza sui mezzi di comunicazione di massa solo quando si fanno emergenza, allarme, pericolo per i cittadini italiani.
    I mass media considerano gli immigrati come un tutto unico. Le differenti persone sono trattate come un blocco di individui indistinguibili che premono alle frontiere: non vi è spinta alla conoscenza delle differenti culture, delle esigenze di cui i migranti sono portatori, alla registrazione delle loro opinioni. Dall'altra parte, quando la lente dei giornali si avvicina per osservare i singoli immigrati, lo fa spesso soltanto in un'ottica di spettacolarizzazione della notizia. Ad interessare sono le storie strappalacrime, le vicende romanzate, gli episodi che possono intenerire il cuore del lettore (quando protagonisti sono i bambini) o commuoverlo (quando l'immigrato è morto o fallito inseguendo un sogno di riscatto). Gli “Altri”, l'”Altro”, l'immigrato non sono colti e presentati nella loro particolarità, nella loro singolarità, nel loro valore di portatori di cultura, di identità differenti. Essi sono invece incanalati secondo una routine dei mezzi d'informazione dove conta soltanto la notizia-spettacolo.
    Giornali, tv, radio non tentano di dialogare con le diverse realtà. Accentuano e drammatizzano gli eventi, facendo leva sui sentimenti di egoismo, sulle insicurezze e sulle ansie dei lettori e degli ascoltatori. Se nella realtà il confronto è già avviato i media ne prendono atto; se bisogna costruirlo e definirlo o reimpostarlo, i media invece non si mobilitano con gli strumenti cognitivi e referenziali di cui dispongono. Essi si limitano a stigmatizzarlo secondo modalità tipicamente scioviniste [23]. Solo in casi rarissimi vi sono organi d'informazione che si sforzano di dare l'immagine di una società che vuole essere poco razzista e che cerca in concreto, con rispetto della particolarità delle situazioni, di trovare forme di convivenza multietnica civile.
    Dal punto di osservazione della Pedagogia interculturale è allora opportuno ripartire dall'inizio, dall'incontro paritario fra l'Io e il Tu (l'”Altro”) per tracciare la strada che ci porta al dialogo, al confronto proficuo, al rispetto, all'arricchimento delle reciproche personalità e culture. Come afferma Portera [24]: “L'intercultura, in tal modo, rifiuta la gerarchizzazione e può essere intesa nel senso di possibilità di dialogo, di confronto paritetico senza la costrizione per i soggetti coinvolti di dover rinunciare aprioristicamente a parti significative della propria identità. Muovendo dal presupposto che non è la cultura che forgia la persona, ma sono le persone che fanno la cultura, la strategia interculturale interviene là dove effettivamente la multicultura, rigettando sia le sintesi culturali, sia il puro insegnamento di ogni gruppo etnico (sapere enciclopedico), riferendosi ad un paradigma pedagogico che non coinvolge solo i contenuti, ma anche i metodi del rapporto educativo”. La Pedagogia interculturale fa del dialogo, della relazione con le culture “altre”, il fondamento del proprio operare, senza volontà alcuna di affiancare a chi già vive in un certo quadro culturale un'altra cultura (biculturalismo), né di imporre a tutti gli “ospiti” la cultura dominante (assimilazione). Ma avendo come punto di riferimento l'uomo in sé stesso, la persona.
    L'influenza di una realtà educativa "extrascolastica" sollecita di non limitare solo alla scuola l'impegno interculturale. Dall'altro lato, sollecita gli educatori e la scuola ad insegnare a giovani e adulti una fruizione critica dei mass media. Solo così si eviterà l'allargamento di una frattura fra scolastico ed extrascolastico che può nuocere alla scuola, visti i potenti mezzi di cui dispone la comunicazione organizzata dell'industria editoriale, pubblicitaria, discografica e cinematografica. Come scrive Secco [25],“la cosiddetta scuola parallela influisce ma non è scuola nel senso autentico del termine che impegna sul piano educativo: questo comporta che gli insegnanti non si devono sentire espropriati del loro compito o in qualsiasi misura declassati; per di più si devono sentire investiti del problema di guidare gli allievi all'accostamento ai mezzi della comunicazione di massa con capacità di conoscerne il linguaggio, sceglierne i contenuti programmati e di porsi in atteggiamento critico sul piano valutativo. Possiamo, dunque, affermare che è la nostra scuola che può far diventare i mezzi della comunicazione di massa educativi”.
    Da parte loro, i mezzi di comunicazione di massa – attraverso i giornalisti che li utilizzano veicolando notizie, valori e visioni del mondo – hanno la necessità di misurarsi con le istanze, le esigenze e le indicazioni offerte dalla Pedagogia interculturale. In questo modo, i protagonisti della comunicazione potranno superare stereotipi, pregiudizi e cambiare la routine giornalistica; potranno comprendere e dialogare con l'”Altro” straniero, diverso, immigrato, di differente etnia e religione. In caso contrario, i mass media continueranno ad occuparsi delle culture “altre” solo nelle situazioni drammatiche, di allarme e senza gli strumenti culturali necessari per valutarne il valore di arricchimento della comunità. In questo modo, in una prospettiva di lungo periodo, i mezzi di comunicazione di massa rischiano di non comprendere il mutamento della società di cui dovrebbero essere testimoni; e di perdere in autorevolezza e in credibilità.

    Note:

    1 L. Secco, Pedagogia interculturale (problemi e concetti), in AA.VV. Pedagogia interculturale (problemi e concetti) a cura di A. Agosti, La Scuola, Brescia, 1992, p.43
    2 M. Mansoubi, Noi stranieri in Italia, Maria Picini Fazzi, Lucca, 1990, p.123
    3 Grossi, Belluati, Viglongo, Mass-media e società multietnica, Anabasi, Milano, 1995, p.61
    4 R. Lodigiani, La rappresentazione dei rapporti interetnici nella stampa locale, in Immigrazione e società multietnica in Lombardia a cura di M. Ambrosiani, Fondazione Cariplo-Ismu, Milano, 1996, p.105
    5 Agostino Portera, Educazione interculturale nella teoria e nella pratica. Stereotipi, pregiudizi e pedagogia interculturale nei libri di testo della scuola elementare, Cedam, Padova, 2000
    6 S. Lepri, intervento al Corso di formazione per l'esame professionale dei praticanti giornalisti, Frascati-Roma, ottobre 1994
    7 DeFleur-Ball Rockach, Teoria delle comunicazioni di massa, Il Mulino, Bologna, 1995, pp.284-285
    8 K.D. Bailey, Metodi della ricerca sociale, Il Mulino, Bologna, 1995, pp.82-83
    9 A. Portera, Tesori sommersi. Emigrazione, identità, bisogni educativi interculturali , FrancoAngeli, Milano, 1997, p.73
    10 R. Lodigiani, op. cit., p.96
    11 R. Lodigiani, op. cit., p.96
    12 Grossi-Belluati-Viglongo, op. cit., p.52
    13 R. Lodigiani, op. cit., p.97
    14 M.Wolf, Teorie delle comunicazioni di massa, Bompiani, Milano, 1998, p.190
    15 Grossi-Belluati-Viglongo, op.cit., p.51
    16 Grossi-Belluati-Viglongo, op.cit., p.52
    17 M. Mansoubi, op.cit., p.117
    18 M. Mansoubi, op.cit., p.123
    19 in Grossi-Belluati-Viglongo, op.cit., p.11
    20 M. Mansoubi, op.cit., p.116
    21 Grossi, Belluati, Viglongo, op.cit., p.96
    22 Grossi-Belluati-Viglongo, op.cit., p.149
    23 Grossi-Belluati-Viglongo, op.cit., p.77
    24 A. Portera, op.cit., p.192
    25 L. Secco, Dall’educabilità all’educazione, Morelli, Verona, 1990, p.153

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